RASSEGNA STAMPA
Dal mensile “Liberal” (22 agosto)
Intervista al sottosegretario Mantica:
“Ma Europa e Onu ci hanno lasciato soli”
ROMA - La tragedia dei profughi eritrei
avviene alla vigilia della festa dell’amicizia fra Italia e Libia, che verrà
celebrata a Tripoli il prossimo 30 agosto. Un’occasione per i due Paesi per
fare il punto sullo stato dell’accordo firmato un anno fa. In particolare su
quegli aspetti che devono essere ancora tradotti in atti concreti: dalla costruzione
dell’autostrada di 1.600 chilometri che dovrebbe interessare l’intera Libia
- e che il colonnello Gheddafi chiede da anni - alla messa a punto del negoziato
su petrolio e gas che riguarda anche l’italiana Eni. C’è chi ipotizza che i
barconi della disperazione che affondano al largo delle nostre coste e che sfuggono
al controllo libico siano messaggi nemmeno troppo taciti per mettere sotto pressione
il governo italiano e alzare la posta degli accordi.
Sottosegretario Mantica lei crede che
la tragedia dei migranti eritrei sia in qualche modo ricollegabile a un’interessata
apertura di maglie del controllo libico sui flussi migratori?
Guardi a me sembra che su questa tremenda
tragedia sia puntualmente partita la macchina della strumentalizzazione. In
Libia esiste una situazione assolutamente drammatica per quanto riguarda i flussi
migratori. Stiamo parlando di un Paese che non ha l’anagrafe e dove vivono tradizionalmente
da un milione e mezzo a due milioni di irregolari neri. Molti di loro sono eritrei
che vivono e lavorano in Libia come bassa manovalanza impiegata nei mestieri
più umili. La Libia è un bacino da dove entrano e escono una quantità enorme
di uomini e donne in fuga. Un Paese da cui qualcuno riesce anche a salpare o
a passare senza essere intercettato. Non si dovrebbe scartare del tutto questa
ipotesi credo. E bisognerebbe anche tenere conto che non tutte le polizie africane
sono così affidabili.
Ma noi abbiamo firmato una accordo
con la Libia che prevede il controllo sulle coste.
Ed è stato un accordo che dei frutti
li sta dando mi sembra se è vero che le stime fatte e riportate registrano un
calo di afflusso di sbarchi molto significativo. Dal primo maggio di quest’anno,
quando il trattato è entrato in vigore, i clandestini sbarcati sulle nostre
coste sono stati 1.116. Quasi un decimo rispetto allo stesso periodo dell’anno
precedente, quando erano stati circa diecimila. Un calo possibile solo perché
la Libia ha stretto i controlli sulle partenze dalle proprie coste.
Eppure c’è chi accusa il governo italiano
sostenendo che il naufragio degli eritrei mostra di non risolvere alcun problema.
Rocco Buttiglione dell’Udc dice per esempio che la Libia deve aderire alla Convenzione
di Ginevra sui rifugiati politici e l’Ue deve mobilitarsi per dare ai rifugiati
in Libia il soccorso umanitario e la protezione giuridica internazionale.
Premesso che nella tragedia eritrea
c’è un carico di disperazione senza pari, perché questa gente fugge da una delle
più orrende dittature dell’Africa, io credo che si dovrebbe essere meno inclini
alla retorica. La Libia peraltro ha già sottoscritto un patto sui diritti umani
e i suoi rappresentanti hanno seduto alla presidenza della commissione diritti
umani dell’Onu ma non credo che i problemi si possano risolvere con questi formalismi
o con le nobili petizioni di principio. Con la Libia gli organismi internazionali
devono affrontare il problema di questa massa enorme di persone che converge
su questo Paese, soprattutto dal deserto, dove di migranti ne muoiono a migliaia
anche se di loro si parla poco. Anche l’Unione europea dovrebbe assumersi i
suoi impegni e investire sulle politiche per il Mediterraneo, area verso la
quale è un po’ distratta quando non si tratta di fare solo retorica umanitaria.
E anche l’Onu perché non apre un ufficio d’osservazione su quanto accade in
Libia e nel sud del Mediterraneo? Perché vede è facile esercitarsi dai pulpiti
dei diritti universali dell’uomo, è più difficile dover agire, da soli, per
tenere in equilibrio realismo e rispetto dei diritti umani.
Dopo l’accoglienza da eroe che l’attentatore
di Lockerbie Abdelbaset
al-Megrahi ha ricevuto al suo ritorno a Tripoli la
Gran Bretagna sta riconsiderando la prevista visita del principe Andrea in Libia.
Noi italiani abbiamo tradizionalmente
mantenuto un ruolo di mediazione negli affari che riguardavano la Libia , gli
Stati Uniti e la stessa Gran Bretagna. È una politica quella della mediazione
che non si è inventata questo governo, ma che ha dovuto intraprendere chiunque
abbia governato l’Italia negli ultimi decenni. Gli inglesi la partita su Lockerbie
l’hanno chiusa con le sterline però. In qualche modo hanno trattato anche loro.
Anche io sono rimasto offeso da come è arrivato Gheddafi qui da noi, ma la politica
internazionale non si fa né coi sentimenti né coi risentimenti. (Riccardo Paradisi-Liberal,
22 agosto 2009)
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