STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO
Su
“Tribuna Italiana” di oggi l’editoriale del direttore Marco Basti
Tanto simili, tanto diversi
BUENOS AIRES - Un servizio sulle imitazioni, i falsi, i nomi simili che inducono alla confusione dei consumatori, è stato pubblicato dal Corriere della Sera lo scorso 18 luglio, col titolo “Se il cibo, di italiano, ha solo il nome”. Il servizio, a firma di Isidoro Trovato, riguardava i danni che subisce la produzione italiana di prodotti alimentari genuini, quasi tutti difesi, almeno in ambito europeo, dai marchi Dop (Denominazione di origine protetta) o Igp (Indicazione geografica protetta), a causa della contraffazione di alcuni tra i più apprezzati prodotti alimentari italiani, tramite lo sfruttamento della reputazione, della notorietà e dei marchi.
Tra i falsi citati nell’articolo c’era anche il “Reggianito argentino”. Forse l’autore del’articolo o chi lo ha informato, non sapeva che il “Reggianito argentino” è un formaggio che si produce in Argentina da quasi un secolo. Il nome e il tipo di formaggio, evidentemente, sono ispirati ai famosi, apprezzati formaggi quali il Parmigiano, il Reggiano o il Grana Padano, solo per citare i più famosi.
Il “Reggianito argentino” però, è nato quando il Consorzio Parmigiano Reggiano non esisteva. Agli inizi del secolo scorso, e anche prima, centinaia di migliaia di italiani arrivavano ogni anno in questo Paese in cerca di un futuro che l’Italia allora non poteva assicurare. Oltre alla famosa valigia di cartone, e insieme alla classica nostalgia, portavano con loro anche la voglia di rifare o riavere nella nuova terra, quanto avevano conosciuto e lasciato in quella che si lasciavano alle spalle.
Tra quelle cose, anche il patrimonio di cultura gastronomica, fatta da gusti, forme e anche nomi di cibi semplici e di prelibatezze, che erano state parte della loro vita fino al giorno in cui avevano lasciato l’Italia. Hanno cercato quindi aromi e sapori, conosciuti nell’infanzia o nella gioventù, così come hanno cercato le materie prime più simili a quelle che avevano in Italia. Poi c’erano quelli che avevano lavorato nella produzione dei formaggi, dei salumi, del vino, dell’olio, cose che, tra l’altro, allora facevano quasi tutti quanti a casa. E inoltre, tra tante migliaia di emigrati, c’erano anche coloro che avevano i mestieri legati a quelle produzioni. L’obiettivo che avevano era di produrre un prodotto il più simile possibile a quello che avevano conosciuto in Italia, per loro e per i loro compaesani. Una volta raggiunto l’obiettivo, vista anche la qualità dei prodotti, è stato facile anche aumentare la produzione per venderla prima in Argentina, poi nei paesi vicini e quindi anche in altri paesi, come gli Stati Uniti o l’Inghilterra.
Inoltre, come è avvenuto in quasi tutti i campi della produzione agricola e industriale in Argentina, quasi tutti i nomi principali erano e sono ancora oggi italiani. Solo per rimanere nel campo caseario, ricordiamo i nomi di Magnasco e Mastellone, due emigrati che in tempi e in circostanze diverse, sono stati pilastri nel settore, in Argentina.
Tornando all’articolo citato, la domanda che ci poniamo è questa: Visto che il Reggianito argentino, specifica che è argentino (abitualmente un titolo di vanto nel settore della produzione alimentare) e che è stato creato da emigrati italiani quasi un secolo fa, dov’è l’inganno? Forse nel nome troppo italiano e simile ai famosi Parmigiano Reggiano?
Forse sono nomi simili, ma tutti sanno che i milioni e milioni di italiani emigrati lungo quasi un secolo e mezzo di storia italiana, hanno arricchito i vocabolari di mezzo con parole quali “pizza”, “caffè”, “spaghetti”, e tante altre che in tutto il mondo vengono automaticamente legate all’Italia. Un legame automatico che inoltre produce da decenni, un aumento dell’export italiano, specialmente in Paesi dove è forte la presenza italiana.
Quindi oltre a difendere - giustamente - i prodotti tradizionali, prestigiosi e apprezzati del made in Italy, sarebbe giusto anche riconoscere che la promozione e la diffusione di quei prodotti sono un successo anche grazie agli emigrati italiani e alle comunità italiane da loro costituite oltreconfine. E che non tutto ciò che porta un nome “simil italiano” e non tutti i prodotti “stile italiano”, sono falsi creati con lo scopo di ingannare i consumatori e danneggiare la produzione italiana.
Anzi, visto che la produzione italiana ha per forza un tetto che non può essere sforato senza rischiare la qualità, perché non studiare accordi di produzione di prodotti alimentari che sarebbero italiani per i sistemi di produzione, per gli standard di qualità, per l’accurata ricerca delle materie prime, ma prodotti all’estero? In questo campo l’Argentina, l’Uruguay e altri Paesi della zona, nei quali c’è una forte e antica presenza italiana, sembrano partner ideali.
Tornando al Corriere della Sera, in questo caso al fondo firmato da Ernesto Galli della Loggia, lunedì scorso, sulla mancanza di iniziative da parte della classe politica italiana, per le celebrazioni del 150º anniversario dell’Unità d’Italia, nel 2011, non abbiamo potuto evitare il paragone con la nostra classe dirigente, con i rappresentanti della nostra comunità.
In questo caso la mancanza assoluta di iniziative, riguarda i due secoli dell’Argentina, che saranno celebrati l’anno venturo fino al 2016, quando ricorrerà il Bicentenario dell’Indipendenza argentina.
Dicevamo qualche
settimana fa che nessuna iniziativa era stata presa dall’Italia per aderire
alla festa argentina. Da quel che sappiamo poco o niente si è fatto fino ad
oggi in seno alla collettività. Leggendo il Corriere di lunedì scorso, abbiamo
l’impressione che non siamo poi tanto diversi, dagli italiani in Patria. (Marco
Basti -Tribuna Italiana/
marcobasti@tribunaitaliana.com.ar