MISSIONARI ITALIANI NEL MONDO
Dopo Marcinelle:
da Bruxelles una riflessione di Domenico Locatelli
Invertire la tendenza
BRUXELLES - Anche quest’anno si è reso
omaggio ai morti italiani e non, della tragedia di Marcinelle:
è doveroso.
Una celebrazione che va messa accanto
alle altre, attuate lungo il corso dei mesi, quando ricordiamo i naufraghi sepolti
nel mediterraneo vittime di una insensibilità crescente e di un accanimento
spietato di molti “commercianti di carne umana”, quando ricordiamo i morti sui
cantieri di lavoro vittime di una precarietà di sicurezza risultante da ingaggi
superficiali, o i morti per condizioni di salute degenerata da scarse situazioni
igieniche o di mal nutrizione per “sistemazione” inumane obbligate da crescente
egoismo e durezza di cuore.
I migranti, i lavoratori immigrati
non vivono certo una situazione migliorata, anzi, le pressioni ostili
nei loro confronti , aumentano sempre più fragilità, esclusione e morte.
E’ bene ricordare queste disgrazie
superando, se possibile, gli anniversari che ci forzano a proclami e a
celebrazioni troppo piene di parole, dove i morti diventano l’occasione per
parlare di altro. Rischiamo addirittura di non pregare neppure più per i morti!
Ma se è importante esserci e rappresentare
istituzioni e manifestare attenzione al sacrificio dei numerosi lavoratori emigranti,
è ancora più importante metterci dalla parte di chi è costretto ad emigrare
ancora oggi. La preghiera di suffragio che timidamente si recita in queste
occasioni, vorrei tanto che esplodesse in un grido che scuota la coscienza
ed il cuore di tutti.
Se dobbiamo lottare per eliminare le
cause che spingono ad emigrare, se dobbiamo decidere per condividere risorse
in modo solidale perché il sud non sia lasciato indietro e possa credere alle
proprie potenzialità, allo stesso tempo è irrinunciabile che l’atteggiamento
verso chi emigra cambi profondamente.
Vuol dire rendere ancora più forti
le voci che protestano perché venga tolga la legge che ha definito reato
la clandestinità, denunciare il populismo che “esaltando” il lavoro degli emigrati
italiani finisce per offendere milioni di migranti che con lo stesso “basso
profilo”, la stessa umiltà, la stessa determinazione continuano a lavorare per
le proprie famiglie e per “mandare a casa” rimesse utili e preziose per uscire
dalla miseria e dalla disperazione. Anche molti italiani non si comportarono
bene, cedettero alla violenza e al delinquere, come avviene per diversi immigrati.
Ma allo sbaglio si deve contrapporre la vicinanza, l’educazione, il sostegno
perché ognuno possa avere l’opportunità di cambiare e rifarsi una vita, pur
pagando il loro debito sociale. Non sono pochi gli italiani che, dopo sbagli
anche gravi, proprio all’estero hanno trovato occasione e forza per rifarsi
una vita finalmente riuscita.
Celebrare Marcinelle
ed ogni altra tragedia che ha coinvolto i migranti, significa riconquistare
la centralità della persona umana, riaffermando i valori morali e civili che
danno luce alla società. Nessuna persona è un “vuoto a perdere” e pertanto ritorniamo
al territorio creando relazioni di convivialità, creando spazio perché nessuno
sia escluso, formando educatori sempre più interculturali, coltivando la nostra
memoria per apprezzare la nostra storia e la nostra identità e poterla serenamente
intrecciare con altre identità che vivono tra noi, lavorando su un dialogo ed
una accoglienza sincera e rispettosa.
E’ proprio il regionale, il paesano,
il “piccolo” che è cambiato perché si è colorato di ricchezze individuali variegate
che provengono da molte latitudini, e lo vediamo nei nostri bambini che rischiamo
di fuorviare con le nostre paure e i nostri preconcetti di “grandi”.
Stiamo vicino alle giovani famiglie
immigrate, hanno risorse importanti che è opportuno investir e per costruire
relazioni e partecipazione, per aumentare formazione ed educazione: non sprechiamole
in tensioni, malintesi e contrapposizioni. Quanti italiani non trovarono spazio
e accoglienza e si chiusero nella “nostalgia” della loro Patria, Regione e paese
che sono diventati sempre più “piccoli” e loro sempre più emarginati e
senza “appartenenza”.
Impariamo a non gestire da soli
e da “padroni” i progetti di convivenza, di sicurezza e gli interventi
per la ripresa di fiducia sia per l’economia che per la qualità di vita.
Abbiamo la fortuna che molti fra le
persone che raggiungono e si stabiliscono in Italia ed in Europa hanno una formazione
ed una professionalità qualitativamente buona: diamo loro la possibilità di
partecipare alle decisioni e alla gestione del territorio: si inseriranno prima
e meglio con benefici per tutti.
Anche i preti ed i missionari che condividono
la vita con gli italiani nel mondo possono dare il loro contributo per invertire
la tendenza che li sta marginalizzando verso una chiusura sempre più veloce
del servizio pastorale specifico e delle missioni cattoliche italiane.
Abbiamo molto da dire alle chiese locali
in Italia e all’estero, perché si rifugino sempre meno nella dimensione territoriale
autoreferenziale e autoctona e diventino quelle che sono: cattoliche, universali,
capaci di gioire della diversità di Pentecoste che le costituisce. Proprio
constatando di essere divenute minoranza e poco “significative” per il potere,
possono di nuovo credere al dono di diventare lievito che tocca il cuore delle
persone e ridiventare “Parola” che insegna l’umanità secondo Gesù Cristo.
Saranno capaci di scegliere decisamente
l’incontro delle persone, l’ascolto delle sofferenze dei piccoli, sapranno dare
in abbondanza il perdono di Dio che sa riconciliare i cuori, perché solo così
riusciremo a costruire pace. E se c’è la pace, c’è lavoro e sicurezza per tutti
ed ovunque. (Domenico Locatelli*/Inform)
*Missionario italiano in emigrazione
a Bruxelles