INFORM - N. 197 - 26 ottobre 2009
RASSEGNA STAMPA
Su
“La Stampa” intervista al ministro degli Affari Esteri
Frattini: «Serve un concordato con l’Islam»
ROMA - «Prima
l’intesa tra Stato e Islam, poi l’ora di Corano nelle scuole». A una settimana
dalla proposta con cui la fondazione «FareFuturo» ha spaccato tra «pro» e «contro»
il mondo politico e la Chiesa,
il ministro degli Esteri, Franco Frattini fissa le condizioni per arrivare alle
lezioni di religione musulmana negli istituti pubblici.
Qual
è la sua proposta per l’ora d’Islam?
«L’integrazione
degli immigrati richiede solidarietà e legalità, senza prescindere dalla nostra
identità e storia. Servono regole e principi per diventare un buon italiano,
prima che un buon musulmano. E’ fondamentale che si costituisca un Islam italiano
prima di portare il Corano nell’istruzione pubblica, altrimenti l’ora d’Islam
diventa davvero una corsia privilegiata, una scorciatoia come dice Bagnasco.
E’ funzione della scuola dare un inquadramento ai figli di immigrati nati in
Italia, fare di loro buoni cittadini nel corso degli studi. A questo punto i
ragazzi hanno diritto ad approfondire le radici musulmane della loro famiglia.
Quindi è la formazione scolastica nel suo insieme ad essere un antidoto alla
radicalizzazione dell’Islam. Ma prima di dire sì al Corano in classe serve capire
chi lo insegnerà».
Prevede
un albo dei docenti di Corano?
«Con la Chiesa l’ordinamento lo prevede
già. In base al concordato il sacerdote che insegna religione a scuola deve
essere autorizzato dall’autorità ecclesiastica. Solo così siamo garantiti che
vengono rispettate le regole, cioè che agli studenti arrivino messaggi accettati
dall’accordo con la Chiesa.
Per introdurre l’ora di religione islamica, abbiamo bisogno
della stessa garanzia dall’Islam, perciò prima serve un accordo con la confessione
islamica analogo a quello che lo Stato ha con il Vaticano. Senza ciò non possiamo
distinguere tra i predicatori di una dottrina ortodossa rigida e i fautori di
un Islam dialogante, favorevole all’integrazione, all’uguaglianza di diritti
e alla moderazione. Perciò partiamo dall’educazione italiana per arrivare a
quella musulmana».
In una cornice
giuridica certa, l’ora d’Islam può servire all’integrazione?
«In Italia la Costituzione assicura
libertà di religione. Il punto qui è la cittadinanza, se un figlio di extracomunitari
nato in Italia è maturo per essere un buon cittadino italiano, non gli si può
precludere di voler approfondire la propria fede islamica. L’educazione alla
cittadinanza italiana precede quella alla religione musulmana. L’ora d’Islam
proposta da Fini, Urso e altri va accolta come un’accelerazione all’intesa con
l’Islam che è ferma da vent’anni. A Palazzo Chigi ci sta provando la commissione
per i culti acattolici. Per essere riconosciuti in Italia come portatori di
un messaggio che può essere insegnato i musulmani devono sottostare ai principi
generali del nostro ordinamento che, per esempio, vieta la dottrina wahaabita
sulla sottomissione della donna e la possibilità per l’uomo di avere quattro
mogli. Ma le organizzazioni islamiche presenti in Italia non si riconoscono
a vicenda la legittimazione a rappresentare il senso giusto, corretto della
religione musulmana».
Perché
con la Chiesa
c’è un’intesa e con l’Islam no?
«I cattolici hanno
un Papa e una gerarchia che stabilisce l’esatta interpretazione della dottrina,
nell’Islam ogni predicatore può stabilire quale sia l’autentico modo di applicare
il Corano senza che nessuno abbia la forza gerarchica per smentirlo. Oggi lo
Stato non ha il potere di attribuire una legittimazione esclusiva per differenziare
gli estremisti della moschea di viale Jenner a Milano dal riformismo europeo
e tollerante dell’Imam di Roma. Non è solo un ostacolo burocratico e istituzionale
ma politico. A causa della struttura della predicazione islamica manca ancora
l’intesa con lo Stato. Quando ci sarà, sarà fissata la linea».
E nel
frattempo?
«Il modello da
seguire è il Concordato firmato da Craxi con la Santa Sede un quarto di
secolo fa. Formare un buon musulmano è una questione religiosa, noi vogliamo
arrivare alla cittadinanza. Il governo è contrario a visioni esagerate che negano
questa possibilità. Un buon italiano può essere cristiano, ebreo o musulmano,
però deve condividere i valori e i principi dell’ordinamento nazionale. L’istruzione
è la chiave per centrare questo obiettivo. Chi nasce in Italia da genitori marocchini
o filippini diventa italiano attraverso il percorso di educazione negli istituti
italiani, studiando la lingua, l’educazione civica». (Giacomo Galeazzi- La Stampa, 26 ottobre 2009)
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