INFORM - N. 170 - 17 settembre 2009


RASSEGNA STAMPA

Da “Il Riformista”, 16.9.2009

Intervista al Sottosegretario Mantica: «Solo unita la Ue potrà essere forte con gli ayatollah»

 

ROMA - Sarà con ogni probabilità la Turchia ad ospitare lo storico negoziato del prossimo 1° ottobre tra il Gruppo dei 5+1 e l’Iran, organizzato per provare a sbrogliare la matassa del nucleare iraniano e di alcune aree di crisi mediorientali. Ieri a Bruxelles Javier Solana, che sarà a capo della delegazione che medierà con Teheran, si è detto speranzoso di riuscire ad ottenere il più possibile dai negoziati, eludendo con fermezza domande riguardanti le sanzioni. Si sono svolti sino a ieri, nella capitale belga, i lavori del Consiglio esteri dell’Ue, dominati dal dossier Iran. Il sottosegretario agli Esteri italiano, Alfredo Mantica, in sostituzione del ministro degli Esteri Frattini, è stato al tavolo con gli altri capi delle diplomazie dei 27 e tra una riunione e l’altra ha conversato telefonicamente con Il Riformista.

Sottosegretario come è andata la cena di lavoro che aveva nell’Iran il suo piatto forte?

«E’ andata bene da un punto di vista strettamente politico. Si è discusso ovviamente della grande novità di questo importante incontro del prossimo 1° ottobre, ma anche della condizione di non libertà dell’assistente universitaria francese Clotilde Reiss e di un impiegato locale dell’Ambasciata britannica. Su questo problema, ancora aperto, c’è una ferma presa di posizione di tutti i paesi dell’Ue. Non può essere accettato che persone straniere, o che lavorano in ambasciate, possano essere vessate dalla giustizia iraniana. Questo è un problema politico da non sottovalutare, che potrebbe dar vita, qualora non si modificasse la situazione, a reazioni e risposte diplomatiche da parte dei 27 paesi dell’Ue. Si è discusso poi dei vari temi presenti sul tavolo del negoziato, dopo aver appreso della ferma volontà iraniana di non discutere della questione nucleare. La prossima visita di Ahmadinejad alle Nazioni Unite ci ha inoltre portato a concordare una norma di linguaggio comune, da cui possa scaturire un atteggiamento univoco dei 27, fermo su dei comuni principi e su un unico indirizzo. Di sanzioni non si è assolutamente parlato, rinviando il tutto a dopo l’esame dei risultati del vertice del 1° ottobre».

C’è stata unanimità tra i 27 nelle reazioni su questo vertice?

«Credo che possa rispondere a questa domanda sia con un Si, che con un No. Voglio essere chiaro. Ascoltando i singoli interventi dei rappresentanti di ciascun paese membro, si sono avvertite sensibilità diverse. Posso dirle che c’è un mondo del nord Europa che ha più predisposizione a sperare che da questo incontro possa venire qualcosa di diverso da quello che c’è scritto nella lettera consegnata da Mottaki ai 5+1. Altri paesi, a cominciare da Gran Bretagna e Francia, e tra i quali inserisco anche l’Italia, ritengono invece che il risultato di questo incontro possa essere solo una precisa fotografia delle posizioni iraniane già note, e ben chiarite, nel loro pacchetto. Tutti, unitariamente, hanno però sospeso il loro giudizio sulla questione, rinviandolo a dopo il negoziato. Francia e Gran Bretagna, maggiormente coinvolte per le questioni ricordate prima, sono le più convinte che la Repubblica Islamica dovrebbe assumere da subito, almeno sui diritti umani, un atteggiamento consono a quelle che sono le regole della comunità internazionale».

Dispiace che l’Italia non sia seduta a questo tavolo? Che ruolo avrete?

«Per quanto ci riguarda svolgeremo un compito simile a quello dei tedeschi. Come loro abbiamo importanti rapporti economici con quel paese, che non hanno subito modifiche in questo periodo. Il nostro ruolo sarà capire esattamente quali prospettive può e deve avere l’Italia nel rapporto bilaterale e quali conseguenze può e dovrà avere in rapporto con le decisioni della comunità internazionale. Beh, è poi evidente il nostro ritenere più giusto che sia l’Europa nel suo complesso a dialogare con l’Iran e non questo strano formato, il Gruppo dei 5+1, nato molto tempo fa senza aver ottenuto sino ad ora grandi risultati concreti. Sono convinto che se l’Europa fosse rappresentata da un solo un giocatore, risulterebbe decisamente più forte anche nei confronti dell’Iran. Immaginate per esempio, di fronte ad un aggravamento della crisi diplomatica, che tipo di impatto potrebbero avere atti come la chiusura di 27 ambasciate in Iran, rispetto a due o tre. Se l’Europa continuerà a presentarsi così divisa ai negoziati, alla fine probabilmente l’unico giocatore che si alzerebbe dal tavolo vincente sarebbe l’Iran. Potrebbe facilmente rivendicare il successo di essersi seduto a dialogare, alla pari, con i sei grandi della terra. In questo caso cominceremmo forse a parlare di un nuovo gruppo: il 6+1». Francesco De Leo-Il Riformista del 16 settembre 2009)

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