INFORM - N. 146 - 30 luglio 2009


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Da http://www.notiziedanewyork.com/

Intervista ad Alberto Turlon, l’unico italiano che lavora per il governo birmano in esilio

 

NEW YORK - Alberto Turlon è probabilmente l’italiano che meglio conosce la questione Birmana. Lavora per il governo birmano in esilio, il suo ufficio è a pochi passi dal palazzo di vetro delle Nazioni Unite.

Studi diplomatici a Trieste, master in diritti umani a Pisa, ha un unico compito: mantenere accesa l’opinione pubblica, e l’Onu, sulla costante violazione dei diritti umani del regime militare del paese asiatico. “Il governo Birmano in esilio - sottolinea - si è formato nel ‘90, dopo che le elezioni democratiche vinte dalla National League of Democracy, di Aung San Suu Kyi, con un suffragio dell’80%, sono state dichiarate invalide dalla giunta militare, che ha posto sotto stato d’arresto molti membri del partito, ed ha costretto altri all’esilio. La nostra sede principale si trova a Wasghinton, e il nostro ufficio di New York si occupa di advocacy, di rappresentanza presso le missioni all’Onu, soprattutto dei paesi membri del consiglio di Sicurezza, per mantenere viva l’attenzione su quello che succede in Birmania. Abbiamo lo status consultivo di Ong, e siamo supportati da chi difende i diritti civili e la democrazia”.

Con entusiasmo, Alberto parla di un paese ricco di risorse, grande produttore di riso, ma paradossalmente povero, e con uno stato di polizia che spegne qualsiasi entusiasmo: “i membri dell’esercito sono quasi 400mila, vogliono portarli a 500mila, oramai sono quasi 50 anni di regime militare. Per farti capire come si vive ti faccio un esempio. Ogni appartamento, ogni casa deve avere sulla porta d’entrata affisso un manifesto con i nomi di chi ci abita: qualora una persona dovesse recarsi a dormire da un amico, bisogna avvertire il comando locale di polizia. Se ci fossero controlli a sorpresa e l’autorità notasse una incongruenza tra la lista e le persone che sono all’interno della casa, i familiari possono essere arrestati”. Eppure il governo militare birmano, posto sotto sanzioni da Unione Europea e Stati Uniti, è riconosciuto da tutti i paesi “anche se sono soprattutto la Cina e la Russia gli alleati politici, mentre il maggiore partner commerciale è la Tailandia, dove ci sono anche un gran numero di esiliati”.

Il leader nella lega democratica, il premio nobel San Suu Kyi è agli arresti domiciliari e rischia una condanna “perché un americano andò a trovarla a casa, dopo aver attraversato il lago. Questa visita secondo il regime militare non venne notificata, anche se San Suu Kyi sostiene il contrario”.

La Birmania è balzata agli onori della cronaca, grazie alla famosa immagine dei monaci con la tunica arancione, che nel 2007 diedero vita alla rivoluzione della Zafferano. “Tutto è iniziato con una serie di proteste sporadiche per l’aumento dei prezzi alimentari, la cosa è andata avanti, ed i monaci si sono resi protagonisti di una grande protesta popolare, repressa nel sangue. Si chiama dello zafferano perché in quei giorno vengono donati alimenti ai monaci, e loro rifiutarono quelli del governo. Lo zafferano è la spezia principale. La rivoluzione destò stupore, perché è raro che un monaco buddista si occupi di politica, vuol dire che le cose davvero non andavano bene. Ancora non sappiamo quanti siano stati i morti, ma crediamo che il numero sia molto elevato”. E le immagini fecero il giro del mondo. C’è ottimismo nel governo birmano in esilio? “Le cose possono cambiare da un momento all’altro,sì, senza dubbio noi siamo ottimisti”. Quando mancano due giorni al verdetto del processo contro la Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, gli Stati Uniti hanno comunicato la decisione di rinnovare per i prossimi tre anni le sanzioni commerciali nei confronti della Birmania. Martedì scorso, il presidente Obama ha firmato i documenti relativi al prolungamento delle sanzioni (che giungevano a termine questa settimana), concretizzando la proposta che era stata approvata dal Congresso.

“Una delle questioni più fastidiose - conclude Alberto - è quella dei bambini soldato, probabilmente la peggiore tra le violazioni dei diritti umani”. (Piero Armenti-Notiziedanewyork.com/Inform)


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