RASSEGNA STAMPA
Intervista de “Il Piccolo” di Trieste al ministro degli Affari Esteri
Frattini: «Dobbiamo convincere l’Iran a collaborare con
l’Occidente nella lotta contro i talebani»
TRIESTE - Le missioni militari italiane all’estero sono
un impegno inderogabile. Non ha dubbi il ministro degli Esteri, Franco Frattini,
che spiega l’importanza del ruolo dell’Iran nello scacchiere afgano-pakistano,
la posizione del nostro governo nei confronti del Kosovo e della Serbia, nonché
del ruolo dei nostri militari in Libano.
Il rifinanziamento delle missioni militari italiane all’estero
è cosa fatta, però ci sono stati alcuni problemi nella maggioranza con
«Sì, ma
In Afghanistan gli attacchi si stanno intensificando
e non passa giorno in cui non si contino vittime tra i soldati della coalizione.
Tutto questo perché si avvicinano le elezioni?
«Purtroppo sì, nel momento in cui i terroristi e in particolare
le fazioni di talebani che sono direttamente legate ad Al Qaeda hanno capito
che la comunità internazionale fa sul serio e cioè che vogliamo per il 20 agosto
delle elezioni credibili, serie che sarebbero veramente il primo passo verso
una democratizzazione reale del Paese, hanno intensificato i loro attacchi.
Quindi non ci dobbiamo fare illusioni. Io ho sempre sostenuto e sostengo tuttora
che un Iraq, così come un Afghanistan, così come un Pakistan stabili e solidi
come istituzioni sia nell’interesse di tutti noi, dell’Europa, dell’Italia,
dell’America. Quindi la ragione per continuare a sostenere questo processo è
proprio la nostra sicurezza oltre che ovviamente la sicurezza degli afgani».
I talebani da chi vengono finanziati, da dove giungono
le armi con cui combattono?
«Per il 90% dal traffico e dalla produzione della droga.
Ho incontrato pochi giorni fa il capo dell’agenzia dell’Onu per la lotta alla
droga, Antonio Costa, e lui mi ha consegnato l’ultimissimo rapporto appena pubblicato.
In esso emerge che vi è purtroppo una produzione che aumenta di droga lavorata.
Cala la produzione del papavero, della cannabis e aumenta la produzione dell’eroina
perché evidentemente quest’ultima è molto più redditizia».
E questo che cosa comporta?
«Questo comporta un enorme problema per bloccare il traffico
internazionale della droga. La mia idea che adesso finalmente tutti capiscono,
condivisa da Hillary Clinton, da Richard Holbrook,
quella cioè di creare un coordinamento anche con l’Iran per la lotta alla droga
si sta rivelando un’idea giusta. Pochi giorni fa è diventato operativo un centro
anti-droga dell’Onu a Teheran. L’Iran ha accettato di partecipare insieme all’Afghanistan
a delle operazioni di polizia lungo i confini proprio per la lotta alla droga.
Se non sconfiggiamo il traffico della droga non taglieremo mai la fonte di finanziamento
dei terroristi».
Anche perché ultimamente l’Iran ha grossi problemi di
lotta all’assunzione di droga nel Paese...
«Lei pensi che l’Iran è il Paese al mondo con il maggior
numero di percentuale di tossicodipendenti. Il 6% della popolazione iraniana
è tossicodipendente. Questo è un numero enorme ed ecco perché l’Iran può e deve
rimanere un nostro alleato nella lotta contro la droga che si sta diffondendo
e che ovviamente si ferma in Iran ma una buona parte, almeno il 50%, passa attraverso
la rotta meridionale o quella settentrionale e poi arriva da noi».
Questa collaborazione con l’Iran potrebbe aprire la strada
per un intensificarsi del dialogo diplomatico con Teheran?
«Io me lo auguro fortemente. Ho sempre detto che l’Iran
è necessario come partner regionale per la lotta alla droga ma anche per contrastare
il traffico delle armi e anzitutto per l’azione anti-terrorismo. Non dobbiamo
dimenticare nella storia degli ultimi 20 anni che i talebani sono stati i primi
nemici dell’Iran. Se l’Iran ha un interesse è quello di debellare talebani e
droga, che è esattamente l’interesse che abbiamo noi».
Resta il fatto che il nostro contingente in Afghanistan
opera in un’area molto «calda»...
«Il rischio c’è. Evidentemente i nostri hanno delle indicazioni
e un mandato di massima vigilanza. I nostri aerei da combattimento, i Tornado,
saranno impiegati anche come copertura mentre i mezzi «lince» avranno una torretta
blindata completamente isolata che aumenterà la sicurezza dei nostri uomini.
Poi l’Italia ha detto con grande chiarezza le regole che noi abbiamo accettato
e cioè entrare in sostegno di altri contingenti per operazioni anti-terrorismo,
cosa che abbiamo fatto, richiede anche la reciprocità. Quando le nostre forze
hanno necessità di un intervento di sostegno noi invocheremo la stessa regola.
Questo è un principio che ha finalmente equiparato l’impiego delle nostre truppe
a quelle degli altri Paesi impegnati. E con gli Usa, con i britannici e con
gli spagnoli la collaborazione è ottima».
Cambiamo scenario geopolitico e andiamo in Kosovo dove
sta operando la missione Eulex. Ma in quella regione
la rivolta cova sempre sotto la cenere...
«Sì, c’è un fuoco che cova sotto la cenere e anche perché
le tensioni non si sono ridotte. Io mi recherò in Kosovo la prima settimana
di ottobre e incontrerò il primo ministro di Pristina e vedrò direttamente sul
terreno la situazione».
C’è il problema che
«Ma questo è un problema che riguarda anche alcuni Paesi
europei, penso alla Romania o alla Spagna che non hanno riconosciuto l’indipendenza
del Kosovo e poi c’è una questione che, a mio avviso, potrebbe dare una risposta:
quella della Corte internazionale cui si è rivolta
E nel frattempo?
«Nel frattempo è ovvio che noi dobbiamo garantire un
messaggio di amicizia alla Serbia. Per me
Ultimo scenario il Libano. Lì il nostro contingente sta
svolgendo un lavoro molto impegnativo...
«Il nostro contingente è considerato come il punto di
riferimento. Abbiamo parlato con il neopremier incaricato Hariri
così come con i primo ministro uscente Siniora e tutti
riconoscono ai nostri soldati un ruolo di grande equilibrio e soprattutto glielo
riconoscono le parti coinvolte, ossia gli israeliani e i libanesi del Sud. Sono
loro che ci chiedono di non abbassare la guardia. Certo è che serve anche da
parte libanese un grande impegno per rendere effettiva l’applicazione delle
risoluzioni delle Nazioni Unite». (Mauro Manzin, Il
Piccolo, Trieste 3 agosto 2009)