STAMPA ITALIANA PER L’ESTERO
Dal
“Messaggero di sant’Antonio”, ottobre 2009
Quattro
chiacchiere con il giornalista Beppe Severgnini
“Italians” si diventa
Un forum, un libro, una serie di incontri
a base di pizza. Alla scoperta della comunità dei nuovi connazionali all’estero,
così come l’ha fotografata il redattore del «Corriere della Sera»
Una volta era stato lui a chiederlo a Indro Montanelli: «Chi
sono gli italiani?» Il maestro, come suo solito, non ci era andato tanto per
il sottile: «Siamo inaffidabili, poco leali. Però sappiamo stare in piedi come
nessun altro». Ora siamo noi a girare a Beppe Severgnini l’interrogativo. Anche
se non parliamo di italiani, ma di “Italians”. Già, quelli con la “I” maiuscola,
forse non solo per via della dizione anglofona. A tutti loro – studenti Erasmus,
ricercatori emigrati per scelta o per necessità, professionisti affermati e
gente comune – il giornalista del Corriere della Sera, noto per i suoi viaggi
all’estero e per i suoi “interismi”, ha dedicato un forum, un libro, una serie
di incontri. E adesso anche un film. Lo dirigerà il regista Giovanni Veronese,
che gli ha chiesto in prestito il nome «Italians», che è un marchio registrato.
Chi sono gli «Italians»
e perché sono così importanti?
«Li ho chiamati «Italians» perché è il nome con cui ci conoscono
nel mondo e siccome la lingua la lingua del mondo è l’inglese era un modo per
semplificare. Si tratta della nuova emigrazione italiana che è un’emigrazione
professionale. Si parte dallo studente “Erasmus” fino al ricercatore, al dirigente
d’azienda. Ad «Italians» ho dedicato il forum nel 1998, la rubrica del «Corriere»
nel 2000, il libro recente e le “pizze”».
Già, so che state
per toccare quota 100?
«Siamo arrivati a 93 e l’ultima è stata “Atlanta”. Quando sono all’estero in una città
nuova invito tutti quelli che seguono il forum a mangiare una pizza tutti insieme
e siamo da
E qualche volta avete anche dei commensali illustri…
«Ci sono personaggi insospettabili. Dico due nomi: il capo
mondiale di “Vodafone”, Vittorio Colao è un «Italian» della prima ora, ha sempre
seguito il forum. Diego Piacentini, che è uno dei capi di Amazon.com. Però non
è un posto per persone importanti o note. Ci sono anche loro, ma hanno il trattamento
di tutti gli altri, studenti, professori, ricercatori, ristoratori e commercianti
che vogliono raccontare la loro Italia vista da lontano e le loro esperienze
in giro per il mondo».
Come si stanno organizzando questi nuovi italiani all’estero?
«Credo che non si stiano organizzando. Non esiste una presenza
politica o culturale degli italiani all’estero anche perché non è più la vecchia
emigrazione per necessità che aveva, in qualche modo, bisogno di riunirsi per
trovare forza, per trovare voce. Questi «Italians» come li chiamo io, questi
nuovi italiani è un’emigrazione per scelta. Qualche volta è una scelta un po’
amareggiata perché uno che va via dalla patrie università italiane – lo stiamo
leggendo sui giornali spesso – non va via contento. Però, diciamo, non va via
con la valigia di cartone perché ha fame e deve mantenere la famiglia. Va via
per migliorare, per migliorare e quindi molti sono autosufficienti, ecco perché
è così difficile riunirli e raccoglierli. Funzione «Italians» è un posto totalmente
libero che rispetta l’individualità della gente, questi hanno personalità con
i “controfiocchi” non voglio appartenere al club delle “Giovani marmotte”».
Eccellenze del “made in Italy”. Però esportiamo anche dell’altro.
Roberto Saviano, per citare il caso più emblematico, lo sta mettendo in “piazza”,
talvolta ricevendo critiche…
«Penso che le critiche siano totalmente immotivate. Io penso
che la migliore forma di amore di Patria sia essere onesti con se stessi. E’
una citazione di Barzini ma vale ancora oggi. Credo che ci sia poco da nascondere
ma purtroppo la criminalità organizzata, la mafia in Sicilia, la camorra è attraente
per il pubblico del mondo, poi naturalmente rimane ipnotizzato da questi orrori,
poi ci irride e ci disprezza perché non abbiamo saputo correggerli. Quindi è
un dramma vero ma nasconderlo sotto il tappeto come vorrebbe fare qualcuno è
sbagliato. Devo anche dire che ci sono italiani che fanno cose meravigliose
nel mondo e che compensano tutto questo».
E sulla stampa italiana all’estero?
«Credo che queste pubblicazioni abbiano una fortuna e un rischio.
La fortuna è quella di una lingua che la gente impara per piacere e per amore,
l’inglese si impara per necessità. Il rischio di chi fa informazione in lingua
italiana nel mondo è questo: di diventare un po’ parrocchiale. Parrocchiale
è un aggettivo un po’ ingiusto ma rende l’idea che riguarda un gruppo di persone
limitato. Il rischio è poi che si creano, come purtroppo accade, questi piccoli
gruppi, le fazioni, questo contro quello, il giornale viene usato per andare
contro quell’altro, ci sono i “microcapi” – l’effetto Kurtz -. Leggete il bellissimo
«Cuore di tenebra» di Conrad. Nel mondo italiano sul pianeta accade ogni tanto,
magari in posti anche piccoli, ci siano dei personaggi italiani che anche grazie
ai giornali si siano creati e vivano in questo mondo, si siano creati questa
strana illusione di essere importantissimi quando in realtà non lo sono. Io
penso che internet sia utile perché elimina un po’ queste cose e «Italians»
infatti non ha una forma scritta, a parte il libro, ma è accessibile
da tutti, è libero, è fresco, si può chiudere, usare a scuola per studiare italiano
– so che lo fanno in molti in giro per il mondo –. Ecco, internet serve per
aprire le finestre, l’italiano e gli italiani mi piacciono meno quando le finestre
le tengono ben chiuse e alla fine la stanza sa un po’ di muffa».
Sembra una metafora della crisi migratoria attuale. Cosa può
imparare l’Italia di oggi, quella degli sbarchi nel canale di Sicilia, dagli
“Italians” che salparono anni fa?
«Ci dovrebbero insegnare a essere generosi, comprensivi e
a guardare con un po’ di lungimiranza alle cose che accadono. Tutto questo però
non vuole dire sottovalutare le difficoltà e i pericoli che l’emigrazione incontrollata
provoca. Io penso che l’immigrazione nel XXI Secolo sia diversa dal XX e dal
XIX Secolo. Troppo spesso, oggi, offriamo poco. Quello che non capisco è perché
un bambino che nasce in Italia non sia automaticamente italiano. In America,
per esempio, questo è concesso. Dall’altro lato bisogna essere più attenti e
rigorosi perché non c’è alcun dubbio che alcuni Paesi hanno esportato troppa
criminalità in percentuale al numero di emigrati. La sciatteria con cui noi
italiani facciamo osservare le leggi, la lentezza dei nostri processi, la farraginosità
delle nostre procedure fanno sì che un malintenzionato di qualsiasi nazionalità
trovi in Italia terreno fertile. Perché tanto si chiacchiera e non succede niente.
Dovremmo essere severi con i furbi ma generosi con i deboli. Invece a me sembra,
come al solito, che stiamo facendo il contrario».
Qual è la comunità
italiana che l’ha colpita di più?
«Quella in Italia, la comunità in Italia con i potenziali,
quelli che hanno visto la nostra difficoltà a migliorare. Noi negli ultimi cinquant’anni
siamo migliorati molto. Però ci manca lo scatto per essere veramente alla pari
con i grandi Paesi europei con cui noi ci confrontiamo,
Però, magari, trova lavoro e gratificazione…
«Sì. Dobbiamo stare molto attenti perché stiamo perdendo un’intera
generazione. I ragazzi dal Sud vengono al Nord. Oppure dal Sud, dal Centro e
dal Nord vanno direttamente all’estero. Questa generazione rischia di non tornare.
Sono i miei “Italians”, ragazzi nati per lo più negli anni Ottanta. Se ce li
lasciamo scappare, siamo veramente dei pazzi. (Gilberto Mastromatteo-Messaggero di sant’Antonio
edizione italiana per l’estero/