INFORM - N. 202 - 2 novembre 2009
ITALIA SVIZZERA
Dal “Corriere degli Italiani” di Zurigo
Franco Narducci: Lo scudo fiscale
della discordia
ZURIGO - In questi ultimi giorni i rapporti tra
la Svizzera e l’Italia hanno
verosimilmente toccato il punto di tensione massimo e a giudicare dalle posizioni
assunte dai rispettivi governi pare piuttosto difficile un ritorno alla normalità
in tempi relativamente brevi. La decisione assunta dal Consiglio federale svizzero
di interrompere il negoziato concernente l’accordo sulla doppia imposizione
fiscale ha innegabilmente il carattere di una ritorsione contro gli attacchi
italiani alla piazza finanziaria elvetica, culminati la settimana scorsa in
una serie di controlli operati dalla guardia di finanzia nelle filiali italiane
delle banche svizzere. Le fiamme gialle intendevano accertare, con l’operazione
predetta, l’adempimento da parte di banche e intermediari finanziari dell'obbligo
di comunicazione all'archivio dei rapporti finanziari. L’operazione, tuttavia
- e la cosa ha suscitato un forte malumore negli ambienti politici svizzeri
che hanno accusato gli italiani di un’azione indiscriminata indirizzata quasi
esclusivamente alle filiali delle banche svizzere - ha avuto il carattere di
una vera e propria razzia. La reazione immediata, che ha preceduto l’interruzione
del negoziato sulla doppia imposizione fiscale, è stata la convocazione del
nostro Ambasciatore a Berna, Giuseppe Deodato, da
parte del Governo elvetico; un atto prevedibile, scontato in questo quadro,
ma sintomatico del vicolo cieco che sembrano avere imboccato i responsabili
delle politica economica ed estera dei due Paesi.
Tutto ciò, come noto, nasce dall’approvazione dello scudo
fiscale, il provvedimento del Governo italiano voluto con forza dal Ministro
Tremonti e convertito in legge dal Parlamento, che punta all’emersione dei capitali
esportati illegalmente all’estero (non solo in Svizzera) e al loro rimpatrio
con una tassazione irrisoria del 5% e la garanzia dell’anonimato. Condizioni
talmente benevoli - soprattutto rispetto ad analoghi provvedimenti adottati
da altre nazioni dell’area G8 - da suscitare critiche feroci non solo delle
forze di opposizione nel Parlamento bensì della stessa Banca d’Italia, che ha
rilevato pubblicamente il pericolo di un ulteriore stimolo all’evasione, viste
le condizioni estremamente favorevoli con cui si possono rimpatriare i capitali
sottratti all’imposizione fiscale.
La piazza finanziaria svizzera è stata soggetta, durante
l’intero 2009, a
forti pressioni che hanno preso di mira il segreto bancario e la mancata adesione
della Confederazione ai parametri OCSE sui paradisi fiscali. Il ministro delle
finanze tedesco Peer Steinbrueck e l’affare UBS, relativo ai conti nascosti appartenenti
a cittadini americani, hanno messo sotto pressione la Svizzera con metodi aggressivi
e per certi versi sbrigativi. A tutto ciò si aggiunge l’ostinatezza con cui
il Ministro Tremonti continua a considerare la Svizzera un paradiso fiscale,
misconoscendo (volutamente) che l’OCSE la ha tolto dalla famigerata lista grigia
per metterla sullo stesso piano degli altri Paesi.
Vi sono buone ragioni per ritenere che entro il 15 dicembre
- fino a questa data lo scudo fiscale rimarrà in vigore, salvo proroghe - il
Ministro Tremonti non modificherà una virgola del proprio atteggiamento verso
la Svizzera. I
rapporti bilaterali sono dunque destinati a logorarsi ulteriormente e la situazione
non si sbloccherà. Non si può ignorare, al riguardo, l’importanza che rivestono
i rapporti italo - svizzeri per la nostra economia, che in questo momento non
gode propriamente di buona salute: la Svizzera ha superato la Francia nell’interscambio
commerciale con l’Italia, posizionandosi al secondo posto dietro la Germania. Nei primi
6 mesi di quest’anno più di 7500 ditte italiane si sono annunciate (secondo
la procedura fissata dagli accodi bilaterali con l’UE) per svolgere un’attività
di breve durata nel Canton Ticino. Una tale portata amplifica il fenomeno del
trasferimento di manodopera, sempre più presente tra Italia e Ticino, e rende
più pressante l’esigenza di un’attenta verifica da parte degli organi ispettivi
ticinesi sulla corretta applicazione della Direttiva sul distacco di manodopera
96/71, introdotta per combattere il rischio di dumping salariale. Su tale aspetto
incombe, per altro, la pressante richiesta da parte di ditte ticinesi che vorrebbero
lavorare in Italia, secondo lo schema di reciprocità sancito dai trattati, in
gran parte vanificata dagli ostacoli burocratici italiani che spesso fungono
da ostacolo insormontabile.
Vi è poi il fenomeno del frontalierato
dall’Italia verso la Svizzera,
che vede circa 55 mila cittadini italiani occupati nei Cantoni elvetici di confine.
Una dimensione che, oltre a rappresentare un fattore di sviluppo insostituibile
per le popolazioni di confine, contribuisce a dare ossigeno ai comuni italiani
compresi nella fascia di venti chilometri di frontiera, grazie agli oltre 93
milioni di franchi retrocessi dalle autorità svizzere, provenienti dall’imposizione
fiscale. Ai quali occorre aggiungere i milioni di franchi retrocessi annualmente
all’Italia per coprire l’indennità di disoccupazione destinata ai frontalieri,
gestita fuori bilancio dall’INPS.
Lo scudo fiscale, varato con la questione di fiducia
e quindi senza la possibilità di emendare le evidenti storture che ora sono
affiorate, facilità da un lato i grandi evasori fiscali che restano nell’ombra,
dall’altra colpisce i lavoratori ex-emigrati che hanno versato fino all’ultimo
centesimo di tasse sui loro risparmi ed ora sono sottoposti al monitoraggio
fiscale. Una strategia veramente paradossale.
Altrettanto singolare appare la situazione dei lavoratori
frontalieri. Con lo scudo fiscale anche per i frontalieri, potremmo arrivare
alla illogica situazione di punire cittadine e cittadini che già oggi vivono
le difficoltà del lavoro all’estero, punendoli una seconda volta. Essi non possono
essere paragonati ai furfanti che hanno nascosto i soldi all’estero per sfuggire
al fisco italiano, i frontalieri sono donne e uomini che lavorano onestamente
e che soprattutto le tasse le hanno pagate.
Ma non si possono sottacere nemmeno le defaillance della
nostra amministrazione che, nell’impetuoso tentativo di perseguire gli ex-emigrati
cancellati dall’AIRE negli ultimi 5 anni, ha inviato 50 mila questionari accompagnati
da una lettera dal tono perentorio (per lo più in Svizzera). Sono tantissimi
i nostri concittadini residenti tuttora in Svizzera, in molti casi giovani che
vi sono nati, che hanno ricevuto la succitata lettera tra lo stupore e l’assoluta
impossibilità di comprendere cosa sta accadendo. (Franco Narducci*-Corriere
degli Italiani/Inform)
*Deputato Pd eletto nella ripartizione Europa, vice presidente
della Commissione Affari Esteri della Camera
Vai a: