INFORM - N. 139 - 21 luglio 2009


STAMPA PER GLI ITALIANI ALL’ESTERO

Dal “Messaggero di sant’Antonio”, numero di luglio-agosto 2009

Canada. Sfogliando una delle prime riviste per gli emigrati

Anna Maria Zampieri Pan: Pagine italiane

Durante la Belle époque, «L’Italia del Canada» teneva aggiornata la comunità tricolore di Vancouver. Fu tra i prototipi di una stampa di settore che oggi patisce la crisi dell’editoria

 

VANCOUVER - «Sono lieto che la colonia di Vancouver possegga finalmente un giornale italiano che risponda all’esigenze di tutti e rappresenti l’intera colonia italiana dignitosamente davanti agli stranieri. L’Italia del Canada ha ormai assicurato un lieto avvenire e riesce qui a ognuno interessante perché essa è sempre corredata di notizie del luogo e poi serve a mantenere in noi sempre alto il sentimento patriottico». A chi appartiene questo stile espressivo? A quale epoca storica? E a quale giornale ci si riferisce? 

Una «colonia» italiana

Oggi si parla di comunità, ma quasi un secolo fa l’Italia era in regime monarchico e ragionava in termini di colonie. Il brano citato è estratto da una lettera, indirizzata al «Pregiatissimo Signor Direttore» de «L’Italia del Canada» dall’allora presidente della Società figli d’Italia, G. Rocco Scatigno. Il testo della lettera è pubblicato in prima pagina dell’edizione del 25 marzo 1911. Dirigeva il giornale, per conto dell’Italia Publishing Co., con sede al 166 di Hastings Street, Angelo Fuini, mentre business manager ne era Leone Cepparo. L’abbonamento annuale alla rivista costava due dollari e mezzo.

Ma che cosa offriva il giornale? Soprattutto notizie locali, utili alla comunità… pardon, alla «colonia». L’ampio articolo di fondo è dedicato a documentare e commentare le esibizioni canore, alla Grand Opera House, del tenore italiano Alessandro Bonci: «Il divo – si legge – il caro Bonci che mise tutti in delirio». Viene, poi, descritto nei minimi dettagli – menú, decorazioni, lista degli intervenuti – un ricevimento in onore dell’artista e della moglie al London Hotel, di proprietà di T. Cianci e A. G. Marino. Situato al 700 della Main, all’angolo con Harris Street, l’albergo, gestito dai due impresari italiani, è definito da un’inserzione pubblicitaria «hotel di primissima classe, con il più vasto e più elegante bar della città, stanze riccamente ammobigliate da $ 1 in su per notte, spaccio di vini, liquori e sigari di primissima qualità, e magnifico restaurant all’europea».

A due passi dal London c’era il recapito di Agostino G. Ferrera, agente consolare di Sua Maestà il Re d’Italia. L’ufficio «per comodità degli italiani residenti nell’Ovest del Canada», era aperto al pubblico dalle 10 della mattina all’una del pomeriggio. Mentre la sede ufficiale dell’agenzia, definita Ufficio regolare, si trovava al 970 di Burrard Street. Un massiccio edificio del centro città testimonia tuttora la storica presenza a Vancouver del cavalier Ferrera. Erano gli anni dei primi insediamenti di famiglie italiane, una «Little Italy» che all’epoca non superava il migliaio di persone. Tra i cognomi, a parte i già nominati, sono citati in cronaca i Parisi, gli Anderlini, i Marchesi e i Carrelli, proprietari del famoso Klondike Hotel. E poi, ancora, Borio, Masi, d’Auria, Dompe, Cocco, Frederici, Valeri, Palli, Cepparo. Giuseppe Pini era proprietario di una «Sala da Bigliardo» con otto grandi tavoli in Abbott Street. Ma di sale da biliardo gestite da connazionali ce n’era piú d’una. Come quella del King’s Hotel & Saloon dei soci Gallia e Galli. E l’altra dei Brandolini, che offriva «assortimento di sigari e bevande rinfrescanti», oltre a tenere «a disposizione del pubblico una ricca collezione di libri italiani».

A ripercorrere oggi le cronache e le inserzioni pubblicitarie contenute in quel reperto storico che è «L’Italia del Canada», il primissimo giornale italiano del far west canadese, pubblicato prima della grande guerra e dell’avvento del fascismo, c’è da immaginare tutto un mondo pionieristico affascinante, anche se duro e difficile. Ma era sicuramente un mondo fatto di donne e uomini coraggiosi, intraprendenti, autosufficienti, solidali tra loro, nonostante qualche comprensibile scaramuccia tra «sudisti»  e «nordisti», eredità d’origine trascinatasi poi nel tempo. Fieri tutti della loro italianità, erano contemporaneamente aperti e partecipi nella società che li aveva accolti. Lavoravano sodo, ma sapevano divertirsi e socializzare grazie a divertenti svaghi e sani passatempi.

In Granville, in pieno centro città, il Teatro di famiglia offriva spettacoli bisettimanali (prezzi d’ingresso 5 e 10 cents). La Europa Grocery dei Crosetti importava fin da allora generi alimentari e specialità dall’Italia, oltre che da altri Paesi europei. The Canteen, di Borio & Paris, si definiva «un grande emporio di vini e liquori». Già esisteva la Venice’s Bakery dei fratelli Battistoni, specializzati nella «lavorazione di pane francese, italiano e americano». E c’erano le famose serate di Dinners and Dances. Sappiamo, poi, che in quel periodo Angelo Calori aveva realizzato, in Gastown, l’Hotel Europa, edificio che è tuttora parte essenziale di Heritage Vancouver. Filippo Branca, invece, si era staccato, proprio nel 1911, dalla «Figli d’Italia» per fondare con altri corregionali la Società veneta.

Nel 1905 era stata istituita la seconda parrocchia cattolica della città, riconsacrando l’edificio di una precedente chiesa protestante, all’angolo di Keefer Street e Campbell Avenue. La Sacred Hearth Church, al centro della primissima «Little Italy», proprio nel 1911 ebbe il suo primo sacerdote di lingua italiana nel reverendo Luigi Giambastiani, assistente dell’allora parroco irlandese. Non si fa cenno, in questa antica copia dell’«Italia del Canada», a realtà o eventi religiosi locali. In una serie di brevi notizie dall’Italia e dal mondo si parla della cremazione del Re del Siam, Chulalongkorn, e della solenne cerimonia, avvenuta a Torino, per il cinquantenario del Regno d’Italia, oltre che di un processo di camorra celebrato a Viterbo. Si annuncia, da San Francisco, l’imminente arrivo, nella baia di Vancouver, dell’incrociatore Etruria, in visita ai porti del Pacifico. Infine si dà notizia dei funerali dell’illustre scrittore vicentino Antonio Fogazzaro, che «ebbero carattere plebiscitario».

Varrà la pena di approfondire la ricerca in occasione di una progettata Mostra della stampa italiana prodotta a Vancouver nel corso di un secolo. La storica rassegna troverà appropriata ospitalità nello spazio museale del Centro culturale italiano. Ne terremo senz’altro informati i lettori.

Il futuro della stampa

Per il momento conviene, invece, gettare un occhio al futuro. Si parla tanto, a proposito e a sproposito, della crisi dell’editoria, e dei media in generale, come conseguenza dell’attuale crisi economica mondiale. Ma quale altro settore non ne risente? Si discute sullo scombussolamento subito dalla stampa cartacea a causa del vertiginoso aumento e consumo dei notiziari in rete. Nuove forme di comunicazione, rapide e veloci, sono a disposizione di chiunque possa e voglia servirsene. La rete, il web, la comunicazione globale. Da cogliere al volo, acchiappando notizie quasi inafferrabili. Passa e cancella.

Come faranno figli e nipoti dei nostri figli a leggere, fra un secolo, quanto si sta volatilizzando nel nostro presente? A conoscere e studiare il passato, per indagare le origini e il senso della loro stessa storia? Ci si augura che non tutto vada perduto, che nuove forme di archivio si aggiungano alle tradizionali, finora capaci di soddisfare la curiosità e la pazienza di quanti continuano a cercare perché vogliono sapere.

 Nonostante tutto, siamo in molti a credere che il giornale di carta non morirà. Come non morirà il libro. Ambedue da tenere tra le mani, da toccare leggendo, da godere in silenzio, necessaria pausa di tranquilla conoscenza, tra tanto frastuono e tanta disumana fretta. Certo, dovranno tecnicamente aggiornarsi. Specialmente il giornale. E in particolare quello rivolto a una specifica comunità di lettori. Dovrà individuare forme e contenuti originali, per essere veicolo di utile informazione e di libera, assolutamente non coatta, opinione. Il servizio al lettore deve rimanere l’obbiettivo primario di una stampa seria. Il resto viene dopo. (Anna Maria Zampieri Pan-Messaggero di sant’Antonio, edizione italiana per l’estero/Inform)


Vai a: