ITALIANI ALL’ESTERO
Da Berna Giovanni Longu
Finalmente il Museo Nazionale dell’Emigrazione
Un Museo dell’Emigrazione dovrebbe sorgere in ogni Regione
italiana e in ogni Paese del mondo
BERNA - Se ne parlava da anni e non
si sapeva dove farlo, come farlo, e dove trovare i soldi per realizzarlo. In
Italia, per certe cose mancano sempre i soldi, anche quando si tratta di recuperare
la propria memoria storica! Sono trent’anni che l’emigrazione italiana (almeno
quella di massa) è finita e se ne sta perdendo lentamente il ricordo. Finalmente,
dunque, che un po’ di quella memoria sia conservata almeno in un museo nazionale.
Finalmente! Perché l’emigrazione, come
ha ben detto il Presidente della Repubblica, al termine dell’inaugurazione del
Museo, «è un capitolo essenziale della nostra storia». Non un semplice capitolo,
uno dei tanti, ma un capitolo «essenziale» per capire la storia dell’Italia.
Si sta per celebrare il 150° anniversario
dell’Unità d’Italia e non si può dimenticare che uno dei maggiori problemi che
il nuovo Stato dovette affrontare fu quello dell’emigrazione. Fino ad allora
era quasi inesistente e per lo più aveva un carattere stagionale nelle regioni
settentrionali di confine. Poi divenne un fenomeno sempre più consistente. I
primi governi cercarono di frenarne la crescita con ogni sorta di ostacoli.
Si voleva evitare soprattutto di fornire attraverso gli emigrati un’immagine
negativa dell’Italia quasi fosse in preda alla miseria e all’ignoranza. Ma i
governi di allora e poi anche quelli successivi non seppero arrestare gli espatri
garantendo a tutti, soprattutto ai giovani che abbandonavano le campagne, sufficienti
possibilità di lavoro in Italia.
Tra i primi e più importanti flussi
migratori dall’Italia non si può dimenticare quello verso la Svizzera. Basti
ricordare che il primo accordo tra l’Italia e un altro Stato riguardante lavoratori
italiani migranti fu quello con la Svizzera e risale al 1868, dunque pochi anni
dopo l’Unità d’Italia.
Soprattutto negli ultimi decenni dell’Ottocento
e agli inizi del Novecento furono milioni gli italiani che lasciarono l’Italia
per produrre lavoro e ricchezza non solo nei Paesi che li ospitarono, ma anche
nel Paese che li aveva espulsi dal mercato del lavoro come lavoratori in esubero,
si direbbe oggi. Già, perché non va dimenticato – e mi auguro che il Museo lo
ricordi e lo documenti – le rimesse degli emigrati hanno fatto gola a tutti
i governi e sono servite non solo alle famiglie degli emigrati ma anche a riequilibrare
la bilancia dei pagamenti dell’Italia con l’estero. L’emigrazione è stata per
l’Italia una incredibile risorsa, anche sotto l’aspetto finanziario, che è giusto
ricordare, almeno in un museo.
Vi ha accennato il Ministro degli Affari
Esteri Frattini il giorno dell’inaugurazione del Museo: «Per comprendere come
è cresciuto il Paese, per capire come si è sviluppata l'economia e la società
italiana, è indispensabile conoscere e riconoscere che milioni di contadini
sono stati costretti a lasciare le loro terre, che altri milioni di lavoratori
hanno preferito abbandonare volontariamente un Paese privo di prospettive».
Sarebbe bene che lo ricordassero tutti gli italiani e lo si insegnasse nelle
scuole dello Stato.
Vari interventi, il giorno dell’inaugurazione
del Museo, hanno sottolineato a giusta ragione i disagi e le sofferenze fisiche
e morali che hanno caratterizzato molta parte della vita degli emigrati. Per
rendersene conto basterebbe rileggersi qualche rievocazione storica dell’emigrazione
d’oltreoceano o europea o anche solo della Svizzera, soprattutto in certi periodi
in cui gli italiani erano disprezzati e malvisti. Attenti però a non limitarsi
a questo aspetto, e mi auguro che il Museo ne tenga conto. L’emigrazione italiana
nel mondo ha infatti prodotto ovunque anche genialità, stili di vita invidiabili
e invidiati, cultura, arte, letteratura, scienza, gioia di vivere.
Non conoscendo il materiale espositivo
del Museo, è difficile fare considerazioni specifiche al riguardo. Spero comunque
che il Museo non sia solo una sorta di fotografia di un passato remoto e triste,
da osservare magari con stupore e commozione. Mi auguro che sia in grado di
parlare al presente, di coinvolgere il visitatore non solo risvegliandone la
memoria del passato, ma anche suscitando in lui sentimenti di coraggio, intraprendenza,
solidarietà, creatività, rispetto, e invitandolo a confrontarsi con la realtà
immigratoria italiana di oggi.
«Oggi che accogliamo immigrati nel
nostro Paese, e siamo diventati un Paese d’immigrazione», ha ancora detto il
Capo dello Stato, «non dovremmo mai dimenticare di essere stati un Paese di
emigrazione». Ciò significa che l’Italia intera, istituzioni e cittadini, devono
impegnarsi a trattare con un occhio di riguardo gli immigrati, a evitare ogni
forma di xenofobia e a favorire con ogni mezzo la loro integrazione. Non deve
più capitare ai nuovi immigrati quanto è tante volte capitato agli italiani
di mezzo mondo, di essere trattati come schiavi, discriminati, incolpati ingiustamente,
assegnati ai lavori più difficili e pericolosi, ghettizzati ed emarginati. Mai
più! Mi auguro che il Museo dell’Emigrazione dica anche questo.
Purtroppo questo Museo si trova solo
a Roma e francamente mi pare insufficiente. Un Museo dell’Emigrazione dovrebbe
sorgere in ogni Regione italiana e in ogni Paese del mondo, dove i discendenti
degli emigrati italiani di fine Ottocento e gran parte del Novecento costituiscono
ancora una collettività numerosa e importante. Penso per esempio alla Svizzera,
dove la collettività italiana è particolarmente numerosa ed ha ereditato il
patrimonio ricchissimo di una storia migratoria ormai lunga quanto quella italiana
e, purtroppo, poco conosciuta.
A quando il Museo dell’Emigrazione Italiana in Svizzera? (Giovanni Longu- Inform )