INFORM - N. 159 - 2 settembre 2009


STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Su “Tribuna Italiana” l’editoriale del direttore Marco Basti

“Día del Inmigrante”: far conoscere la nostra storia

 

BUENOS AIRES - Con varie manifestazioni organizzate dalle varie delegazioni della “Dirección Nacional de Migraciones” e dai governi locali, l’Argentina renderà omaggio in questi giorni, in coincidenza con la “Giornata dell’Immigrante”, ai milioni di stranieri che in quasi due secoli di storia del Paese hanno contribuito al suo sviluppo. Una festa stabilita con un decreto dell’allora Presidente dell’Argentina Juan Perón sessant’anni fa, da non confondere con la “Giornata dell’Immigrante Italiano in Argentina”, approvata con una legge del “Congreso” del 1995, con la quale il Parlamento argentino ha voluto rendere omaggio specificamente all’immigrazione italiana per il suo determinante contributo alla crescita del Paese.

La settimana scorsa un servizio di Giulia Vola su “la Repubblica. it”, riportava dichiarazioni di discendenti di italiani emigrati in Argentina alla fine del XIX secolo. Ricordi dolorosi, drammatici, sotto a un titolo altrettanto straziante: “Quando i migranti eravamo noi. ‘I nostri morti gettati nell'oceano’”.

Ricordi di quegli emigrati italiani, tramandati ai loro figli, oggi persone anziane che pur se non sono state protagoniste di quelle drammatiche vicende, conservano nella memoria i racconti di quei lunghi viaggi verso la terra promessa, che spesso si rivelava deludente. L’articolo fa il paragone tra i morti durante la traversata oceanica, che evidentemente, come si usava allora, venivano buttati in mare, e gli africani e asiatici che muoiono nel Mediterraneo, cercando di raggiungere l’Europa.

Anche un altro giornalista, in questo caso argentino, ha fatto lo stesso paragone, dicendo che anche gli italiani emigravano clandestinamente in Argentina e che comunque qui venivano accolti a braccia aperte e che sono diventati i padroni dell’Argentina.

Pur se il dramma di chi è costretto a emigrare muove sempre a compassione e la dignità degli uomini è sempre la stessa, nei ricordi riportati da “la Repubblica” e nelle affermazioni del giornalista argentino, non è evidenziato il fatto che gli italiani qui in Argentina non emigravano da clandestini. I ricordi a cui si riferisce il quotidiano romano sono del XIX secolo, quando il mondo era molto diverso da quello di oggi. E per smentire il giornalista argentino, ci sono migliaia di italiani che ricordano che per emigrare in Argentina, dovevano avere un contratto di lavoro, o l’atto di chiamata di un familiare. Che dovevano avere una fedina penale pulita e un certificato di non accattonaggio. Cioè che non avessero esercitato la mendicità in Italia. E dovevano sottoporsi a una attenta visita medica prima di salire sulla nave e a una seconda visita prima di essere autorizzati a sbarcare. Non furono quindi clandestini entrati illegalmente in Argentina. E non diventarono padroni dell’Argentina. Tutt’altro! A fare il bilancio di quanto hanno dato gli emigrati italiani al Plata e quanto hanno ricevuto dall’Argentina, la stragrande maggioranza può reclamare per le numerose volte che furono confiscati (vero che con espressioni meno violente di “confisca”) i loro risparmi, frutto del lavoro tenace, di sacrifici e a volte di privazioni, loro e dei loro cari.

Ad ogni modo c’è anche un bilancio in genere positivo, per gli emigrati italiani, se si considera, come faceva mio padre, anche il valore degli affetti nati nel Paese, l’accoglienza generalmente aperta, l’umanità dei rapporti che sono riusciti a stabilire in seno alla società argentina, la quale, anche questo è vero, ha condiviso con gli emigrati, le conseguenze dell’incapacità di molti di quanti si sono succeduti alla guida del Paese.

Ma gli errori di interpretazione e di conoscenza del fenomeno immigratorio italiano in Argentina, è dovuto anche alla nostra mancanza di impegno nel far conoscere la storia, la nostra storia.

Proprio un anno fa, nell’edizione del 3 settembre della TRIBUNA ITALIANA, il compianto dott. Mario Basti proponeva nella sua Finestra settimanale: “Appunti di una storia operosa e gloriosa della comunità italiana dell’Argentina”, una serie di articoli che avrebbe scritto, per far meglio conoscere una storia, appunto gloriosa e operosa, della quale primi fra tutti, gli argentini di origine italiana, discendenti degli emigrati italiani in questo Paese, dovremmo essere fieri custodi e apostoli.

Scriveva il dott. Basti: “...ognuno ne sa qualcosa, certamente anche tu, caro Lettore, certamente ognuno di voi, cari lettori, nati nel Belpaese o, nati qui, ma consapevoli delle vostre radici italiane; la storia del passato, della formazione e dell’apporto costante di questa comunità è, in diversa misura, la storia di tutti gli emigrati dall’Italia e i discendenti che sono di questa presenza, la premessa del futuro, che è già iniziato e che, come il presente, sarà certamente, è questo il mio augurio, altrettanto operoso e glorioso, affidato com’è ai giovani della comunità.”

Quindi in riferimento a una trasmissione televisiva da Torino sul Museo dell’Emigrazione Piemontese, che sorge in quella città, il dott. Basti continuava: “Tu sai, caro Lettore, che tra le iniziative che da anni vengono auspicate dalla comunità italiana, perché ne prenda l’impegno lo Stato italiano, in Argentina, se non altro, per gratitudine a tanti lavoratori, figura anche da tempo un Museo dell’Emigrazione italiana a Buenos Aires.”

“Ricordo che lo auspicava con passione Dionisio Petriella, che ha contribuito con il “Dizionario biografico degli italiani in Argentina” e con altre opere importanti, alla conoscenza del contributo notevole dato da questa nostra comunità all’ Argentina e all’Italia.”

“Il Museo ma qui a Buenos Aires, come e più importante di quelli che eventualmente sorgono in città italiane, perché qui la nostra emigrazione, piú di quelle di altre comunità ha lasciato tracce rilevanti, che uno Stato civile non può permettere che vadano perdute.”

“Questa la ragione delle FINESTRE sul passato, sul presente e sul futuro della comunità italiana in Argentina. Può anche darsi che qualche lettore pensi che si tratta di temi già superati, di cose di cui si è detto e scritto abbastanza. Si è detto e si è scritto - è vero - in tutti i giornali e negli altri media e si sono anche scritti libri che documentano una realtà altrimenti ignorata.”

“Ma è abbastanza? É abbastanza quando vediamo che tante associazioni italiane che gli emigrati con sacrificio fondarono e amministrarono non esistono più o vivono una vita grama? Forse l’abbastanza può avere un certo valore per il presente della comunità, ma non certamente per il passato già a troppi ignoto, o per il futuro, per troppi ancora una incognita.”

“E allora? Mandiamo tutto a ramengo? A me non sembra giusto né degno e per questo prendo l’iniziativa di queste FINESTRE che non seguiranno regolarmente l’una all’altra, perché qualche fatto importante del giorno può esigere in qualsiasi momento priorità. Ma seguiranno e, per il momento il tema sarà il passato, l’inizio della presenza italiana in Argentina, della formazione della nostra comunità.”

 “E a scrivere organicamente di questo passato non sarò io, ma un grande giornalista che fu testimone di quel passato e che lo ha documentato in un opera fondamentale di quasi seicento pagine. Il nome del giornalista Emilio Zuccarini, redattore del quotidiano che per vari decenni informò gli italiani dell’Argentina, cioè l’indimenticabile “Patria degli Italiani”. Il titolo “Il lavoro degli italiani nella Repubblica Argentina dal 1516 al 1910” pubblicato nel 1910 e dedicato “alla Nazione Argentina “commemorando il primo centenario della indipendenza”.

Prima di lasciarci il fondatore della TRIBUNA ITALIANA dedicò tre Finestre a quegli “Appunti...” e altre le dedicò alle crisi allora appena scoppiate in tutto il mondo, e alla necessità di sostenere la stampa di collettività.

La storia della presenza italiana in Argentina è abbastanza documentata nelle opere di Zuccarini, di Sergi, di Petriella, di Devoto e di altri autori, almeno per quanto riguarda il periodo fino agli anni ‘70. Come è documentata anche nelle collezioni, quelle poche ancora esistenti, dei giornali della nostra collettività.

Manca un Museo, per il quale ci vorrebbero una sede degna (l’AIMI?, la sede del vecchio Consolato?, la Reduci?), personale capace di reperire, classificare e allestire tutto il materiale disponibile e la capacità di un museo del genere di essere aperto per arrivare al mondo della cultura e al mondo della scuola. Ci vorrebbero dirigenti capaci, disponibili a impegnarsi in un’opera di largo respiro.

E in attesa che qualcuno batta un colpo, godiamoci due annunci positivi che arrivano dall’Italia. Il primo lo ha fatto l’assessore ai flussi migratori della Regione Veneto De Bona, nel senso che nelle scuole della Regione del Veneto, si studierà in classe la storia dei veneti nel mondo. L’altro riguarda l’iniziativa dell’on. Fabio Porta (Pd), appoggiata anche da deputati della maggioranza, sull’insegnamento della storia dell’emigrazione nelle scuole italiane, che sarà studiato dal Parlamento alla ripresa dei lavori, nelle prossime settimane. Un regalo - o almeno la speranza di un regalo - per gli emigrati. (Marco Basti-Tribunba Italiana/Inform)

marcobasti@tribunaitaliana.com.ar


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