INTERVENTI
Rino Giuliani: Attualità del pensiero di
Fernando Santi
ROMA - Fernando Santi è stato fra i più importanti esponenti
del sindacalismo italiano, Nato nel 1902 è morto nel 1969. Segretario aggiunto
della CGIL dal 1947 al
Scrive Santi il sindacato "è fatto di
uomini, di uomini come noi, esattamente, con opinioni politiche diverse o senza
opinione, l'animo aperto a suggestioni mutevoli, con timori e speranze. Uomini
che talvolta marciano a passo diseguale ma che comunque vogliono andare avanti,
che ogni giorno acquistano coscienza della loro condizione e della necessità
di mutarla". Certo non da soli sottolinea Santi ma "pur nella
nostra autonomia, con il concorso di tutte le forze socialmente avanzate ovunque
esse si trovino collocate, all'opposizione ed al governo".
Come non pensare al fatto che nelle regioni del
nord d'Italia sono migliaia i lavoratori iscritti alla CGIL che in politica
danno il loro consenso alla Lega Nord ma che per la difesa dei loro diritti
seguitano a riconoscere nella CGIL lo strumento di rappresentanza verso
datori di lavoro e istituzioni. Anche oggi accettare la descrizione che Santi
da della composizione sociale del sindacato , di ogni sindacato, costituirebbe
una premessa naturale per uno sviluppo di autonomia e unità dei lavoratori
e del sindacato. "Autonomia ed unità", non a caso, come il titolo
di una mozione congressuale della CGIL che vide come primo firmatario
Piero Boni un altro grande dirigente unitario, aperto, libero e
combattivo. La storiografia più avvertita riconoscerà anche il forte ruolo
di Santi nel proporre e nel porre in essere il Patto del Lavoro del quale
fu massimo artefice Di Vittorio così come nell'azione negoziale rivolta
a chiedere ai governi di centrosinistra vere riforme strutturali per tutto
il periodo, tra il 1956 e il 1964, che precede l'avvio di politiche di
programmazione volute dalla sinistra al governo e dalla CGIL. Santi,
malato, esce dalla CGIL, in occasione del VI° Congresso dell'organizzazione
sindacale nel 1965 tenutosi in Bologna. Gli anni della sua permanenza
alla direzione del sindacato hanno lasciato un segno non cancellabile nella
natura e nella organizzazione del suo sindacato.
E tuttavia accedendo al sito dell'associazione per il
centenario della CGIL dal quale si può conoscere quello che si è fatto
per degnamente ricordare la vicenda del più grande sindacato italiano, non si
trova quasi traccia riferibile ad una iniziativa adeguata
o minima per ricordare Santi . Si è commemorato, a ragione, tanto e tanti che
hanno costruito nel tempo il sindacato e tuttavia una rimozione collettiva di
memoria del gruppo dirigente oppure una sorta di autocensura
ha decretato la scomparsa di Santi dalla stesura della storia della
CGIL. Il suo tuttavia è anche un lascito di idee che i dirigenti attuali
dovrebbero avere la responsabilità di traghettare nel futuro proprio perché
attuali, intrinseche ad una idea di sindacato del quale oggi il paese ha bisogno.
Santi propone un'idea di sindacato che nella sua
azione faccia perno sul concetto di "riformismo", ponga al centro
l'uomo("l'uomo è il fine di tutte le cose"), sia uno "strumento
naturale di democrazia". La democrazia per Santi va perseguita
nel quadro di una "autonomia" praticata rispetto sia alle
forze economiche che ai partiti politici. Scrive Santi:"L'esigenza
della autonomia effettiva del sindacato, così come la sua unità, nasce dalla
necessità del sindacato di non delegare ad altri quelli che sono i suoi compiti
naturali. Di non soggiacere alla pressione padronale, alle esigenze politiche
di questo o quel partito, di questo o quel governo. L'autonomia del sindacato
trova concreta espressione nella sua politica che deve partire dalla realtà
obiettiva dei rapporti di lavoro, delle esigenze dei lavoratori e della collettività
popolare nazionale" […]. Una concezione "gradualistica",
fondata sulla "sicura conquista di ogni giorno". Santi scrive: Il
sindacato "ogni giorno direi deve conquistare qualche cosa, ecco perché
dobbiamo rifuggire da sterili impazienze come da abbandoni colpevoli. Io credo
nella sicura conquista di ogni giorno, credo nella necessità di trasferire nel
costume, negli ordinamenti, nelle leggi, le conquiste operaie perché siano salvaguardate
e diventino patrimonio civile di tutta la società nazionale. Non possiamo rinunciare
per un malinteso senso di autonomia, a chiedere allo Stato quello che uno Stato
democratico ha il dovere di fare nei confronti dei lavoratori".
Una concezione "riformista", infine che ha
un orizzonte contrattuale che tuttavia non è il vincolo esclusivo, il fine unico
ed ultimo del sindacato in quanto l'azione va rivolta anche alle riforme necessarie
al paese, deve incidere sulle "strutture" del paese modificandole
nell'interesse dei lavoratori e nell'interesse generale, secondo i principi
della giustizia sociale e della redistribuzione equa delle risorse e,
si potrebbe aggiungere oggi delle opportunità. Oggi che i lavoratori sono costretti
a prendere atto del bassissimo livello di unità d'azione fra le organizzazioni
sindacali ci si accorge anche di quanto insufficiente sia l'autonomia
delle stesse al punto che affiancamenti o sostegni, più o meno organici,
a forze politiche e schieramenti elettorali, purtroppo sono andati
di pari passo con la sempre più ridotta capacità di condizionare i decisori
istituzionali, ai vari livelli. Santi è profondamente convinto del valore della
Costituzione e dell'articolo cardine, l'art.1 con il quale la stessa si apre.
Santi scrive: "
Una cultura politica revisionista intervenuta in diversi
ambiti, ritiene quest'articolo conseguenza del presunto orientamento comunista,
sovietizzante in sede costituente e sarebbe pronto a sostituirlo ponendo come
centrale non il lavoro ma 'l'Impresa" . Un rinvio al
commento alla Costituzione scritto da N. Bobbio come testo per le scuole italiane,
eviterebbe agli interessati revisionisti di spararle così grosse sul citato
art. 1. Oggi , tuttavia, c'è da chiedersi quali forze politiche hanno
voglia o sono oggi in grado di argomentare a sostegno della difesa dell'art.1
della Costituzione riprendendo le ragioni avanzate da Fernando Santi? Quanti
nei sindacati, parimenti, sono oggi disposti a motivare in eguale modo il suo
mantenimento? Fernando Santi è stato un socialista, segretario della Federazione
giovanile socialista dopo la scissione comunista del1921, dirigente di rilievo
del PSI e parlamentare per quattro legislature. Santi aveva fatta
propria la cultura socialista preesistente al fascismo, riformatrice,
pragmatica, non massimalista o ideologizzata così come l'aveva conosciuta nella
grande scuola delle lotte sociali democratiche a partire da quelle del parmense
e della sua Emilia-Romagna. L'aveva praticata ancora nel
Dice Santi, non a caso: "credo nella autonomia
del sindacato in qualsiasi tipo di società civile, anche nella società socialista".Quelle
idee di "riforma" che erano state rielaborate in seguito
anche dagli azionisti in chiave tecnocratica e che ritorneranno anche
con Riccardo Lombardi, Santi le afferma nel sindacato e nel partito. Lombardi
e più tardi Giolitti delineano la loro idea di società per la cui trasformazione
fondamentale è il ruolo regolatore dello stato, Santi, sindacalista, nei suoi
scritti pone l'accento piuttosto sul valore dell'autonomia, sul fatto
che le riforme devono maturare e crescere dalla società civile, devono
essere capaci di suscitare, mentre le si prospetta, un vero e proprio
agire di senso collettivo. Attraverso i corpi intermedi, soprattutto attraverso
i sindacati, tale domanda di riforme deve poter arrivare a quell'istituzione
che, sola in una democrazia rappresentativa, è legittimata ad attuarle, cioè
al Parlamento.
Oggi vediamo correre seri rischi di divenire
mera sovrastruttura quel Parlamento, che Garibaldi affermava essere la
sede più alta della rappresentatività, ridotto com'è a locale nel quale
maggioranze parlamentari legiferano anche a prescindere da quello che la società
italiana chiede e di cui avrebbe bisogno. L'opposizione parlamentare non
svolge un ruolo né propositivo alternativo e di controllo, né di
assunzione di corresponsabilità come avviene nelle grandi coalizioni
parlamentari. La responsabilità delle OO:SS in questo quadro è grande in termini,
di obbligata sostituzione del ruolo di altri soggetti collettivi. L'autonomo
agire di un movimento sindacale a guida unitaria darebbe più forza al sindacato
in una fase nella quale ricadono sulle sue spalle pesi che altri non sono in
grado di sostenere o che hanno deciso di non sostenere.
I parlamenti hanno ancora un ruolo importante come è
importante che la loro vita sia scandita da regole democratiche rispettose della
Costituzione. Non è in fondo così vero che nell'epoca delle globalizzazioni
i decisori nella sfera politica non siano più i parlamenti ma i mercati internazionali
se poi per affrontare le conseguenze della recente crisi dei sistemi finanziari
si è fatto di nuovo ricorso alle decisioni dei governi e dei parlamenti nazionali
ed ai soldi di tutti i cittadini. Nella CGIL con Fernando Santi e poi
successivamente, per un periodo lunghissimo, le distinzioni e le
divisioni tra "socialista" e "comunista", avevano toni ed
accenti differenti da quelli fuori dal sindacato fra i militanti
dei due partiti. Si pensi agli orientamenti assunti dalla CGIL sul
Piano del Lavoro, al giudizio sulla programmazione economica dei governi di
centrosinistra, alla costruzione dell'Europa, all'uscita dalla Federazione Sindacale
Mondiale (F.S.M.) , al taglio ed ai contenuti profondamente unitari dei temi
e delle mozioni congressuali .
Oggi le componenti esistono ancora , si chiamano
con altri nomi,sono il riflesso marcato di appartenenze di partito e sono molto
attive nella definizione degli assetti dei gruppi dirigenti, ma
molto meno nella prospettazione di idee forti da mettere a disposizione
di un dibattito interno unitario.
Vi è stato, qualche anno fa, un breve periodo nel quale,
contraddicendone la storia, dall'interno della CGIL venne addirittura avanzata
l'idea di costituirsi in partito dei lavoratori. Il ruolo del sindacato, al
contrario, dovrebbe essere quello di corpo intermedio, produttore
di forme di legittimità che integrano ed allargano le forme di una "statualità"
che sta perdendo sempre più peso attaccata com'è da forze di governo
che, al nord ed ora anche al sud, la delegittimano continuamente preferendole
un autonomismo oltre
Le riforme devono essere decise dal Parlamento ma per
evitare che si seguiti equivocando nell'attribuzione del termine "riforme"
a provvedimenti che tali non sono, quello che il governo attuale chiama
il riformismo e che oggi è l'effetto di indirizzi "octroyès",
deve ritornare ad essere un riformismo che deciso nel Parlamento,
non potrà che essere "dall'alto" ma che va costruito attraverso
lo stimolo proveniente da una serie di corpi intermedi, e tra questi del
sindacato italiano. I punti di connessione tra il livello legislativo-parlamentare
e quello di base non lo possono garantire né le primarie "all'italiana"
impensate all'epoca di Santi né i partiti liquidi né il "caudillismo"
anch'esso "all'Italiana" che, malgrado la lezione di Gino Germani
al riguardo, seguita a sedurre molti che vedono nel populismo la scorciatoia
per uscire dagli eccessi di una occupazione del potere da parte di incontrollate
burocrazie dei partiti.
Le OO.SS, non dovrebbero confidare, separatamente
o insieme, sull'affiancamento ai "partiti amici" o, come diceva Santi,
delegare il proprio ruolo ai partiti.. Essi dovrebbero smettere di porsi, fra
di loro, sul terreno concorrenziale ma discutere, e non solo nei gruppi dirigenti,
e facendo esprimere gli iscritti, con un governo unitario delle regole,delle
modalità Solo tornando ad essere sindacato autonomo "protagonista
sociale", come affermato dalla CGIL al congresso di Bari, è
possibile dare concretezza alle idee di Fernando Santi. Non è infatti
da considerare inattuale l'idea di un sindacato inteso oltre che soggetto contrattuale
come soggetto impegnato a suscitare la partecipazione alla democrazia ed alla
cittadinanza (anche dei molti immigrati), per questo aperto ad accoglierli.
anche nei livelli di responsabilità, insieme a figure sociali nuove (come
è accaduto con i precari), risultato delle trasformazioni di quelle "strutture"
economiche sul cui governo abbiamo poco inciso e su quelle sociali, culturali
e mentali, che a 40 anni dalla morte di Santi mostrano tutta la loro attualità.
Con la prossima stagione dei congressi sindacali non
è possibile escludere che possano accentuarsi gli elementi di criticità e che
l'occasione della scelta dei gruppi dirigenti possa divenire il terreno di scontri
di persone, in grado di vulnerare il ruolo insostituibile dei sindacati. Per
il bene dei lavoratori e nell'interesse generale dei cittadini è auspicabile
che l'appello di Fernando Santi all'unità del suo sindacato, del movimento sindacale
e dei lavoratori possa essere raccolto da tutti coloro che hanno un ruolo da
svolgere in tale possibile, necessaria prospettiva. (Rino Giuliani*-Inform)
* Vice presidente
dell'Istituto F. Santi