INFORM - N. 139 - 21 luglio 2009


NOVITA’ EDITORIALI  

Esce in Italia un libro di Lorenzo Carlesso

“Centomila Prigionieri Italiani in Sud Africa. Il campo di Zonderwater”

 

CITTA’ DEL CAPO – “Centomila Prigionieri Italiani in Sud Africa. Il campo di Zonderwater”. E’ il libro di Lorenzo Carlesso, ricercatore di storia dell'Università di Padova, in uscita in Italia.

“Lorenzo Carlesso ha visitato il Sud Africa nel giugno del 2007 – scrive La Gazzetta del Sud Africa, che segnala la pubblicazione e ne pubblica l’introduzione a firma dello stesso Carlesso -  In compagnia di una collega erano venuti per svolgere una ricerca sui Veneti in Sud Africa. Nel novembre scorso Carlesso è tornato per raccogliere materiale sul campo di prigionia a Zonderwater. Grazie alla collaborazione della Zonderwater Block ex Pow (Emilio Coccia) e dell'ADVISA (Vasco Rader), ha scritto un testo che uscirà in Italia a settembre per conto della Longo Editore di Ravenna.

Avendo presente la vicinanza della nostra comunità alla vicenda di Zonderwater, il ricercatore ci ha ora chiesto di segnalare a chi ne fosse interessato che il testo è reperibile in Italia ai seguenti indirizzi: www.longo-editore.it - mail: longo@longo-editore.it ).

Di seguito l’introduzione di Lorenzo Carlesso pubblicata su La Gazzetta del Sud Africa.  

“In Sud Africa, a 43 km da Pretoria, si trova il Sacrario militare di Zonderwater, dove riposano le salme di 252 soldati italiani deceduti tra il 1941 e il 1947. Catturati nei vari fronti del continente africano, furono concentrati dagli inglesi nell’Unione Sudafricana, allora Dominion britannico inserito nel Commonwealth.

Aperto nell’aprile del 1941, il campo di Zonderwater arrivò a contenere oltre centomila italiani. Rinchiusi tra i reticolati, i prigionieri si resero protagonisti di una vicenda irripetibile. Grazie alla disponibilità dimostrata dalle autorità sudafricane, soprattutto a partire dal dicembre del 1942, quando il comando del campo passò nelle mani del colonnello Prinsloo, i prigionieri furono in grado di trasformare una tendopoli in una «Città del Prigioniero». Dotato di alloggi, scuole, laboratori, teatri, impianti sportivi, luoghi di culto e di un ospedale, il campo di Zonderwater dimostrò al mondo che attraverso il rispetto della Convenzione di Ginevra si poteva alleggerire la difficile condizione della prigionia.

Non mancarono certo per i prigionieri momenti di sconforto e periodi bui. Lontani da casa, con poche notizie e privati della libertà, dovettero convivere con i ricordi della guerra e l’incertezza per il futuro.

L’uscita dell’Italia dalla guerra e la cobelligeranza del Governo Badoglio ebbero però positive ripercussioni sulla vita dei prigionieri. L’adesione volontaria alla causa degli Alleati consentì di lasciare il campo per lavorare nelle fattorie esterne del paese. Fuori dai reticolati i prigionieri poterono riassaporare i piaceri della vita civile, nonché guadagnare un salario.

Non tutti però decisero di accettare la cooperazione con gli anglo-americani. Una tenace minoranza rivendicò la propria adesione all’ideologia fascista. Anche a Zonderwater si venne a creare quella drammatica spaccatura che divise l’Italia a partire dagli avvenimenti dell’8 settembre 1943. Una «guerra civile» fatta di aggressioni, intimidazioni, accuse reciproche, e regolamento di conti, che spinsero il comando del campo a separare i due schieramenti. La notizia della fine della guerra in Europa allentò la tensione, lasciando spazio al desiderio del rientro a casa.

I rimpatri furono però molto lenti e questo suscitò tra i prigionieri malumori e rabbia, superati in parte dall’atteggiamento benevolo delle autorità sudafricane, che si adoperarono per accelerare le partenze. Il colonnello Prinsloo si rivelò a questo proposito fondamentale. Ufficiale dotato di esperienza e senso dell’onore, esercitò le sue funzioni con disciplina ed umanità, riuscendo ad ottenere risultati ineguagliabili. Al termine della guerra fu sempre invitato alle cerimonie di commemorazione organizzate dagli ex prigionieri.

La nascita della Zonderwater Block ex POW Association si rese necessaria per testimoniare alle future generazioni l’esperienza vissuta dai soldati italiani. Non sempre sorretta dalle istituzioni, l’Associazione ha lavorato per tenere alta la bandiera del ricordo.

Leggendo le memorie degli ex prigionieri si può comprendere cosa sia stata per i combattenti la Seconda guerra mondiale. Tra le riflessioni ho trovato significativa quella del soldato Luigi Pignatelli, autore, nel secondo dopoguerra, di un libro sui prigionieri italiani.

Sarà per un fatto dimensionale, ma alla prima guerra mondiale il popolo, almeno in Italia, ha partecipato come protagonista; alla seconda no. La seconda è stata considerata (da molti) come una catastrofe esterna, un terremoto, un’alluvione. Perciò nella prima i prigionieri erano «legittimi», erano guerrieri che il nemico aveva catturato; nella seconda erano «conseguenze» di una situazione, vittime di un sopruso.

Chi aveva dieci anni il giorno della marcia su Roma, ne aveva ventotto allo scoppio della guerra. Era imbottito di inni, di romanità, di sonanti slogan. Aveva assistito ai successi dell’aviazione (crociera di Balbo, record di Agello e d’altri), ammirava le possenti navi della marina, credeva che l’esercito fosse fortemente e modernamente armato e equipaggiato. Aveva seguito o addirittura aveva partecipato a due campagne vittoriose (AOI e Spagna), era sotto l’impressione del formidabile Blitz della Germania, alleata di ferro (o di acciaio). Partì ubriaco di tutto questo, tanto che il compito, in un certo modo, gli pareva troppo facile perché valesse la pena di rischiarvi la vita. Ben presto vennero le sconfitte e intere masse di questi giovani passarono da quella straordinaria euforia alla realtà grigia e dura dei reticolati, all’orrore della prigionia in Russia, alla brutalità dei Lager nazisti.

Giovani, che non si erano mai mossi dall’Italia e magari neppure dalla loro regione, si trovarono in lontani paesi come l’Africa, l’India, la Russia, l’Australia.

La ricerca è stata realizzata grazie al contributo fondamentale di Emilio Coccia, presidente della Zonderwater Block. All’autore è spettato l’onore ed il piacere di raccogliere ed unire le informazioni che l’ingegnere Coccia ha rintracciato e schedato presso gli archivi militari e civili di Pretoria. Ad Emilio e alla sua famiglia va la mia riconoscenza.

Altri ringraziamenti rivolgo alla Regione Veneto, in particolare all’Assessore ai Flussi Migratori Oscar De Bona, che ha sostenuto il progetto, al prof. Francesco Bruni del CISVE (Centro universitario di studi veneti), al corpo docenti del Dipartimento di Storia dell’Università di Padova, e al prof. Gianpaolo Romanato, docente di Storia contemporanea a Padova, le cui indicazioni si sono rivelate molto utili. Grazie a Maria che ha letto le bozze.

Nel corso della mia trasferta in Sud Africa ho potuto usufruire dell’aiuto di diverse persone che desidero ringraziare: Vasco Rader, presidente dell’ADVISA (Associazione dei Veneti in Sud Africa), Arturo Costella, vicepresidente dell’ADIVISA e della Zonderwater Block, Enrica Furlan, Stefano e Cristina Scola, Elisa Ciapparelli e Terence Cuffe, Gino e Diana Meneghin, Dirk e Lynette Niemand, Luigi Zamperoni, presidente dell’Associazione Nazionale Carabinieri del Sud Africa, Ciro Migliore, direttore de «La gazzetta del Sud Africa», e le famiglie Marion e Lamperini. Un grazie di cuore agli ex prigionieri e alle loro Famiglie che hanno accettato di incontrarmi: Paolo Ricci, Vittorio Pieri, Edoardo Villa e Giovanni Mostallino. 

L’ultimo pensiero va alla memoria dell’Ambasciatore Alessandro Cevese, prematuramente scomparso nell’aprile del 2008 a causa di un incidente stradale. Diplomatico di grande esperienza, il dott. Cevese era stato nominato Ambasciatore d’Italia presso la Repubblica del Sud Africa nel 2006. Innamorato del Paese africano, aveva già lavorato negli uffici diplomatici di Pretoria, ed aveva instaurato un profondo legame con Zonderwater, dedicando sempre la massima attenzione al Sacrario militare e all’attività dell’Associazione del presidente Coccia.

Dedico questo lavoro ai Ragazzi di Zonderwater. (Lorenzo Carlesso)

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