ARTE
Il sogno italiano del pittore danese Kristian
Zahrtmann
Gli artisti scandinavi della scuola da
lui fondata nel
L’AQUILA – Kristian Zhartmann è un altro di quella schiera
di personaggi della cultura europea che negli ultimi tre secoli hanno a lungo
visitato l’Italia, affascinati dalla sua lucente e talvolta selvaggia bellezza,
descrivendola sempre con le emozioni e l’intensità di chi la scopriva per la
prima volta. Scrittori poeti musicisti artisti, tutti fortemente attratti dal
Bel Paese, del quale andavano alla scoperta negli angoli talvolta i più remoti,
rispetto alle principali vie di comunicazione del tempo, tutt’altro che agevoli.
Byron, Goethe, Mozart, Stendhal, Lear, Ulrichs, Berlioz, per citarne alcuni.
E Zahrtmann, appunto. Danese, nato nel
Sceso per la prima
volta in Italia alla fine del 1875, vi restò per tre anni, visitando con lunghe
soste Roma, Siena, Pistoia, Amalfi ed infine Saracinesco, sperduto paese di
poche anime su un cocuzzolo che domina la valle dell’Aniene, così chiamato per
le scorrerie subite dai Saraceni. Produsse una serie di dipinti, in quel periodo.
Del sole e della luce, dello splendore della natura, delle scene di vita quotidiana,
delle tradizioni e dei riti della religiosità popolare dell’Italia Kahrtmann
si era innamorato senza riserve. Tanto che, negli anni seguenti, vi fece ritorno
insieme ad altri artisti quali Joakim Frederick Skoovgaard, Theodor Esbern Philipsen
e Viggo Pedersen. E tuttavia il colpo di fulmine l’avrebbe avuto nel 1883 -
incredibile a dirsi - con Civita d’Antino, borgo marsicano arroccato su un colle
della Valle Roveto, in provincia dell’Aquila, nell’Abruzzo più profondo ed isolato
che dopo l’unificazione d’Italia solo in quegli anni veniva collegato al resto
del Paese con le ferrovie Pescara-Sulmona-L’Aquila-Terni e Sulmona-Avezzano-Roma,
realizzate tra il 1875 e il 1888, oltre all’adriatica che già dal 1863 aveva
congiunto Pescara ad Ancona. Prima dell’era cristiana
Antinum - l’attuale Civita d’Antino - fu un’importante città del popolo dei
Marsi. Dopo la guerra sociale, solo due centri marsi furono insigniti della
cittadinanza romana, Marruvium e appunto Antinum. Attorno all’anno Mille il
paese era molto fiorente. Nel Medioevo il nome di Civita d’Antino nei documenti
compare, insieme ai centri della Valle Roveto, come feudo dapprima degli Svevi,
poi degli Angioini, quindi degli Orsini, dei Piccolomini e, dal 1445, dei Colonna.
Con Gioacchino Murat, dal 1808 re di Napoli, Civita d’Antino divenne Comune
centrale, raccogliendo i territori di San Vincenzo, Morrea, Castronovo e Morino.
Oggi è un bel borgo con circa 1200 abitanti.
L’artista danese giunse a Civita d’Antino nel mese di giugno 1883. Quel paese di montagna, la sua gente semplice e schiva, i ritmi della vita cadenzati dal lavoro nei campi, furono per Zahrtmann una scoperta che ne avrebbe cambiato l’esistenza. Così scrisse, in una lettera del 22 giugno al suo amico Frederik Hendriksen: “Sono innamorato della montagna e del carattere che dona alla gente che l'abita. Dovresti vedere i giovani lavoratori tornare dai campi. Con le zappe in spalla, canticchiando allegri le loro melodie del Saltarello. Avresti detto con me che in nessun teatro s'era mai sentito un coro più bello. Questo perchè tutti cantano di cuore, così che la loro gioia sale dritta nell'aria come una bolla scintillante...”. Fatto sta che egli elesse proprio quello sperduto borgo come sua seconda patria. Ospite della famiglia Cerroni, vi trascorse ogni anno l’estate, fino al 1911. Entrò presto in comunione con quella gente, in apparenza schiva, invece nella sua semplicità ricca di gentilezza e di valori dal sapore antico. D’ogni cosa che riguardasse la quotidianità di Civita d’Antino, le tradizioni e la religiosità, Zahrtmann rimase impressionato tanto da amarla fortemente. Un amore certamente ricambiato, copioso di premure e d’affetto dei suoi abitanti, tanto da vedersi tributato, nel 1902, il riconoscimento di cittadino onorario di Civita d’Antino.
Non fu un caso
isolato il fascino che questo borgo esercitò su Zahrtmann. Uguale folgorazione
aveva subìto nel 1877 il pittore danese Enrik Olrik e prima ancora – scrive
Antonio Bini in un suo libro - nel 1843 Edward Lear, inglese di nascita ma di
genitori danesi, “landscape painter” com’egli si definiva e viaggiatore attento
che pagine superbe avrebbe scritto proprio sull’Abruzzo. Ebbene, tornando a
Kristian Zahrtmann, un fatto eccezionale va certamente ricordato: la nascita
per sua iniziativa d’una vera e propria Scuola estiva per artisti scandinavi,
che poi prese il suo nome, in aperta contestazione con le politiche dell’Accademia
delle Arti danese, completamente innovativa sui programmi e metodi formativi.
Da quel momento Civita d’Antino divenne punto di riferimento per centinaia d’artisti
dal nord Europa. “Proprio questo felice
isolamento - annota ancora Antonio Bini - sembra essere stato apprezzato da Zahrtmann,
il cui tormentato carattere ritrovava semplicità e vitalità creativa tra le
montagne abruzzesi, dedicandosi interamente alla pittura e trasformando il piccolo
paese - Civita d’Antino, ndr - in
un laboratorio en plein air, dove si dipingeva dalla prima
mattina fino al tramonto, con tanti modelli a disposizione, in un clima di spensierata
amicizia e di sorprendente integrazione”.
Nel 1908 un fatto rilevante si sarebbe compiuto a Copenhagen: in una grande mostra esposero più d’una ventina d’artisti passati per la scuola di Civita d’Antino. Le loro opere - paesaggi, scene di vita agreste, ritratti - splendenti della loro solarità e ricchezza di colori illuminarono quell’evento, ma sopra tutto migliaia di tele che quella parte d’Abruzzo dipingevano erano ormai entrate nei musei e nelle collezioni private della Scandinavia e della mittel Europa. Gli artisti danesi passati per Civita d’Antino, in quella straordinaria Scuola estiva di Kristian Zahrtmann, non possono non essere richiamati, almeno i nomi degli artisti più affermati: J. Bentszen-Bilkvist, A. Bertelsen, V. Bissen, G. Borjeson, A. Borjeson, L. Brandstrup, C. Butz-Moller, P.S. Christiansen, C. Clausen, G. Clement, T. Clement, O.G. Danneskjold-Samsoe, S. Danneskjold-Samsoe, R. Fiebiger, F.G. Friis, P. Hansen, O. Hartmann, M. Henriques, K. Holbo, D. Hvidt, K. Isakson, L. Jorde, J. Kragh, P.S. Kroyer, M. Kroyer, D. Lahmann, F. Larsen-Saerslov, A.M. Lassen, H.J.Lorup, A. Lunn, C. Mathorne, T. Mogensen, N.P. Mols, V. Neiiendam, E. Nielsen, M. Nyrop, D. Olrik, H. Olrik, S. Onsager, V. Pedersen, E. Petersen, T. Philipsen, J. Rohde, C. Roos, K. Schou, K. Sinding, K. Sinding-Larsen, J. Skovgaard, N. Larsen-Stevns, P. Tom-Petersen, K. Torne, Anders Trulson, S. Wandel, E. Weie, J. Wilhjelm e O. Wold-Torne. Nel 1912 Zahrtmann acquistò a Frederiksberg un pezzo di terreno, dove costruì un’abitazione che chiamò, manco a dirlo, “Casa d’Antino”. Vi visse i suoi ultimi anni, fino al 1917, quando, dopo un ricovero in ospedale per un’appendicite, il 22 giugno morì all’età di 74 anni. E’ sepolto nel cimitero di Vestre, a Copenhagen.
Eppure una vicenda
così straordinaria sarebbe rimasta nota a pochi spiriti eletti, poi forse sarebbe
stata sepolta dalla polvere nei recessi della memoria se l’indomita passione
di Antonio Bini, sopra tutto, e di qualche altro cultore della storia definita
a torto “minore” del nostro Abruzzo, non l’avessero riportata alla luce. Merita
dunque un forte plauso Bini, a rischio d’infrangere la sua spiccata modestia
e riservatezza. Ma è giusto farlo. Si deve infatti a lui la promozione d’una
serie d’iniziative per rinverdire la splendida avventura, culturale ed umana,
di Kristian Zahrtmann, della sua Scuola a Civita d’Antino, delle centinaia d’artisti
scandinavi che per oltre trent’anni vi passarono fin quando il terremoto del
13 gennaio 1915 non sconvolse
Il libro, con testi anche in inglese, ricostruisce la storia della colonia d’artisti guidata da Kristian Zahrtmann che, tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, frequentò per anni il paesino abruzzese, poi ritratto in numerose opere presenti nei più importanti musei della Scandinavia. L’intenso periodo artistico terminò appunto nel 1915, con il terremoto della Marsica, che provocò l’inesorabile declino del paese della Valle Roveto. A distanza di quasi un secolo, e dopo un altro terremoto che ha colpito duramente L’Aquila, la città capoluogo d’Abruzzo, riemerge l’incredibile storia di Zahrtmann e della sua Scuola. Il libro di Bini si legge come un romanzo. Raccoglie varie testimonianze su quello straordinario periodo e una significativa selezione di lettere di Kristian Zahrtmann. Tra le curiosità presenti nel volume si segnalano: la ristampa del catalogo della mostra che Zahrtmann organizzò a Copenaghen nel 1908, dal titolo “Civita d’Antino dei Pittori danesi”; l’individuazione in una chiesa di Soborg, in Danimarca, d’un quadro di K. Zahrtmann che ritrae la “Madonna della Ritornata”, la cui icona originale è venerata a Civita d’Antino; infine, il racconto del viaggio alla ricerca della tomba di Anders Trulson, scritto dal giornalista e scrittore svedese, Johan Werkmaster. La presentazione del bel libro di Antonio Bini si inquadra in un più ampio e rilevante evento d’arte, sempre da lui promosso, curato dall’Associazione Culture Tracks di Pescara e realizzata con il sostegno della Fondazione Pescarabruzzo.
Si tratta della
mostra “Il lungo viaggio dal Nord. L’Abruzzo nei dipinti degli artisti scandinavi. 1877-1915.
Civita d’Antino e