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Da “Veneti nel Mondo” di ottobre
Viaggio in Sud America: Argentina, sangue
italiano e cuore latino
VENEZIA - Forse la malinconia e la passione del tango, la profondità negli sguardi, l’attaccamento per la terra, lo stravagante e bizzarro modo di affermarsi, l’esistenza irrequieta e tale vena di follia… è questa l’eredità che i veneti si sono portati oltreoceano.
Sbarcare in Argentina cattura, seduce, evocando una dimensione teatrale, senz’altro metafisica. Terra di personaggi che hanno segnato la storia, provenienti da famiglie umili ed emersi per il carattere e le qualità eccezionali. L’emblematica Evita Perón, figlia illegittima e poi moglie del presidente, paladina del popolo e dei bisognosi, Ernesto Guevara, detto Che, nato da borghesi europei, rivoluzionario bello come il sole e ostinato come il vento, e Diego Armando Maradona, cresciuto in una famiglia modesta e numerosa, icona calcistica di tutti i tempi.
E poi la musica, fusa con il ballo, insieme complici di un sentimento che coinvolge i sensi. Il tango nasce nei sobborghi di Buenos Aires, in un’atmosfera di solitudine e difficoltà comunicativa, malessere e nostalgia, da un complesso mosaico di influenze procedenti da ogni fazzoletto di mondo e che trovano qui l’ultimo confronto, quello dell’anima. È un pensiero triste ballato con la sensualità umana, in cui si esaltano la forza del ritmo africano, la determinazione del flamenco e il rigore dei balli da sala europei. L’Argentina è custode del tango, e il tango è l’interpretazione dell’Argentina.
Terra dall’incredibile
ricchezza paesaggistica, geografica, climatica. Il nord si presenta subtropicale,
con giungle selvagge e cascate da capogiro, ma anche di zone desertiche, mentre
il sud è antartico, con la forte presenza di ghiacciai e una fertile fauna marina
di balene, foche e pinguini. Si muore di caldo nelle Ande, al contrario, si
battono i denti lungo
Buenos Aires, chiamata anche la “Parigi dei poveri”, è influenzata principalmente dall’architettura del romanticismo francese. È un puzzle di varie città, con viali e palazzi antichi che rievocano un po’ Madrid, forse Barcellona, o magari Napoli, splendidi edifici sull’epoca dell’Argentina prospera.
Il suo è un popolo articolato ed eterogeneo, giunto da ogni angolo del mondo, cosmopolita e irrequieto. Già dalla metà dell’800, molti emigranti cominciarono ad arrivare da tutta Europa, con la speranza di realizzarsi in un paese in piena espansione economica. L’Argentina necessitava di manodopera sia per i potenti allevatori di bestiame che come contadini nelle vaste praterie della pampa, oltre che per impiantare un carente sistema di trasporti e comunicazioni.
Dei 352.162 immigrati sbarcati dal 1854 al 1873, la maggior parte era formata da italiani. Erano infatti gli anni delle lotte civili, quando si guerreggiava per il consolidamento politico, per la proclamazione dell’unità, per l’incorporazione di una capitale. Molti talenti di un ceto sociale alto e di un certo spessore culturale, come medici, ingegneri, avvocati, professori, vennero esiliati e si diressero verso la capitale argentina. Questo permise l’entrata di cittadini con un livello qualitativo superiore, consentendo un rilevante apporto anche dal punto di vista educativo e sociale. I Si susseguirono anni di crescita migratoria che continuavano a registrare una cospicua partecipazione italiana. Nel 1887 Buenos Aires è popolata da mezzo milione di abitanti, di cui circa la metà stranieri, e tale metà è composta dal 50% di connazionali. n totale, sia nell’Ottocento che nel Novecento, più della metà degli immigrati partivano dalla nostra terra. Dal 1857 al 1908 ne arrivarono quasi due milioni, poco meno dei cinque anni successivi, uno dei quinquenni di maggiore affluenza nostrana. A causa delle due grandi guerre, l’immigrazione subì un relativo arresto, poiché dal 1915 al 1964 arrivarono quasi un milione e mezzo di persone.
Oggigiorno l’Argentina
raggiunge poco più di quaranta milioni di presenze, di cui più della metà oriunda.
Sono dislocati principalmente nella capitale, molti a Rosario e
Tuttavia, la centralità
di una così smisurata confluenza non si riferisce tanto alle dimensioni che
hanno coinvolto la migrazione, bensì alle modalità e attitudini in cui si è
manifestato tale processo. Noi, popolo emigrante, non abbiamo subìto passivamente
un processo di adattamento per conformarci in una minoranza etnica, il nostro
percorso è stato inverso, fondendo i modelli preesistenti con i propri, creando
un ponte interculturale. Non siamo solo all’interno della nazione argentina,
ma ne formiamo parte integrante, contribuendo a delinearla, contrassegnandone
l’ossatura, il carattere, la natura spirituale della sua gente, stimolandone
la creatività con preparazione ed esperienza. Lasciamo il segno come individui
competenti e capaci, erigendo costruzioni come
L’Argentina è il paese più italiano dopo l’Italia, in quanto il Belpaese è una componente indissolubile, intrinseca nell’essenza della sua nazionalità. La nostra partecipazione si respira nei locali e lungo le vie, nei visi e atteggiamenti, nella cura della propria immagine, risultando sempre esclusiva e originale. Essere riusciti ad integrarsi così visceralmente nei valori, nelle fatiche e nelle passioni, è stato un traguardo morale che oltre ad aver segnato il popolo argentino, ha abbattuto barriere sociali e cancellato pregiudizi, ha catalizzato movimenti di pensiero stimolando al progresso e alla buona convivenza, favorendo altresì un esemplare insegnamento di unione e fusione, gettando le basi di un’odierna torre di Babele.
Il riconoscimento al popolo italiano è la “Festa dell’Emigrante” che viene celebrata ogni 3 giugno nella Piazza 25 de Mayo di Buenos Aires e in altre città. È un anniversario tricolore con cori, musiche e balli, prodotti tipici e molta allegria per commemorare tanti decenni di ostacoli e sofferenze, per esaltarne la tenacia.
La sensazione
che provo è di essere in un paese straniero e di non percepirlo, dove sorseggiando
un mate caldo al Caffè Tortoni noto mille dettagli della mia cultura, dove passeggiando
per il quartiere Caminito scorgo dettagli tipici, dove chiacchierando con la
gente scopro che il mio cognome è anche oltreoceano, dove ascolto espressioni
familiari, e dove ogni sguardo intenso, ogni tenero sorriso mi riportano a casa.
Sarà stata quella romantica malinconia, quel pizzico di dolce pazzia, quell’atmosfera
a me magica, a rinsaldare i valori e l’attaccamento verso questa piccola, vivace
e curiosa Italia che gli argentini difendono, adorano e amano in modo integrale
e innato, puro e spontaneo. (Giorgia Miazzo-Veneti nel Mondo/