RASSEGNA STAMPA
ROMA - In Afghanistan si verificheranno nuovi attacchi».
Nel giorno in cui torna in Italia la salma del militare Alessandro Di Lisio,
ucciso in un attentato, e a pochi giorni dalla fine del G8, il ministro degli
Esteri Franco Frattini fa il bilancio sulla politica internazionale. Dai rapporti
con la nuova amministrazione americana allo scacchiere Mediorientale. Dai successi
diplomatici in Abruzzo al futuro dell’Iran.
Ministro Frattini, quale fattore distingue
il G8 dell’Aquila dai grandi incontri internazionali?
«È stato il vertice che ha segnato una svolta. Questo
per tre ragioni. Prima di tutto è stato creato un nuovo meccanismo di governance,
con il G14, che associa il G8 e le cinque potenze emergenti: una formula che
ha segnato la fine della governance elitaria e ha dato modo al mondo di essere
veramente rappresentato. Poi, è stato il G8 della concretezza sui grandi temi
di sostanza. Abbiamo discusso le modalità per ridare moralità, per restituire
un’etica, alla finanza internazionale. Abbiamo affrontato la sfida del clima
e abbiamo rimesso l’Africa al centro dell’agenda internazionale. Per la prima
volta questo Continente è stato considerato un attore politico».
Il G8 della concretezza cosa ha cambiato?
«Cambia che grazie all’Italia, un paese medio come dimensioni,
si raggiungono risultati di politica internazionale che in passato grandi nazioni
non riuscivano a realizzare. L’Italia esce dal vertice de L’Aquila più forte
di prima».
«Quella del presidente americano è una politica di grande
lungimiranza, che rafforza la leadership dell’America senza paternalismi. Dall’Iran
all’Africa la sua è una politica estera che a noi piace. Posso dire che su tutti
i punti l’Italia è in linea con gli Stati Uniti».
Roma sarà ancora il ponte tra Mosca
e Washington?
«Il nostro merito è riuscire a smussare le asprezze,
come è accaduto per la crisi in Georgia grazie all’opera di persuasione sul
presidente Medvedev e sullo stesso Putin. Quell’opera di diplomazia ci ha salvato
da una crisi devastante. Il nostro ruolo è quello di incoraggiare il dialogo
e ora siamo davanti a uno scenario in cui gli Usa danno vita a un negoziato
con
Prego.
«La stretta di mano tra Obama e Gheddafi. L’Italia ha
ripristinato un ruolo di amicizia con la Libia e ha così predisposto il terreno
per far riavvicinare anche la Libia con gli Stati Uniti. I due leader si sono
incontrati, si sono guardati negli occhi e parlati. Non era scontato che accadesse».
Ministro, l’Afghanistan è una delle
aree più «calde». La nostra missione si concluderà solo
«Sì, l’ho scritto in una lettera al Corriere (nell’edizione
di ieri ndr). È la risposta positiva a Obama che parla di una exit strategy.
Il nostro è un lavoro che punta a una strategia d’uscita. Siamo arrivati in
Afghanistan perché quello è il serbatoio delle minacce più grandi, del terrorismo.
Siamo lì per difenderci. Ce ne andremo quando gli afghani potranno vivere in
pace e sicurezza, avranno un proprio esercito, una rete commerciale e la droga
sarà un problema del passato. È il contrario dell’approccio devastante della
sinistra, che vuole il ritiro immediato dei soldati e apre le porte al terrorismo.
Il terrorismo va sradicato, questa è la differenza profonda tra noi e loro».
Un anno, cinque, dieci? Quali sono
i tempi per il ritiro? Esiste una deadline?
«Tempi certi non ce ne sono. Intanto, però, c’è
un tempo tecnico: le elezioni del presidente dell’Afghanistan ad agosto. È questa
la prima tappa della nostra exit strategy. Gli afghani avranno una pluralità
di candidati da votare, segno di democrazia, e poi un presidente con un governo.
Avremo messo il primo mattone sul nostro progetto. Le altre tappe saranno sostituire
la produzione della droga con la produzione agricola, creare infrastrutture
per il Paese e addestrare il loro esercito».
Non teme un’escalation di violenze
in vista delle elezioni?
«Sì, ci sarà un’escalation di violenze. I terroristi
hanno capito che si sta andando verso un consolidamento della democrazia e dobbiamo
aspettarci nuovi attacchi. Ma non vogliono colpire italiani. Ho sentito alcune
stupidaggini in merito: gli attacchi sono contro la coalizione, non contro di
noi. Al contrario, noi lì siamo amati grazie al lavoro fatto sul campo dai nostri
soldati».
Qual è la chiave per stabilizzare
l’area?
«Dobbiamo coinvolgere gli attori regionali. È un lavoro
che abbiamo iniziato a Trieste».
Può spiegare la sua idea?
«L’Afghanistan non è solo un problema dell’Isaf, ma di
tutta
Il Pakistan che ruolo potrà ricoprire?
«Il Pakistan è un Paese che oggi conta tre problemi.
Quello di un attacco interno da parte degli estremisti contro lo Stato. Quello
degli aiuti economici per rilanciare l’economia pachistana. A proposito l’Italia
ha già investito decine di milioni di curo e vuole far riconciliare India e
Pakistan: a Trieste i ministri degli Esteri indiano e pachistano si sono incontrati
e una loro futura collaborazione è auspicabile, anche per la lotta al terrorismo.
Il terzo problema sono le regioni di confine con l’Afghanistan, li dove si trovano
le zone tribali».
Le forze internazionali dovranno concentrarsi
su quel confine?
«Questa è a mio avviso l’area più critica del mondo,
su cui la maggiore attenzione deve essere prestata».
Intanto l’Iran va per la sua strada.
L’Occidente ha lasciato la porta «socchiusa». Crede sia possibile tornare sulla
via del dialogo?
«Sull’Iran ci sono due questioni. Nessun Paese può andare
verso una nuova proliferazione, vale anche per la Corea del Nord. Sul nucleare
chiediamo un dialogo trasparente, basato sui principi delle Nazioni Unite. Poi
c’è la stabilizzazione dell’Afghanistan: Teheran ha interesse a contrastare
il traffico di droga e la lotta al terrorismo? È su questi temi che devono aiutarci.
La nostra mano è tesa, ma ci deve essere qualcuno pronto a prenderla. E non
possiamo attendere a tempo indeterminato. A metà settembre ci sarà una riunione
a New York dei membri del G8 per fare il punto. La nostra posizione è di sgomento
per la repressione nel periodo elettorale e di sostegno all’Iran impegnato.
Quel popolo è vitale e ciò è ricchezza».
Israele si sta preparando per un attacco
all’Iran. Assisteremo a una nuova guerra?
«L’Italia è considerata il Paese più amico di Israele.
Ma un attacco all’Iran sarebbe una catastrofe per
Il processo di pace tra israeliani
e palestinesi viaggia lentamente. Netanyahu e Abu Mazen sono i leader giusti
per raggiungere l’obiettivo?
«La pace è un obiettivo di tutti e l’apertura di Netanyahu
ci ha colpito positivamente. La sicurezza di Israele non è negoziabile ma il
tema delicato è la continuazione degli insediamenti. A riguardo mi auguro si
opti per la proposta di una moratoria per gli insediamenti, che permetterebbe
la continuazione dei negoziati. Credo che una soluzione possibile sia la restituzione
dei territori occupati nel 1967. Magari non gli stessi luoghi, ma la restituzione
della stessa percentuale dei territori. Poi, oltre a questo, non dimentichiamo
che una pace richiede anche sviluppo economico per i palestinesi. La soluzione
è una combinazione tra pace politica ed economica».
Gli Stati Uniti sono ancora i fidati
alleati di Israele?
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