INCONTRI
A
Perugia dal 3 al 5 settembre il 42° Incontro nazionale di studi delle Acli
Con ius soli oltre 1,6 milioni di nuovi italiani
La proposta
delle Acli davanti al presidente della Camera Fini nella giornata di apertura.
Andrea Olivero: “Un’occasione straordinaria per riscoprire l’amore per una patria
comune”
PERUGIA - 1 milione e 600 mila “nuovi italiani”. Tanti sarebbero i cittadini
stranieri potenzialmente interessati da una riforma della legge della cittadinanza
che prendesse in considerazione il principio dello jus soli – si è cittadini italiani se
si nasce sul suolo italiano – e dimezzasse da
“E’ tempo di riconoscere la cittadinanza italiana ai figli degli immigrati, ossia a quelle seconde generazioni che rappresentano il futuro del nostro Paese”. Così il presidente delle Acli Andrea Olivero nella sua relazione di apertura. “Non si possono aspettare 10 anni di residenza per poter ottenere la cittadinanza, né appare più un segno di civiltà che un bambino nato in Italia da genitori stranieri debba attendere fino a 18 anni per poter diventare nostro connazionale. La riforma della cittadinanza diventa il banco di prova del modello di convivenza che vogliamo realizzare”.
Le Acli chiedono
dunque una profonda revisione della
legge 91 del 1992 sulla cittadinanza. L’introduzione del principio dello
jus soli conferirebbe la cittadinanza ai figli degli stranieri che nascono in
Italia. Ad oggi sono 530mila.
Il dimezzamento da
“Ma non è tanto un discorso di numeri né solo un problema di riduzione dei tempi – ha detto il presidente Olivero – Si tratta di costruire un percorso anche rigoroso ma chiaro e praticabile per l’ottenimento della cittadinanza, oggi di fatto soggetta alla discrezionalità delle autorità competenti”. Basti pensare che a fronte di oltre 600mila stranieri residenti da più di 10 anni, le cittadinanze italiane concesse dal 1992 al 2007 sono state appena 261mila. 303mila ne sono state concesse in Francia solo nell’anno 2006-2007. “Quali che siano le condizioni poste dal legislatore o le competenze richieste – la conoscenza della lingua, la condivisione dei valori comuni fondamentali – esse debbono poter essere acquisite da parte dei cittadini immigrati in modo praticabile e riconosciute in modo certo e trasparente”.
A chi vede un
rischio nell’estensione della cittadinanza agli immigrati, Olivero risponde:
“Il problema non sono gli stranieri, ma il riconoscimento
dei valori comuni. La storia d’Italia è una storia di accoglienza, di
inclusione e di accettazione delle differenze, pur tra luci e ombre ovviamente.
Disconoscere questi valori significa disconoscere la storia e l’identità italiana,
in particolare l’identità cristiana del nostro Paese”. “La questione della cittadinanza
agli immigrati – conclude Olivero nel suo intervento davanti al presidente della
Camera Fini – ci offre un’occasione straordinaria per riscoprire l’amore
per la patria comune, una patria fondata sulla credibilità delle istituzioni,
sulla legalità, sulla giustizia, sul rispetto nell’agone politico e sull’accoglienza
di chi bussa alle nostre porte. Questo ci scalda il cuore e ci fa sentire orgogliosamente
italiani”. (