RASSEGNA STAMPA
Intervista di “Avvenire” al ministro degli Affari Esteri
Franco Frattini: “Ora interverranno gli ambasciatori
Ue”
ROMA - «Un’altra tappa importante,
un impegno ancor più concreto dell’Europa nel combattere le persecuzioni religiose».
È visibilmente soddisfatto il ministro degli Esteri Franco Frattini, di ritorno
dal Consiglio Affari generali e relazioni esterne della Ue tenutosi a Lussemburgo.
La tenace iniziativa italiana a favore delle minoranze cristiane nel mondo ha
ottenuto un significativo consenso che si tradurrà in due direttrici d’azione.
Di che cosa si tratta, ministro Frattini?
«In primo luogo, c’è l’impegno perché,
in novembre, i ministri degli Esteri dell’Unione approvino un testo sulla libertà
religiosa e sulla protezione dei cristiani, nello specifico. Vi saranno quindi
conclusioni formali e politiche che riaffermeranno la libertà di tutte le religioni
come valore fondante dell’Europa e che indicheranno la necessità di reagire
alle persecuzioni contro i cristiani. In secondo luogo, il gruppo di lavoro
per i diritti umani, costituito su nostra proposta in settembre, guidato dalla
Commissione e dalla presidenza di turno, elaborerà un testo di risoluzione da
portare al voto all’Assemblea generale dell’Onu, entro il settembre dell’anno
prossimo».
Ma come si manifesterà la reazione
alle persecuzioni?
«Secondo quanto suggerito dall’Italia
e approvato a Lussemburgo, le rappresentanze dell’Unione europea nei Paesi interessati
da episodi di violenza faranno passi formali presso i governi, affinché si intervenga
con strumenti di repressione e di prevenzione. Finora l’abbiamo fatto quasi
soltanto noi. E con qualche risultato. Ad esempio, una mia missione in Iraq
ha portato a maggiori controlli di polizia in aree abitate dai cristiani sotto
attacco e al mantenimento delle quote riservate alla minoranza negli organismi
amministrativi delle province in cui risiede. Con il Pakistan e con l’India
avevamo sollecitato la protezione dei fedeli dagli attacchi tesi a farli fuggire
dalle proprie case e dai propri villaggi. Se l’intervento di un singolo Stato
ottiene qualche effetto, ben di più potrà fare la voce dei 27 membri dell’Unione».
Si può allora dire che le pressioni
diplomatiche servono e che spesso il silenzio della comunità internazionale
di fronte agli episodi di persecuzione è un atto di colpevole inerzia?
Certo, sollecitare vigilanza e poi
chiedere conto ai Paesi, monitorando costantemente la situazione, può portare
a benefici tangibili. Basta farsi sentire, e qualcosa si ottiene».
Perché allora tanta apparente indifferenza,
se non resistenza, da parte delle nazioni europee?
«Non parlerei di resistenza, ma di
un muro di gomma di fronte alle sollecitazioni. Bisogna considerare il clima
laicista che prevale in alcune società e di cui anche i politici risentono.
Genericamente, si dice che tutte le religioni vanno tutelate, ma poi s’impone
il "politicamente corretto". Si pensi, ad esempio, al fatto che in
Belgio molti supermercati non vendono a Natale gli elementi del presepe per
la volontà di evitare simboli religiosi specifici... Alla fine, una nostra richiesta
formale alla presidenza di turno svedese perché il tema andasse all’ordine del
giorno ha convinto tutti, davanti all’evidenza dei recenti fatti, a partire
dai crocifissi in Sudan».
Date queste premesse, non vi è il rischio
che anche i diplomatici Ue non siano particolarmente attivi nelle proteste?
«I diplomatici devono essere al servizio
delle disposizioni loro assegnate. Sono assolutamente convinto che si faranno
parte attiva nel denunciare e nel sollecitare interventi a tutela delle minoranza
cristiane perseguitate, dalla Turchia all’Iraq, dal Sudan al Pakistan e all’India».
Condivide quindi l’allarme lanciato
all’Onu da monsignor Celestino Migliore, secondo cui i cristiani sono oggi i
più discriminati al mondo?
«Tutte le religioni devono essere libere
di essere professate. Questa è la premessa anche dell’impegno europeo. Ma è
un fatto incontrovertibile che negli ultimi anni i cristiani siano coloro che
maggiormente sono stati oggetto di discriminazioni e di persecuzioni in molte
parti del mondo». (Andrea Lavazza, “Avvenire” del 28.10.2009)
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