INFORM - N. 155 - 27 agosto 2009


RASSEGNA STAMPA

Dal mensile  “Liberal” (22 agosto)  

Intervista al sottosegretario Mantica: “Ma Europa e Onu ci hanno lasciato soli”

 

ROMA - La tragedia dei profughi eritrei avviene alla vigilia della festa dell’amicizia fra Italia e Libia, che verrà celebrata a Tripoli il prossimo 30 agosto. Un’occasione per i due Paesi per fare il punto sullo stato dell’accordo firmato un anno fa. In particolare su quegli aspetti che devono essere ancora tradotti in atti concreti: dalla costruzione dell’autostrada di 1.600 chilometri che dovrebbe interessare l’intera Libia - e che il colonnello Gheddafi chiede da anni - alla messa a punto del negoziato su petrolio e gas che riguarda anche l’italiana Eni. C’è chi ipotizza che i barconi della disperazione che affondano al largo delle nostre coste e che sfuggono al controllo libico siano messaggi nemmeno troppo taciti per mettere sotto pressione il governo italiano e alzare la posta degli accordi.

Sottosegretario Mantica lei crede che la tragedia dei migranti eritrei sia in qualche modo ricollegabile a un’interessata apertura di maglie del controllo libico sui flussi migratori?

Guardi a me sembra che su questa tremenda tragedia sia puntualmente partita la macchina della strumentalizzazione. In Libia esiste una situazione assolutamente drammatica per quanto riguarda i flussi migratori. Stiamo parlando di un Paese che non ha l’anagrafe e dove vivono tradizionalmente da un milione e mezzo a due milioni di irregolari neri. Molti di loro sono eritrei che vivono e lavorano in Libia come bassa manovalanza impiegata nei mestieri più umili. La Libia è un bacino da dove entrano e escono una quantità enorme di uomini e donne in fuga. Un Paese da cui qualcuno riesce anche a salpare o a passare senza essere intercettato. Non si dovrebbe scartare del tutto questa ipotesi credo. E bisognerebbe anche tenere conto che non tutte le polizie africane sono così affidabili.

Ma noi abbiamo firmato una accordo con la Libia che prevede il controllo sulle coste.

Ed è stato un accordo che dei frutti li sta dando mi sembra se è vero che le stime fatte e riportate registrano un calo di afflusso di sbarchi molto significativo. Dal primo maggio di quest’anno, quando il trattato è entrato in vigore, i clandestini sbarcati sulle nostre coste sono stati 1.116. Quasi un decimo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando erano stati circa diecimila. Un calo possibile solo perché la Libia ha stretto i controlli sulle partenze dalle proprie coste.

Eppure c’è chi accusa il governo italiano sostenendo che il naufragio degli eritrei mostra di non risolvere alcun problema. Rocco Buttiglione dell’Udc dice per esempio che la Libia deve aderire alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati politici e l’Ue deve mobilitarsi per dare ai rifugiati in Libia il soccorso umanitario e la protezione giuridica internazionale.

Premesso che nella tragedia eritrea c’è un carico di disperazione senza pari, perché questa gente fugge da una delle più orrende dittature dell’Africa, io credo che si dovrebbe essere meno inclini alla retorica. La Libia peraltro ha già sottoscritto un patto sui diritti umani e i suoi rappresentanti hanno seduto alla presidenza della commissione diritti umani dell’Onu ma non credo che i problemi si possano risolvere con questi formalismi o con le nobili petizioni di principio. Con la Libia gli organismi internazionali devono affrontare il problema di questa massa enorme di persone che converge su questo Paese, soprattutto dal deserto, dove di migranti ne muoiono a migliaia anche se di loro si parla poco. Anche l’Unione europea dovrebbe assumersi i suoi impegni e investire sulle politiche per il Mediterraneo, area verso la quale è un po’ distratta quando non si tratta di fare solo retorica umanitaria. E anche l’Onu perché non apre un ufficio d’osservazione su quanto accade in Libia e nel sud del Mediterraneo? Perché vede è facile esercitarsi dai pulpiti dei diritti universali dell’uomo, è più difficile dover agire, da soli, per tenere in equilibrio realismo e rispetto dei diritti umani.

Dopo l’accoglienza da eroe che l’attentatore di Lockerbie Abdelbaset al-Megrahi ha ricevuto al suo ritorno a Tripoli la Gran Bretagna sta riconsiderando la prevista visita del principe Andrea in Libia.

Noi italiani abbiamo tradizionalmente mantenuto un ruolo di mediazione negli affari che riguardavano la Libia , gli Stati Uniti e la stessa Gran Bretagna. È una politica quella della mediazione che non si è inventata questo governo, ma che ha dovuto intraprendere chiunque abbia governato l’Italia negli ultimi decenni. Gli inglesi la partita su Lockerbie l’hanno chiusa con le sterline però. In qualche modo hanno trattato anche loro. Anche io sono rimasto offeso da come è arrivato Gheddafi qui da noi, ma la politica internazionale non si fa né coi sentimenti né coi risentimenti. (Riccardo Paradisi-Liberal, 22 agosto 2009)

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