STAMPA PER GLI ITALIANI ALL’ESTERO
Dal
“Messaggero di sant’Antonio”, settembre 2009
Memorie scolpite nel marmo
Una scultura ricorda il lavoro degli Italiani
nel Saarland
A colloquio con lo scultore
SAARBRÜCKEN -
La definiscono una «cattedrale del lavoro». E in effetti sono migliaia gli operai
italiani che, dal
A ricordarli oggi,
negli spazi della Völklinger Hütte, c’è una lastra di marmo di Carrara nella
quale l’artista partenopeo
Tecniche di lavorazione
antiche, di cui
Da sempre questa terra si caratterizza come terra d’emigrazione, ma anche d’immigrazione. È una regione dove ci sono grandi porti, da cui la gente arriva e parte per i più svariati Paesi. Anche a livello inconscio, il confronto con l’emigrazione è quotidiano. Però, l’elaborazione di questo tema in chiave artistica non può essere casuale. L’opera di un artista è sempre frutto di un ragionamento, anche quando è astratta e apparentemente fortuita. La sua riuscita è sempre frutto di un progetto. In questo caso – quello relativo alla struttura di Völklingen – devo dire che mi è stato espressamente richiesto di elaborare un’opera avente come soggetto l’emigrazione.
Qual
è il percorso che l'ha portata ad affrontare questo tema?
Un percorso d’osservazione e di studio, ma anche di coinvolgimento personale. Io sono cresciuto con i racconti del mio nonno paterno, il quale aveva vissuto quasi un decennio negli Stati Uniti, ai primi del Novecento. Le sue erano storie fantastiche e piene di miti. Poi, durante i miei primi viaggi di lavoro in America, così come in Francia, Germania e Spagna, mi capitava spesso di incontrare corregionali e connazionali che mi proponevano le loro storie, i loro destini e, talvolta, i loro miti.
Perché
è stata scelta l’acciaieria di Völklingen, nel Saarland?
Bisogna specificare
che si tratta di un’«ex» acciaieria. Un complesso di vari chilometri quadrati,
ormai inattivo e, pertanto, trasformato in un grande museo, tanto che dal 1994
è stato di
Arte
ed emigrazione. È possibile unire queste due realtà?
L’Arte si unisce con tutte le realtà, è frutto della realtà e crea a sua volta delle realtà nuove. L’Arte non è la fotocopia della realtà, ma l’interpretazione soggettiva delle cose reali che hanno sempre mille volti, mille lati e infinite angolature tutte diverse e mutevoli. Proprio come l’emigrazione: innumerevoli destini, innumerevoli volti e infinite sfaccettature. Differenti e mutabili.
Ciò vale anche per l’arte in rapporto con l’ambiente o con la società?
Ciò vale per tutti gli aspetti della vita presente e passata, materiale e spirituale. Per secoli gli artisti sono stati al servizio di capi di Stato, condottieri e guide religiose, con il compito di interpretare, in chiave artistica, i pensieri delle loro dottrine. Con dura fatica, e a caro prezzo, l’arte ha conquistato la libertà di cui ha bisogno per scegliere liberamente i propri spazi. Spazi infiniti e universali.
Ci sono
diverse opere cinematografiche, letterarie, teatrali e pittoriche che raccontano
l’emigrazione italiana. Come può la scultura affrontare e raccontare la storia
dell’«altra» Italia?
Nel Saarland, dove vivono oltre 25 mila italiani, tutti concordano nell’asserire che il lavoro italiano ha contribuito alla crescita del benessere e alla ricostruzione di questa parte della Germania, uscita dalla guerra mondiale con un grado di distruzione superiore all’85 per cento. Nel Saarland non esisteva una targa, una strada o un altro simbolo a ricordo del sacrificio, del coraggio, dell’onestà e della laboriosità di queste migliaia di uomini e donne che hanno onorato l’Italia, nel cuore dell’Europa. Se in futuro, davanti alla mia opera, si fermerà qualche visitatore dell’acciaieria-museo e, leggendo la targa «In onore del lavoro italiano nel Saarland», dedicherà un pensiero di riconoscenza agli emigrati italiani, avremo raggiunto lo scopo artistico, culturale e sociale che ci eravamo prefissati assieme al Consolato di Saarbrücken.
La pietra
e il marmo sono materiali familiari a generazioni di emigranti italiani. Basti
pensare agli scalpellini e ai marmisti operanti in ogni continente e periodo
storico. Ma anche il ferro e l’acciaio, come il legno e il cemento. La memoria
dell’emigrazione non potrebbe servirsi con più forza di questo retaggio?
Se guardiamo alle
capitali dei Paesi che hanno accolto gli emigrati italiani negli ultimi centocinquant’anni,
scopriamo tantissimi monumenti all’emigrazione realizzati in cemento e in acciaio:
i grattacieli, le case, le strade e le dighe, che un esercito di manovali italiani
hanno costruito in tutto
L’arte
può essere, tra l’altro, provocazione e meditazione. È anche un passo verso
l’integrazione tra immigrati e autoctoni?
Certamente. L’arte è catalizzatore, punto d’incontro e di comune riflessione. Un’opera dedicata all’emigrazione serve anche a provocare la riflessione su quel fenomeno sociologico e antropologico, umano e spirituale che è l’emigrazione. Immigrati e autoctoni diventano parte della stessa espressione dell’opera d’arte.
Racconterà
ancora l’emigrazione attraverso le sue opere?
Nel 2010 sarò
ospite dell’acciaieria-museo di Völklingen con una mia mostra personale. E non
è escluso che riemerga il tema del lavoro e dell’emigrazione. Il primo maggio