INFORM - N. 168 - 15 settembre 2009


STAMPA PER GLI ITALIANI ALL’ESTERO

Dal “Messaggero di sant’Antonio”, settembre 2009

Memorie scolpite nel marmo

Una scultura ricorda il lavoro degli Italiani nel Saarland

A colloquio con lo scultore Luciano Campitelli, autore dell’opera Intrecci, che il Consolato italiano di Saarbrücken ha deciso di donare all’acciaieria-museo di Völklingen

 

SAARBRÜCKEN - La definiscono una «cattedrale del lavoro». E in effetti sono migliaia gli operai italiani che, dal 1873 in poi, hanno versato il proprio sudore sugli altari dell’acciaieria di Völklingen, patrimonio culturale dell’umanità, uno dei maggiori siti dell’archeologia industriale nel mondo.

A ricordarli oggi, negli spazi della Völklinger Hütte, c’è una lastra di marmo di Carrara nella quale l’artista partenopeo Luciano Campitelli ha voluto scolpire una testimonianza legata a quella memoria. Donata all’acciaieria dal Consolato d’Italia di Saarbrücken, la scultura ricorda il «più italiano dei Länder tedeschi» e «come l’economia e la storia, nel Saarland, non possano rinunciare all’apporto italiano». Si chiama Intrecci e raffigura un nastro marmoreo che lega e unisce le diverse parti e la complessa struttura della creazione, a simboleggiare la storia sociale e culturale della regione, saldata dalla presenza e dal sacrificio dei migranti italiani.

Tecniche di lavorazione antiche, di cui Luciano Campitelli, nato a Napoli nel 1955, si è impadronito giovanissimo, lavorando nella bottega di famiglia, in collaborazione con il padre. Un’attività che è poi proseguita in proprio, sfociando in un percorso artistico che oggi fa dello scultore napoletano un’artista apprezzato nel mondo. Il critico Manfred Jene scrive, nel 1998, che il messaggio di Campitelli è «vibrazione, leggerezza e movimento». E lui, proveniente da tradizioni artigiane, mostra un rapporto immediato con la pietra, addomesticandola in nuove forme e significati. Con la mazzuola affronta e forma il marmo creando multiformi strutture, trasformando la resistenza e freddezza della roccia. Diverse sue opere fanno parte della collezione del Casoria Contemporary Art Museum e ha preso parte anche al Sacrarte di San Giorgio a Cremano. Ma negli ultimi anni la sua attività ha valicato i confini regionali e nazionali giungendo sino a San Pietroburgo, dove insegna, a Toledo e a Gersheim-Reinheim, dove ha partecipato a importanti manifestazioni.

La Campania è una delle regioni italiane maggiormente provate dall’emigrazione. È un caso che un artista campano dedichi un lavoro a questa realtà?

Da sempre questa terra si caratterizza come terra d’emigrazione, ma anche d’immigrazione. È una regione dove ci sono grandi porti, da cui la gente arriva e parte per i più svariati Paesi. Anche a livello inconscio, il confronto con l’emigrazione è quotidiano. Però, l’elaborazione di questo tema in chiave artistica non può essere casuale. L’opera di un artista è sempre frutto di un ragionamento, anche quando è astratta e apparentemente fortuita. La sua riuscita è sempre frutto di un progetto. In questo caso – quello relativo alla struttura di Völklingen – devo dire che mi è stato espressamente richiesto di elaborare un’opera avente come soggetto l’emigrazione.

Qual è il percorso che l'ha portata ad affrontare questo tema?

Un percorso d’osservazione e di studio, ma anche di coinvolgimento personale. Io sono cresciuto con i racconti del mio nonno paterno, il quale aveva vissuto quasi un decennio negli Stati Uniti, ai primi del Novecento. Le sue erano storie fantastiche e piene di miti. Poi, durante i miei primi viaggi di lavoro in America, così come in Francia, Germania e Spagna, mi capitava spesso di incontrare corregionali e connazionali che mi proponevano le loro storie, i loro destini e, talvolta, i loro miti.

Perché è stata scelta l’acciaieria di Völklingen, nel Saarland?

Bisogna specificare che si tratta di un’«ex» acciaieria. Un complesso di vari chilometri quadrati, ormai inattivo e, pertanto, trasformato in un grande museo, tanto che dal 1994 è stato dichiarato patrimonio universale dall’Unesco. La regione della Saar, insieme con il bacino della Ruhr, è stata per secoli una delle capitali della siderurgia mondiale. E in questo Land hanno lavorato migliaia di donne e uomini italiani. La mia opera è stata intitolata Verflechtungen, ovvero Intrecci, a simbolo dei legami umani sorti sui posti di lavoro e nell’acciaieria di Völklingen. Legami che, poco a poco, hanno dato vita allo spirito dell’odierna Unione Europea.

Arte ed emigrazione. È possibile unire queste due realtà?

L’Arte si unisce con tutte le realtà, è frutto della realtà e crea a sua volta delle realtà nuove. L’Arte non è la fotocopia della realtà, ma l’interpretazione soggettiva delle cose reali che hanno sempre mille volti, mille lati e infinite angolature tutte diverse e mutevoli. Proprio come l’emigrazione: innumerevoli destini, innumerevoli volti e infinite sfaccettature. Differenti e mutabili.

Ciò vale anche per l’arte in rapporto con l’ambiente o con la società?

Ciò vale per tutti gli aspetti della vita presente e passata, materiale e spirituale. Per secoli gli artisti sono stati al servizio di capi di Stato, condottieri e guide religiose, con il compito di interpretare, in chiave artistica, i pensieri delle loro dottrine. Con dura fatica, e a caro prezzo, l’arte ha conquistato la libertà di cui ha bisogno per scegliere liberamente i propri spazi. Spazi infiniti e universali.

Ci sono diverse opere cinematografiche, letterarie, teatrali e pittoriche che raccontano l’emigrazione italiana. Come può la scultura affrontare e raccontare la storia dell’«altra» Italia?

Nel Saarland, dove vivono oltre 25 mila italiani, tutti concordano nell’asserire che il lavoro italiano ha contribuito alla crescita del benessere e alla ricostruzione di questa parte della Germania, uscita dalla guerra mondiale con un grado di distruzione superiore all’85 per cento. Nel Saarland non esisteva una targa, una strada o un altro simbolo a ricordo del sacrificio, del coraggio, dell’onestà e della laboriosità di queste migliaia di uomini e donne che hanno onorato l’Italia, nel cuore dell’Europa. Se in futuro, davanti alla mia opera, si fermerà qualche visitatore dell’acciaieria-museo e, leggendo la targa «In onore del lavoro italiano nel Saarland», dedicherà un pensiero di riconoscenza agli emigrati italiani, avremo raggiunto lo scopo artistico, culturale e sociale che ci eravamo prefissati assieme al Consolato di Saarbrücken.

La pietra e il marmo sono materiali familiari a generazioni di emigranti italiani. Basti pensare agli scalpellini e ai marmisti operanti in ogni continente e periodo storico. Ma anche il ferro e l’acciaio, come il legno e il cemento. La memoria dell’emigrazione non potrebbe servirsi con più forza di questo retaggio?

Se guardiamo alle capitali dei Paesi che hanno accolto gli emigrati italiani negli ultimi centocinquant’anni, scopriamo tantissimi monumenti all’emigrazione realizzati in cemento e in acciaio: i grattacieli, le case, le strade e le dighe, che un esercito di manovali italiani hanno costruito in tutto il mondo, veri e propri monumenti al lavoro italiano. Per quanto riguarda il marmo, esso è materia prima e sinonimo della penisola in tutto il mondo. Tornando al valore simbolico e alla fusione arte-emigrazione, ogni materiale ha una sua ragione. L’importante è l’onestà e l’umiltà nell’approccio con il tema dell’emigrazione.

L’arte può essere, tra l’altro, provocazione e meditazione. È anche un passo verso l’integrazione tra immigrati e autoctoni?

Certamente. L’arte è catalizzatore, punto d’incontro e di comune riflessione. Un’opera dedicata all’emigrazione serve anche a provocare la riflessione su quel fenomeno sociologico e antropologico, umano e spirituale che è l’emigrazione. Immigrati e autoctoni diventano parte della stessa espressione dell’opera d’arte.

Racconterà ancora l’emigrazione attraverso le sue opere?

Nel 2010 sarò ospite dell’acciaieria-museo di Völklingen con una mia mostra personale. E non è escluso che riemerga il tema del lavoro e dell’emigrazione. Il primo maggio 2009, a Saarbrücken, ho raccolto tante espressioni di gratitudine, calore umano e commozione. È stato uno dei momenti più belli della mia carriera artistica, anche perché mi sono sentito vicino ai veri protagonisti e ispiratori della mia scultura. Una bella esperienza. E le belle esperienze si ripetono volentieri. (Luigi Rossi-Il Messaggero di sant’Antonio edizione italiana per l’estero/Inform)


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