INFORM - N. 197 - 26 ottobre 2009


INTERVENTI

Raffaele Fantetti: “Forti emozioni al Museo dell’Emigrazione Italiana”

 

ROMA - “Brigante o Emigrante” diceva il Primo Ministro Nitti, “rubare o emigrare” diceva Monsignor Scalabrini. E’ questa l’alternativa che si prospettava a molti italiani ed e’ questo che colpisce subito il visitatore leggendo uno dei primi pannelli esplicativi del Museo dell’Emigrazione Italiana appena inaugurato a Roma.

A ciò si rispondeva, secondo quanto pubblicato su “La Plebe” di Milano nel 1876, “... coltiviamo il frumento e non sappiamo cosa sia il pane bianco. Coltiviamo viti e non beviamo vino. Alleviamo bestiame e non mangiamo mai carne. ... Con tutto ciò pretendete che non abbiamo ad emigrare?” per risposta ad un latifondista che ostacolava la partenza dei propri contadini.

Piu’ avanti nel percorso della mostra, e’ lo stesso Alcide De Gasperi, nel Giugno 1949, ad ammettere “... entro i confini, non ci stiamo” per giustificare/incoraggiare il fenomeno migratorio.

Veri e propri esodi, ben documentati nell’ambito del percorso museale, di cui dovrebbe secondo me colpire un aspetto invero non troppo discettato.  La segreta consapevolezza, da parte delle istituzioni italiane che si sono succedute nei decenni, dello sbaraglio a cui queste genti erano destinate.

Nessuna programmazione, nessuna organizzazione istituzionale, pochi e molto generici accordi internazionali (Francia, Belgio, Argentina ...) e tutti clamorosamente violati da parte nostra. Ne esce bene addirittura un mafioso, Mr. Anastasia, che a New York nel 1960 si vantava di “aver fatto personalmente entrare negli Stati Uniti oltre 60,000 italiani sprovvisti di idonea documentazione”, ad ulteriore testimonianza dei paradossi dell’italianità (allora come ora)!

C’è soprattutto questo - io credo -  dietro alla triste sequela dei diversi “incidenti” documentati ai danni dei nostri emigrati (Aigues Mortes, New Orleans, Zurigo, Aradora, Marcinelle, ecc.) ed è questo uno degli esercizi di memoria più importanti che questo museo dell’emigrazione italiana deve costringere a fare.

Per chiunque abbia in qualche modo mai provato l’esperienza di emigrare -ovvero lasciare il proprio paese, la propria lingua e cultura, i propri affetti-  la visita del Museo e’ un crescendo di emozioni psico-fisiche.

Sulle note di “Porta un bacione a Firenze”, “Arrivederci Roma”, “Romagna Mia”, “Lu treno de lu Soli”, “Ciao Amore Ciao”, “La ballata dell’emigrazione” ed altri si arriva alla sezione finale caratterizzata da due fondamentali “schermate”.

In una c’e’ una televisione che trasmette video ricordi di registi e spezzoni dei loro film variamente dedicati al tema dell’emigrazione. Oltre ai celeberrimi lavori di Sordi descritti da Enrico Magrelli (“I Magliari”, “Il Mafioso”, “Detenuto in attesa di giudizio”, “Un Italiano in America”, “Bello, onesto, emigrato in Australia”, “Un tassinaro a New York”, ecc,), ci sono interessanti testimonianze di Squitieri (che lavora alla storia delle famiglie Farina e Tagliaferri), Lizzani, Crialese, Scimaca (“OK, goose by me”), Montaldo (Ellis Island, Sacco e Vanzetti), Magrelli, Butitta (“puoi levare tutto ad un popolo tranne la prorpia lingua”), Moselli (il cui “sospetto” Gian Maria Volonte’ tradisce la propria italianità di fronte ad un Trovatore), Correale (con la California rifondata in Toscana) e Vicari (che riprende il discorso de “L’Italia non è un paese povero” di Ivens).

Non vi dico di più per non rovinarvi i diversi e sorprendenti aspetti trattati. Vi dico solo che stranamente non c’è il Manfredi, emigrato in Svizzera (Pane e Cioccolata), ma forse per questo bisogna solo ringraziare gli organizzatori dato che, ancora oggi, quella visione fa davvero male.

Nella schermata di fronte, una serie di pannelli fotografici raffiguranti i nuovi emigrati, quelli in arrivo in Italia. Quasi quattro milioni, al gennaio 2009, di cui circa 850,000 minori e provenienze significative da Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina, Filippine, Tunisia e Polonia.  E’ questo il messaggio ultimo e logicamente consequenziale del percorso museale. Ben compreso da tanti nostri degni rappresentanti dell’emigrazione (ad iniziare dal ministro Tremaglia): un messaggio non semplice, un tema non banalizzabile per alcun verso ma che non si può rifiutare a priori date proprio le caratteristiche umane, storiche e morali del nostro essere Italiani all’estero.

Unico piccolo appunto finale. Manca anche solo un accenno alla nuova emigrazione professionale. Eppure  lo diciamo da anni sulla base di esperienza diretta e dati di conforto: non sara’ cosi’ drammatica come era prima ma ha tutte le caratteristiche precipue - sopra menzionate - del fenomeno migratorio, è reale, presente e, a giudicare dai dati, in continua crescita. (Raffaele Fantetti-Inform)

 


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