INFORM - N. 142 - 24 luglio 2009


ESTERI

Un articolo di Carlo Marsili, Ambasciatore d’Italia ad Ankara su MF

Ankara nell’Unione europea? Ecco dieci buone ragioni per dire di sì

 

ANKARA - La lettura di alcuni recenti articoli di stampa più o meno dal titolo «Turchia europea? Ecco perché no» mi suggerisce un altro titolo: «Turchia nell’Unione Europea? Ecco perché sì». Ma quegli articoli ostili sono interessanti perché, nell’enumerare le motivazioni del no, forniscono lo spunto innanzitutto per sfatarle e poi per chiarire le ragioni del sì. Sfatarle perché queste presunte ragioni sono alla base della straordinaria ignoranza che sussiste in Europa sulla Turchia, e di cui quest’ultima è pure in qualche modo responsabile perché non ha saputo svolgere un’efficace politica per migliorare la propria immagine. Eppure, come ho avuto modo di constatare nei miei quasi sei anni di lavoro in Turchia come ambasciatore d’Italia, bastano 48 ore di permanenza in quel Paese per capire che tutti gli stereotipi negativi che sono entrati nel nostro inconscio, da «mamma li turchi» in poi, sono assolutamente sbagliati.

Cominciamo dalla geografia. I detrattori sostengono che «basta guardare la carta geografica per rendersi conto che la Turchia non è in Europa». Che strano. Basta infatti guardarla per constatare invece che è in Europa. A scuola ci hanno sempre detto che il confine geografico dell’Europa sono i Monti Urali. Ebbene, la loro prosecuzione perpendicolare tiene dentro tutta la Turchia. Sempre guardando la carta geografica, vediamo che Cipro è un’isola al largo della Siria, e che è più a oriente di gran parte del territorio turco. Allora, se Cipro è in Europa, lo è anche la Turchia. In conclusione: la Turchia è geograficamente parte integrante dell’Europa [...].

Passando alla storia, sempre a scuola ci hanno insegnato che l’Impero Ottomano era «l’uomo malato d’Europa». D’Europa, appunto, non dell’Asia. E ciò perché nel corso dei secoli esso è sempre convissuto nella storia europea, partecipando alle tante alleanze, e alle tante guerre del nostro continente. Nella seconda guerra mondiale la Turchia è rimasta neutrale, come la Spagna, ancorché Ankara fosse un ben noto centro di spie europee (ricordate il film «Operazione Cicero»?). Ancora oggi un tunnel sotterraneo (ormai sbarrato) unisce l’ambasciata italiana a quella tedesca. Quanto alle istituzioni, quando al termine della seconda guerra mondiale sono stati creati i vari organismi europei, la Turchia vi è subito stata ammessa. Se non fosse stato un Paese europeo non avrebbe potuto entrarvi. Basti ricordare il Consiglio d’Europa. O la Banca europea di ricostruzione e sviluppo. O i vari organi giurisdizionali a Strasburgo o a Lussemburgo, dove operano da sempre giudici turchi. Nessuno ha mai messo in discussione il fatto che la Turchia sia entrata in tutti - dico tutti gli organismi europei con l’unica eccezione, finora, dell’Unione Europea. Dove peraltro è candidata ufficiale, e quindi tutti i partner europei hanno implicitamente ammesso che si tratta di un Paese europeo. Quando agli inizi degli anni Cinquanta è stata data vita alla Nato, che è appunto l’alleanza militare tra i Paesi del Nord America e dell’Europa, la Turchia vi è stata ovviamente ammessa. [...] Infine, nell’estate 2008 la nazionale di calcio turca è arrivata a un passo dal vincere i campionati europei. Se vi fosse riuscita, oggi sarebbe campione d’Europa. Sul fronte giuridico i codici penali, di procedura penale, civile, di procedura civile, commerciale turchi sono più o meno la fotocopia di quelli europei, anzi soprattutto di quelli italiani. Mentre sul piano commerciale, la Turchia ha un sistema economico sostanzialmente liberale, identico a quello dei grandi Paesi europei. E infatti fa parte dell’Ocse. E infatti vi operano con piena soddisfazione oltre 700 aziende italiane. E infatti nel 2008 il 40% di tutte le commesse pubbliche sono state vinte da aziende italiane.

I detrattori della Turchia pongono poi il problema culturale, che maschera in realtà quello religioso, e sostengono che essa non sarebbe adatta a far parte della Ue per via della sua appartenenza al mondo islamico. Il fattore religioso è il principale prisma attraverso cui l’opinione pubblica europea guarda alla Turchia, non rendendosi conto che una rappresentazione di questo Paese solo da questo punto di vista è fuorviante. L’identità turca è multipla e plurale, e non da oggi, e l’islam è solo una delle sue componenti. Il laicismo introdotto da Ataturk a partire dal 1923, e costituzionalmente garantito, ha messo solide radici, tanto che sono solo una ristretta minoranza coloro che ne mettono in discussione le fondamenta. Certo che in Turchia ci sono anche dei religiosi fanatici, come purtroppo in ogni Paese, ma l’idea che sia in atto una islamizzazione della società turca è forzata. [...] Ognuno può naturalmente pensarla come gli pare, ma la costituzione europea non fa riferimento a radici cristiano giudaiche. È laica, anche perché l’Unione Europea è già una formazione politica multireligiosa di cui fanno parte Paesi cattolici, protestanti, ortodossi, che nel corso dei secoli si sono combattuti nonostante la fede nello stesso Dio cristiano. E tra i cittadini europei si annoverano molti atei, agnostici, oltreché di fatto parecchi musulmani. Quando si parla di «identità europea» bisogna stare attenti a non commettere errori. La costruzione europea non è nata da un’identità comune, che non poteva esistere tra chi si era combattuto per secoli, ma dalla consapevolezza di dover creare un’Unione in evoluzione che fosse forza di attrazione. [...]

Alla Turchia si rimprovera inoltre di non volere riconoscere quello che gli armeni definiscono «genocidio», avvenuto durante la prima guerra mondiale e che avrebbe portato alla morte di oltre un milione di persone. Sul piano storico, l’esistenza o meno di un genocidio degli armeni non incontra l’unanimità. Vi sono diversi storici, tra cui il noto studioso britannico Bernard Lewis, che smentiscono la tesi armena. Sul piano della politica internazionale, tuttavia, la posizione turca è favorevole alla costituzione di una commissione di storici dei due Paesi, sotto l’egida dell’Onu, incaricata di effettuare le ricerche negli archivi esistenti sia Ottomani sia di Paesi terzi e giungere a una verità condivisa. Da parte armena non è mai pervenuto un riscontro favorevole a questa proposta, perchè il governo di Erevan non ritiene che il cosiddetto genocidio possa essere messo in discussione. La complessità della storia tra armeni.e turchi non può prestarsi alle letture unilaterali. Ad esempio, quanti sanno che nel 1915, all’epoca dei fatti, gli armeni collaboravano con i russi in funzione anti-turca e che anche molti turchi e curdi vennero massacrati? Oppure che tra gli anni Settanta e Ottanta un elevato numero di diplomatici turchi è stato vittima di attentati da parte di gruppi terroristi armeni? [...]

La questione cipriota è complessa e - come spesso avviene per i conflitti a sfondo etnico - la ripartizione dei torti e delle ragioni non è netta e univoca. Le discussioni all’interno della Ue su questo punto inclinano verso la versione della vittimizzazione greco-cipriota, per la semplice ragione che una delle parti in causa, la Repubblica di Cipro, è membro della Ue. Ciò porta a far dimenticare che l’invasione militare del 1974 fu decisa dalla Turchia dove c’era un governo democratico guidato da Bulent Ecevit, esponente per inciso dell’Internazionale socialista, allo scopo di prevenire l’unificazione dell’isola di Cipro alla Grecia, allora guidata dalla famigerata dittatura dei Colonnelli, e a seguito di un colpo di Stato greco-cipriota. [...]

Altra questione. Si rimprovera alla Turchia la repressione dei diritti linguistici e culturali del popolo curdo. L’emersione della questione curda, alla metà degli anni Ottanta ha indubbiamente rappresentato per lo Stato turco una sfida di cui per lungo tempo non è stato all’altezza. Colte di sorpresa dalla recrudescenza dell’attività terroristica lanciata dal Pkk e spaventate dagli obiettivi apertamente separatisti del movimento curdo, le autorità di Ankara hanno scelto soprattutto la strada della repressione, avvitandosi in una spirale che ha rischiato di alienare circa un quinto della propria cittadinanza dalle istituzioni della Repubblica. Ma la Turchia è una democrazia vitale, che sta acquistando una crescente capacità di animare internamente un dibattito su come affrontare i suoi problemi. Negli ultimi anni, vi è stato un significativo spostamento di orizzonte dalla pura e semplice repressione militare al riconoscimento della necessità di mettere in campo anche misure di carattere economico e culturale. Il processo di adesione alla Ue ha fornito un’importante piattaforma di sostegno politico a quella parte della società turca che ritiene giunto il momento di affrontare alla radice la questione curda. Non dimentichiamo che su 550 parlamentari, circa un centinaio è di origine curda, e che un partito politico (Dtp) che si rifà all’etnia curda ha ottenuto 23 seggi in Parlamento. In sintonia con l’intensificarsi della discussione pubblica, il governo guidato da Recep Erdogan ha mosso importanti passi in direzione del riconoscimento di diritti linguistici e culturali ai curdi.

[...] La realtà è che, nell’analisi del merito della candidatura della Turchia all’Unione Europea, prevalgono spesso le considerazioni di ordine strategico, ottime per acquisire il sostegno delle élites ma meno utili quando si tratta di ottenere il favore dell’opinione pubblica più vasta. L’argomentazione razionale a sostegno della candidatura turca è per natura difficile da affermare in un dibattito politico ormai dominato dalle questioni identitarie, che forniscono ai vari problemi risposte miopi e semplificate, e quindi errate. Si tratta ora di ribaltare questa percezione, e in ogni caso i vantaggi politici che alla Ue possono derivare dall’adesione della Turchia sono numerosi. [...] Essendo un Paese la cui popolazione è prevalentemente di religione islamica, ma anche laico e democratico, alla Turchia potrebbe essere affidato un ruolo importantissimo di esempio e guida per le stesse comunità islamiche in Europa. Quanto agli aspetti economici, i Paesi della Ue figurano in cima alla lista di quelli con cui la Turchia ha il maggior interscambio commerciale, fatta eccezione per la Russia che però ha un vero ruolo solo in quanto fornitore di materie prime energetiche. E, a proposito di energia, questo è uno degli aspetti in cui l’apporto della Turchia è di importanza strategica fondamentale. L’Unione Europea avrà tutto da guadagnare dall’avere al suo interno un Paese che è al centro delle grandi reti di trasporto di gas e petrolio. Turchia, dunque, crocevia strategico e grande attore politico, economico e militare: non dimentichiamo che dispone del secondo maggiore esercito della Nato. Nei riguardi della Turchia, l’Italia è il maggior sostenitore del suo ingresso nell’Unione Europea. Una scelta giusta e coraggiosa del nostro governo. E anzi, una scelta di Stato, al di là delle coalizioni di governo, giacché l’Italia ha sempre e comunque sostenuto la Turchia. Del resto, l’Unione Europea è sbilanciata verso il Nord e il Centro, secondo un asse di interesse precipuamente franco-tedesco. L’Italia per definizione mira a rafforzare la componente Sud. Ecco perché vogliamo la Turchia in Europa: perché sappiamo che non può esserci una vera Unione senza la Turchia.  (Carlo Marsili, Ambasciatore d’Italia a Ankara su MF del 24 luglio 2009)

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