CARITAS/MIGRANTES
L’immigrazione nel XIX Rapporto
Franco Pittau presenta il Dossier
Statistico Immigrazione
ROMA - Presentare il Dossier Caritas/Migrantes
significa sintetizzarlo. Tre sono i punti in grado di riassumere i nuovi numeri:
inquadrare gli immigrati come regolari e non come clandestini; inquadrarli come
lavoratori e non come delinquenti; inquadrarli come cittadini e non come stranieri.
Da irregolari a regolari
Se, come attesta l’Istat, gli immigrati
regolarmente residenti in Italia sono quasi quattro milioni, e anche di più
secondo la stima del Dossier Caritas/Migrantes, è
fuorviante continuare a inquadrare il fenomeno nell’ottica degli sbarchi irregolari,
prendendo una parte per il tutto e dipingendo negativamente la situazione.
Il Dossier 2009, ispirandosi allo slogan
“Immigrazione: conoscenza e solidarietà”, fornisce gli strumenti per rovesciare
questa falsa immagine, non tanto sulla base delle motivazioni pastorali di Caritas
e Migrantes (peraltro apprezzabili), bensì sulla base
dei dati, che da due decenni continuano a essere forniti con accuratezza e con
completezza. Il Dossier è un sussidio a disposizione di quanti vogliono farsi
carico di una seria opera d’informazione, per certi aspetti anche di controinformazione.
Questi sono alcuni aspetti sui quali
concentrare l’attenzione:
- i 4 milioni e 330 mila cittadini
stranieri presenti regolarmente, pari al 7,2% della popolazione italiana;
- i 2 milioni di lavoratori, che concorrono
alla creazione della ricchezza del “sistema Italia” e aumentano ogni anno per
supplire alle carenze della forza lavoro;
- gli 862 mila minori figli di genitori
stranieri, ormai un decimo della popolazione minorile, nella maggior parte dei
casi nati in Italia, che giustamente considerano la loro terra;
- le 629 mila presenze a scuola in
rappresentanza di tanti paesi, un vero e proprio mondo in classe;
- le oltre 100 mila persone che vengono
ogni anno per ricongiungimento familiare nell’ottica di un insediamento stabile;
- i 72 mila nuovi nati in Italia nel
corso dell’anno, che costituiscono un supporto indispensabile al nostro sbilanciato
andamento demografico;
- le 40 mila persone che acquisiscono
annualmente la cittadinanza italiana, a seguito di matrimonio o di anzianità
di residenza, mostrando un forte attaccamento al nostro Paese;
- i 24 mila matrimoni misti tra italiani
e immigrati, che costituiscono una frontiera complessa, suggestiva e promettente
della convivenza tra persone di diverse tradizioni culturali e religiose;
- i circa 6 mila studenti stranieri
che si laureano annualmente in Italia, in buona parte destinati a diventare
la classe dirigente nel Paese di origine.
Se noi non troveremo un altro modo
di parlare dell’immigrazione diverso dai discorsi sugli sbarchi e sull’irregolarità,
resteremo incapaci di gestire responsabilmente l’Italia che si va, costruendo,
nella quale già adesso 1 ogni 14 abitanti è un cittadino straniero regolarmente
soggiornante.
Gli sbarchi, che ci ostiniamo a utilizzare
come un bollino nero da apporre sul fenomeno migratorio, coinvolgono un numero
di persone pari nemmeno all’1% delle presenze regolari, senza contare poi che
oltre la metà delle persone sbarcate sono richiedenti asilo, quindi persone
meritevoli di protezione secondo le convenzioni internazionali e la Costituzione
italiana.
Intanto l’immigrazione, che continua
ad aumentare a ritmi serrati con 300/400 mila unità l’anno, mostra di essere
connaturale alla crescita del nostro Paese. La vera emergenza, stando alle statistiche,
è il catastrofismo migratorio, l’incapacità di prendere atto del ruolo assunto
dall’immigrazione nello sviluppo del nostro Paese
Da delinquenti a lavoratori
Quando si parla degli immigrati residenti,
le indagini indicano che 6 italiani su 10 considerano gli stranieri più inclini
a delinquere degli italiani. Questo atteggiamento è diffuso in molti ambienti,
anche in ambito ecclesiale: non stiamo qui a discutere se su questo risultato
abbiano influito di più i politici o i media,o gli studiosi, ma cerchiamo di
dimostrare che, per quanto diffuso, si tratta di un pregiudizio, la cui infondatezza
è stata confermata in una ricerca condotta dal Dossier e dall’agenzia Redattore
sociale, attraverso questi passaggi:
- non esiste in Italia una emergenza
criminalità, perché non ci distinguiamo in negativo in un confronto europeo
e nel contesto italiano le denunce penali da alcuni anni sono in diminuzione
e il livello attuale (poco più di 2 milioni e mezzo di denunce) è pari a quello
dei primi anni ’90 quando iniziava l’immigrazione di massa;
- l’aumento delle denunce contro i
cittadini stranieri regolari risulta inferiore all’aumento della popolazione
straniera e, ad esempio, nel periodo 2001-2005 le denunce sono aumentate del
46% e gli stranieri residenti del 101%;
- gli immigrati regolari, a conclusione
di un confronto per classi di età con gli italiani, mostrano di avere un tasso
di criminalità simile, ma con maggiori attenuanti;
- gli immigrati irregolari, a loro
volta, non sono da stigmatizzare come inclini alla criminalità, ma va considerata
la loro esposizione alle necessità materiali, l’esclusione sociale, le spire
della criminalità organizzata, anche in conseguenza degli scarsi spazi di ingresso
e soggiorno regolare previsti dall’attuale normativa, che perciò andrebbero
resi più agibili per evitare che continuino a essere una tra le occasioni più
ricorrenti di infrazione penale.
Se la normativa sugli stranieri fosse
del tutto funzionale, non ci sarebbe stato bisogno di offrire la possibilità
di regolarizzazione, nello scorso mese di settembre, a 300 mila collaboratrici
familiari e badanti non comunitarie, che si aggiungono ai 2 milioni di immigrati
regolarizzati in precedenza: questo significa che più della metà della popolazione
straniera è passata per le vie dell’irregolarità.
Queste considerazioni ci portano a
passare dall’immagine dell’ “immigrato criminale” a quella dell’ “immigrato
lavoratore” e a considerare la valenza positiva di queste nuove presenze.
Anche a questo riguardo alcuni dati
sono eloquenti:
- un tasso di attività di 12 punti
più elevato degli italiani;
- una accentuata canalizzazione, nonostante
il loro elevato livello di studio, nei settori e nelle mansioni che gli italiani
non prediligono (ad esempio, quasi 1 milione nel settore della collaborazione
familiare, 400 mila nel settore edile, poco meno di 100 mila in agricoltura);
- una maggiore esposizione al rischio,
con 143.651 infortuni, dei quali 176 mortali;
- un maggior bisogno di tutela, come
attesta la massiccia iscrizione a Cgil, Cisl, Uil e Ugl
(quasi un milione di sindacalizzati), sia quando sono regolarmente assunti,
sia ancor di più quando sono costretti a lavorare nel sommerso.
Questi lavoratori umili e tenaci, non
appena possibile diventano essi stessi creatori di posti di lavoro. I titolari
d’impresa con cittadinanza straniera, aumentati del 10% anche in questa fase
di crisi, sono attualmente 187 mila. Se ad essi aggiungiamo un numero quasi
uguale di soci e amministratori e circa 200 mila dipendenti, arriviamo a una
realtà occupazionale di mezzo milione di persone, come è stato evidenziato nel
rapporto Immigratimprenditori, realizzato dalla Fondazione
Ethnoland con il Dossier Caritas/Migrantes.
Questa interessante realtà imprenditoriale, se adeguatamente aiutata, potrebbe
raddoppiare la sua consistenza nel volgere di un decennio.
Perciò, restando su un piano di concretezza,
sembra necessario proporre una serie di misure di buon senso, meritevoli di
essere condivise da tutti gli schieramenti politici:
- rendere più agevoli i meccanismi
di inserimento dei lavoratori immigrati nel nostro mercato occupazionale;
- eliminare le discriminazione nei
loro confronti (qualifiche, trattamento retributivo e altri benefici contrattuali),
incentivarne la formazione professionale e garantire pari opportunità;
- promuovere l’imprenditorialità degli
immigrati non solo nella fase iniziale ma anche in quella successiva, nella
quale gli immigrati come gli italiani possono incontrare delle difficoltà.
Da lavoratori a cittadini
“Da lavoratori a cittadini”: questo
obiettivo fondamentale è il titolo di un convegno promosso lo scorso anno dal
Dossier e dall’Ambasciata tedesca per riflettere sulle politiche migratorie
condotte in Germania e in Italia, La riflessione sull’immigrazione resta incompleta
se limitata all’utilità dei lavoratori immigrati e va estesa alla sua considerazione
come nuovi cittadini.
Una buona metà di essi si trova in
Italia da più di 5 anni e ha già ottenuto o sta per ottenere il permesso CE
per lungoresidenti (la ex carta di soggiorno), con
la prospettiva quindi di una permanenza a tempo indeterminato. In realtà, insediamento
duraturo ed estraneità sociale non sono due impostazioni che si possano conciliare,
per giunta ritenendole un’accortezza necessaria per salvare l’Italia.
Quando alla base si cerca di far maturare
questa convinzione, ci si scontra con due riserve, una di natura finanziaria
e l’altra di natura culturale, sollevate spesso in buona fede ma da ritenere
non motivate.
La riserva di natura finanziaria consiste
nell’eccepire che accoglienza, inserimento, integrazione sono prospettive finanziariamente
costose e gli immigrati non devono pesare ulteriormente sul bilancio dello Stato
e degli Enti Locali.
Secondo i dati disponibili questa riserva
non è fondata. Se gli immigrati incidono per il 7% sulla popolazione residente
e per il 10% sulla creazione della ricchezza nazionale, ciò significa che la
loro presenza non costituisce per una perdita per il sistema Italia, così come
non lo è gli immigrati stessi e per i Paesi di origine, ai quali i migranti
inviano dall’Italia 6,4 miliardi di euro come rimesse, un aiuto molto concreto
al loro sviluppo a fronte delle promesse non mantenute a livello di politica
internazionale).
Gli immigrati, al pari degli italiani,
hanno anch’essi bisogno di misure di supporto dal sistema di welfare nazionale,
ma assicurano i mezzi perché questo possa essere fatto.
Pagano annualmente 7 miliardi di contributi
previdenziali, ma a essere pensionati sono in poche migliaia. Tra gli italiani,
invece, vi è attualmente un pensionato ogni 5 residenti, mentre tra gli immigrati,
tra 10 anni, vi sarà un pensionato ogni 25 residenti, con notevoli vantaggi
per il nostro sistema previdenziale.
Gli immigrati pagano annualmente almeno
4 miliardi di euro di tasse ma incidono, secondo una stima della Banca d’Italia,
solo per il 2,5% sulle spese per istruzione, pensione, sanità e sostegno al
reddito, all’incirca la metà di quello che assicurano in termini di gettito
La riserva di natura socio-culturale-religiosa è più
insidiosa e porta ad aver paura degli immigrati perché si ritiene che essi inquinino
la società con le diverse tradizioni culturali di cui sono portatori e contrastino
l’attaccamento alla nostra religione.
Le indagini sul campo, in sintonia
con la conoscenza diretta che ha maturato la rete Caritas e Migrantes,
attestano che la maggior parte degli immigrati mostra apprezzamento per l’Italia,
la sua storia, la sua arte, il suo clima e la sua gente. Esprimono lo steso
apprezzamento anche per la comunità cattolica, che è stata fin dall’inizio al
loro fianco per aiutarli a far valere le loro aspettative. Su questo aspetto
il magistero ecclesiale è stato netto, condannando chi fa riferimento a Dio
per andare contro i fratelli, anche se di altra fede, e invitando alla convivenza
multireligiosa e alla collaborazione sociale.
In conclusione, il Dossier non afferma
che l’immigrazione non presenti aspetti problematici ma, attraverso i numeri,
ci orienta verso una sua visione realistica e più positiva. Ciò comporta da
parte di ciascuno di noi una messa a punto dell’atteggiamento personale, liberandolo
dai pregiudizi, e da parte dei politici una maggiore apertura in materia di
cittadinanza e di partecipazione, come anche la messa a disposizione di maggiori
risorse. Infatti, la vera emergenza in Italia migratoria è la mancanza di un
consistente “pacchetto integrazione” che prepari allo scenario di metà secolo,
quando saremo chiamati a convivere con 12 milioni di immigrati, la cui presenza
sarà necessaria per il funzionamento del Paese. (Franco Pittau-Inform)