INFORM - N. 182 - 5 ottobre 2009


ITALIANI ALL’ESTERO

Editoriale di Franco Narducci su “La Voce d’Italia”, 5.10.2009

La cittadinanza nella società globalizzata

 

CARACAS - Nel  mondo globalizzato che vede l’affermarsi di società pluralistiche e multiculturali, possiamo constatare una progressiva obsolescenza del modello dello Stato nazione caratterizzato da una popolazione ben definita per le sue caratteristiche.

L’inesorabilità delle pressioni migratorie porta con se la riflessione sulla necessità di nuovi strumenti per la governance dei territori tra cui la ridefinizione della dimensione della cittadinanza in maniera più dinamica. Tra lo ius soli e lo ius sanguinis vi è una comunità di migranti, spesso in cerca di condizioni minime di sopravvivenza, che muovendosi da un Paese ad un altro mettono in discussione i modelli classici di cittadinanza e fanno emergere l’esigenza di alcuni diritti fondamentali, di cittadinanza, che devono essere legati alla persona, nella sua integralità, oltre le origini di ciascuno.

In questo contesto si inseriscono le dichiarazioni del Presidente della Camera, Gianfranco Fini, al Convegno annuale di studi delle Acli quando ipotizza opportune modifiche allo ius soli affermando che ”Se penso all’Italia di domani, sento potenzialmente “più italiani” i recenti campioni europei juniores di cricket, uno sport poco tradizionale da noi - sono tutti figli di pakistani, bengalesi, indiani, ma vivono qui, studiano qui, vanno a scuola qui, hanno vestito l’azzurro, hanno cantato l’inno, si sentono già italiani oggi (…) dei nipoti di quei nostri emigranti che a centinaia di migliaia bussano alle nostre ambasciate a Buenos Aires e Brasilia, per chiedere la cittadinanza italiana, avendo cognomi come Rossi, Marchi etc, ma non parlano una parola della nostra lingua, se gli chiedi chi è più a nord tra Palermo e Trieste non lo sanno - De Gasperi per loro è lo stopper di qualche squadra di calcio - e chiedono la cittadinanza, non perché si sentono figli di una patria comune, ma perché con un passaporto di un Paese dell’Unione è più facile, per esempio, entrare negli Stati Uniti, grazie a uno ius sanguinis”.

Ero presente a Perugia, al convegno delle ACLI - l’organizzazione in cui sono impegnato da decenni - quando è intervenuto il Presidente Fini e considerando le sue parole nel contesto generale in cui sono state pronunciate se ne deduce che certamente non ha inteso affermare che non bisogna riconoscere la cittadinanza ai discendenti italiani in nome dello ius sanguinis ma semplicemente afferma che è doveroso riconoscere l’accesso alla cittadinanza, aggiornando le attuali regole, anche ai nuovi italiani.

Bisogna prendere atto, infatti, che la società è profondamente mutata e di conseguenza la civile convivenza ha bisogno di regole aggiornate ispirate ad una politica inclusiva, anche tramite lo strumento della cittadinanza ed in primis le modalità di accesso ad essa, tenendo conto che ci sono tanti “futuri italiani”, figli di stranieri ma nati in Italia e che sentono il nostro Paese come la loro terra, come qualcosa che ha contribuito in maniera inequivocabile a formare la loro identità.

Pertanto, conformemente alla tendenza in essere tra gli ordinamenti, in seguito alle riflessioni innescate dai problemi connessi ai processi migratori bisognerebbe avviare una riforma che contempla una combinazione del principio dello ius soli e dello ius sanguinis.

Il nostro Paese, con la legge 91/1992, ha dato risposta a bisogni decennali rafforzando il carattere ereditario della cittadinanza manifestando (finalmente) attenzione agli italiani all’estero e ai loro discendenti,  senza però prestare attenzione alle trasformazioni che già allora si intravedevano. L’Italia, infatti, da Paese di emigrazione è diventato, progressivamente, Paese oggetto di immigrazione; ne è derivata una trasformazione del contesto sociale di partenza con la necessità di regole nuove ed aggiornate ai tempi. Soltanto con politiche di tale ispirazione si potrà favorire una adeguata integrazione, coniugando legalità e solidarietà.

Infatti la cittadinanza rappresenta il valore simbolico non solo dell’appartenenza ad una comunità o ad un gruppo, ma anche dell’inclusione nella prospettiva di una partecipazione attiva al conseguimento del bene comune.

E’ necessario avviare una riflessione politica, e dobbiamo ringraziare Fini e le Acli che ne hanno dato l’input, affinché si arrivi ad una riforma della cittadinanza capace di colmare la scollatura tra il Paese “reale” e la sua rappresentazione giuridica in modo che vi sia una più equa fruizione dei diritti ed un adeguato esercizio dei doveri. E’ una battaglia di civiltà, dobbiamo avere la consapevolezza che vale la pena combatterla per il bene di tutta la società e della persona umana. Le proposte di modifica alle norme sull’acquisizione della cittadinanza fatta dal Governo Prodi andavano in questo senso, è arrivato il momento di riprenderne il filo conduttore. (Franco Narducci -La Voce d’Italia/Inform)


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