STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO
“Tribuna Italiana” del 26 agosto:
l’editoriale del direttore Marco Basti
Una nuova collettività
BUENOS AIRES - Nel 1972, in un articolo
sul “Corriere degli Italiani” che allora dirigeva, Mario Basti avvertiva che,
essendosi fermato dieci anni prima il flusso migratorio italiano verso l’Argentina,
e non essendoci prospettive di ripresa degli espatri dall’Italia verso il Plata,
la collettività italiana in questo Paese era destinata a sparire man mano che,
per ragioni anagrafiche, non ci fossero più emigrati italiani.
Infatti, già allora era cambiato molto
il mondo e le situazioni dell’Italia e dell’Argentina non erano più le stesse
che avevano portato milioni di italiani ad attraversare l’Atlantico verso il
Plata, durante oltre un secolo, in cerca di una vita
migliore.
Un flusso che aveva assicurato condizioni
di vita migliori a tanti emigrati e che aveva aiutato l’Italia a superare le
difficoltà, anche gravi provocate da un eccesso di popolazione alla quale non
poteva assicurare in certi periodi condizioni di vita dignitose.
Flusso positivo anche per l’Argentina,
alla quale l’emigrazione italiana aveva assicurato un contributo determinante
di intelligenza, di creatività, di conoscenze tecniche e di manodopera qualificata,
decisiva perché ci fosse un Paese diverso, molto al di sopra per livello di
vita, di cultura, di benessere, di tutti gli altri paesi dell’area.
Arrestatosi quel flusso, il compianto
Mario Basti, avvertiva che bisognava pensare al futuro della collettività, a
cosa fare per assicurare che l’enorme eredità di opere materiali e morali non
si disperdesse.
Dieci anni più tardi, in un fondo su
questa TRIBUNA ITALIANA che aveva fondato cinque anni prima, il dott. Basti
avvertiva che bisognava aprire le porte ai giovani perché altrimenti in dieci
anni la collettività italiana sarebbe sparita.
Da allora ha sempre ribadito quella
necessità di trapasso alle nuove generazioni, posizione sulla quale si é impegnata
anche la struttura dell’Associazionismo, a cominciare dal suo vertice, la FEDITALIA
e a seguire da tante Federazioni.
Un esempio di tale rinnovamento lo
si é visto sabato sera, durante la cena dell’anniversario del Comitato delle
Associazioni Venete dell’Argentina, alla Trevisana. Sono giovani il presidente
e quasi tutti i membri del Direttivo.
Sono giovani molti tra dirigenti delle
associazioni federate. Ma la presenza di tanti dirigenti tutti figli o nipoti
di emigrati, nati in Argentina, é frutto di una politica promossa da “vecchi”,
dai genitori e nonni che capirono la necessità di spalancare le porte alle nuove
generazioni.
A ribadirlo c’erano Luigi Pallaro e Ricardo Merlo.
Pallaro, veneto anche lui, instancabile promotore
del cambiamento all’interno delle nostre associazioni, sempre entusiasta nel
spiegare che la vecchia collettività ormai è un ricordo, che al suo posto ci
sono le nuove generazioni fatte da argentini che devono impegnarsi per il paese
natio cioé l’Argentina, ma che hanno il vantaggio
e la possibilità di stabilire rapporti economici e culturali profondi con l’Italia,
con vantaggiose ricadute per i due Paesi.
L’altro, Ricardo Merlo, che del CAVA
é stato presidente, é lui stesso l’esempio di quella predica iniziata nei primi
anni ‘70.
É figlio di italiani, ha lavorato nelle
associazioni e da presidente del CAVA ha saputo assicurare rapporti importanti
con la Regione , così come ha promosso la partecipazione nella Federazione di
altri dirigenti giovani.
Il CAVA non è l’unico esempio. Ci sono
varie altre federazini che si sono aperte, totalmente
o almeno parzialmente alle nuove generazioni. Come è il caso della Federazione
Calabrese, o dei friulani, o dei trentini o dei pugliesi. Cambiamenti che ci
sono stati anche in varie federazioni circoscrizionali e, in molti casi ancora,
nelle stesse associazioni, specialmente in tante dell’interno dell’Argentina.
Purtroppo a volte non ci accorgiamo
che in buona parte il cambiamento si è già verificato e che buona parte della
realtà della nostra comunità oggi è fatta dalle nuove generazioni.
Manca, questo si, un progetto comune,
una comune consapevolezza, una comune riscoperta delle nostre radici, intese
non soltanto come conoscenza della cultura italiana, ma anche di quella che
è stata l’opera degli italiani in Argentina, ancora oggi fondamentale da scoprire,
se si vuole capire il Paese.
C’è una nuova collettività, in realtà
una numerosa comunità argentina di origine italiana, che non ha ancora consapevolezza
di sè, i cui contorni non sono ancora chiari, che
deve ancora svilupparsi per cogliere tutte le sue potenzialità.
Ma comunque gli avvertimenti e i consigli
di tanti anni fa, dei dirigenti di allora, sono stati recepiti. C’è una nuova
collettività. (Marco Basti- Tribuna Italiana/Inform)
marcobasti@tribunaitaliana.com.ar