INFORM - N. 171 - 18 settembre 2009


AFGHANISTAN

Intervista de “La Discussione” al sottosegretario agli Esteri Mantica: “Siamo truppe di pace che imbracciano le armi”

 

ROMA - Il velo di ipocrisia sulla natura della missione italiana in Afghanistan Alfredo Mantica, sottosegretario agli Esteri, l’ha sollevato da tempo. E, a poche ore dal sanguinoso attentato in cui hanno perso la vita sei paracadutisti della Folgore, a causa dell’esplosione di un’autobomba nel centro di Kabul, dichiara che «non vanno riviste le regole d’ingaggio, quanto piuttosto va ricordato che siamo in quel Paese non tanto come truppe di peace-keaping (mantenimento della pace), ma di peace-forcing», ovvero con degli uomini impegnati in operazioni di pacificazione condotte da una forza.

E’ ancora fresca la proclamazione di Hamid Karzai a presidente dell’Afghanistan - con poco più dei 54 per cento dei voti e 1,5 milioni di schede sospette secondo gli osservatori internazionali - e l’Italia paga subito un pesantissimo tributo.

«Sì, siamo stati colpiti noi, ma è un attacco diretto alla forza multinazionale Isaf che testimonia la debolezza politica afghana. Un evento con cui i terroristi hanno voluto far sapere che, anche dopo il voto di agosto, non cambia nulla per loro. Una situazione di estrema fragilità dimostrata anche dal fatto che la deflagrazione è avvenuta nel centro della capitale, ai limiti della zona verde, nel cuore dell’area protetta di Kabul».

Cosa dovrebbe fare, adesso, il presidente Karzai?

«Innanzitutto prendere atto della realtà uscita dalle urne: non si può governare con una percentuale come quella che gli viene attribuita. Il capo dello Stato dovrebbe intraprendere la strada della grande coalizione, allargata agli altri soggetti che hanno partecipato alle votazioni. Una sorta di governo di salute pubblica, insomma. L’Afghanistan, adesso più che mai, ha bisogno di incamminarsi sulla strada della normalizzazione, della stabilità. Servono investimenti che ne permettano lo sviluppo economico, così come - e l’Italia lo sta facendo, grazie all’invio di centinaia di uomini - occorre rafforzare ed addestrare adeguatamente l’esercito locale».

Per le famiglie dei soldati che hanno perso la vita è il momento del dolore. Cosa si sente di dire loro?

«Guardi, vorrei che i familiari dei nostri militari rimasti uccisi nell’attacco ricordassero che i loro ragazzi erano bene addestrati per svolgere il loro compito in uno scenario complesso come quello afghano. E ho in me la convinzione che le famiglie sapessero quanto erano orgogliosi di essere dei soldati».

Ma le condizioni di sicurezza, appunto, si dimostrano sempre meno affidabili. È per questo che c’è chi, come Francesco Storace invita a rivedere le regole d’ingaggio...

«È un momento di grande dolore, e credo di poter registrare in tutte le forze politiche un atteggiamento responsabile in cui nessuno strumentalizza quanto accaduto. Ci deve essere un salto di qualità politico, in Afghanistan, come sostiene anche l’Unione europea». (Simona D'Alessio-La Discussione)

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