PARTITI
Una
nota sul dibattito congressuale in corso nel Partito democratico all'estero
Stufi di scappare
ZURIGO - C’è una generazione di italiani che è cresciuta in un Paese diventato a metà degli anni ‘80 la quinta potenza industriale del mondo, le cui esportazioni sono cresciute in modo esponenziale negli anni ’90 il cui reddito procapite si è attestato sopra la media europea alla fine del secolo.
Quella stessa generazione non ha realizzato se stessa in quello stesso paese che un’immagine così fiera e grande di se per i suoi successi economici aveva dato negli anni ‘80 e ’90.
Questa generazione non ha vissuto le grandi opportunità che quel Paese sembrava stesse preparando per lei ma si è trovata a cercare fortuna altrove: la generazione di italiani forse più ricca della storia del Paese si è trovata come quelle che l’hanno preceduta a vivere l’esperienza dell’ ”emigrazione”.
Un’emigrazione “di lusso”, vissuta con il sostegno delle famiglie, magari partita nell’ambito di un’esperienza travestita da opportunità come l’Erasmus, continuata con stage e corsi di lingua all’estero, terminata con centinaia di CV inviati nel nulla in Italia e con la decisione di restare all’estero con la certezza di tornare: perché l’Italia era un grande Paese, non sembrava più l’Italietta degli anni ‘50 da cui “fuggirono” centinaia di migliaia di persone, era un grande paese industriale, ricco, patria della moda, della Ferrari, della Nazionale di calcio, della cultura, dell’arte e del buon cibo, sede di distretti industriali e di province tra le più ricche d’Europa e del mondo.
Questa generazione si rifiutava di essere considerata una generazione che emigra, la nostra non poteva essere una generazione che scappa, perché non doveva averne bisogno non era programmato che andasse così.
Ed invece la storia si ripete, migliaia di giovani laureati e non, lasciano l’Italia alla ricerca di lavoro e umiliati assistono allo spettacolo di malgoverno ed erosione delle fondamenta economiche e democratiche del Paese, non più ammirato ma deriso e marginalizzato sulle maggiori piazze europee.
Ma noi siamo stufi di scappare. Per noi la politica degli italiani all’estero è l’occasione di partecipare per tornare a credere che il nostro Paese possa essere una terra da dove non si è costretti ad andare via per realizzare se stessi. Noi rivogliamo l’immagine del Paese in cui sui banchi di scuola e delle università abbiamo creduto, chiediamo solo di dare, chiediamo di poter partecipare alla politica nazionale attraverso il Partito Democratico per poter restituire al Paese quello che le nostre esperienze all’estero ci hanno dato, nelle professioni, nei mestieri, nelle università e nel mondo dell’emigrazione tradizionale.
Avanziamo quindi una proposta di un patto generazionale. Diciamo alla generazione che ci ha preceduto che il nostro ruolo non può essere solo quello di rivendicare dei diritti, il nostro ruolo deve essere quello di ricreare le condizioni in una paese sfibrato, affinché le prossime generazioni possano scegliere se andare via o restare; vogliamo che l’esperienza all’estero torni ad essere un’opportunità e non un obbligo.
Vogliamo aggredire le cause di questo umiliante esodo di cuori e cervelli che giorno per giorno impoverisce il Paese: mancanza di merito; criminalità organizzata; corruzione e clientelismo; presenza diffusa di rendite e monopoli.
Lo vogliamo fare proponendo soluzioni che nascono dall’osservazione delle società in cui viviamo, riproponendo soluzioni originali tratte dall’esperienza dei partiti politici europei, vogliamo tramite la comparazione evidenziare le anomalie italiane ed alimentare il riformismo del Pd offrendo soluzioni.
Lo chiediamo perché teniamo all’Italia, teniamo all’unico Paese nel quale siamo cittadini di serie A e perché vogliamo sentirci fieri di essere italiani, cittadini di un Paese democratico ed europeo e chiediamo al Pd di farsi strumento di questo.
Non siamo cresciuti nella militanza di partito, per noi la politica è soprattutto uno strumento: crediamo che il Pd trovi la sua ragion d’essere nell’essere fonte di soluzioni ai problemi del Paese nel quale è radicata la nostra identità e che rappresenta il nostro fine.
Lo chiediamo a Dario Franceschini perché difende l’apertura del Partito nato per lanciare nell’arena del riformismo italiano i cittadini che hanno voglia, talento e ideali, esclusi dalla politica tradizionale, dall’associazionismo, dalle lobby, dalle famiglie e dalle raccomandazioni.
Crediamo che il Pd di Dario Franceschini possa metter fine all’infinito medioevo italiano per far riprendere all’Italia il cammino della modernità e dell’apertura internazionale:
non possiamo che crederlo perché siamo stufi di scappare. (Fabrizio Macrì, componente della segreteria nazionale del Pd in Svizzera)