RETE CONSOLARE
Il Comites di Liegi invia un documento di protesta a
Frattini, Mantica, Fini e Schifani
“Chiudere 18 consolati ed un’Ambasciata su 220 sedi all’estero,
non è ristrutturazione né razionalizzazione”
LIEGI – Gli
italiani residenti a Liegi si oppongono alla chiusura dei Consolati. “Ci opponiamo
con un categorico No alla manovra del Governo, perché chiudere 18 Consolati
ed un’Ambasciata su 220 sedi all’estero, non è ristrutturazione né razionalizzazione”.
Inizia così il duro documento di protesta che il Comites di Liegi, presieduto
da Domenico Bontempi, ha inviato al ministro degli Esteri Franco Frattini, al
sottosegretario Alfredo Mantica, ai presidenti di Camera e Senato Gianfranco
Fini e Renato Schifani, nonché ai capogruppi alla Camera Antonello Soro (Pd);
Pier Ferdinando Casini (Udc), Massimo Donati (Idv) , Fabrizio Cicchitto (Pdl),
Roberto Cota (Lega Nord Padania), Siegfried Brugger (Gruppo Misto) e ai deputati
Mirko Tremaglia (Pdl) e Laura Garavini (Pd).
“Chiudere i
Consolati – si legge nel documento - significa dimenticare che gli italiani
all’estero sono stati parte importante della ricostruzione e del benessere economico
dell’Italia del dopoguerra. A tutt’oggi – si ricorda - , noi diamo un indotto
di cinque miliardi di euro grazie alle pensioni maturate all’estero e che sono
poi spese in Italia” . “Gli italiani di Liegi si rendono perfettamente conto
della ituazione economica attuale sia italiana sia europea e sono disposti a
sacrifici utili e non aleatori” si fa osservare. Il Comites auspica “un tavolo
di coordinamento per affrontare seriamente la “ristrutturazione della rete diplomatico
consolare” tenendo conto di tutte le diversità e sentendo anche consigli e pareri
degli addetti ai lavori come i parlamentari eletti all’estero, i Comites, il
CGIE, le rappresentanza sindacali ed il MIN, perno principale per una vera ristrutturazione”.
E avverte che “se ciò non avverrà si annunciano “una serie d’azioni di sensibilizzazione
nel solco di quanto già effettuato anche in altre realtà europee, sino a giungere,
se fosse necessario, all’occupazione dei Consolati”.
Nel documento
il Comites ribadisce “con fermezza” il suo “più profondo dissenso alla chiusura
del Consolato Generale di Liegi e di tutti gli altri Consolati”. E chiede al
Governo italiano di “ristrutturare e razionalizzare la rete diplomatica consolare
ma senza penalizzare i cittadini italiani” che “non sono cittadini di
una fantasiosa seconda categoria”. “Considerali come tali e agire in tal senso
sarebbe puro razzismo”. Inoltre, “gli italiani di Liegi si ribellano e si oppongono
ai tagli della finanziaria per le comunità all’estero ed in particolare ai tagli
assurdi effettuati agli enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiana.
L’italianità è un diritto, l’istruzione è un diritto”. “Come riteniamo sia giusto
garantire la scuola agli stranieri residenti in Italia, indipendentemente dalla
loro situazione nei riguardi della documentazione, a maggior ragione è indispensabile
ed un obbligo per il Governo, mantenere e potenziare l’insegnamento della lingua
e della cultura italiana nel mondo”. (Inform)
Di seguito
il testo integrale del documento del Comites di Liegi
“Ci opponiamo
con un categorico NO alla manovra del Governo, perché chiudere 18 consolati
ed un’Ambasciata su 220 sedi all’estero, non è ristrutturazione né razionalizzazione
ma solo fumo negli occhi di chi “dovendo fare qualcosa” e “non osando “ toccare
i problemi fondamentali, sceglie la cosa più facile… “prendersela con i più
deboli”.
Se poi, come
giustificazione, si considera e si utilizza come pretesto l’assenteismo elettorale,
avvenuto alle ultime elezioni, come disinteresse all’italianità, allora tale
manovra è ancora più vergognosa!!!
Non dimentichiamo,
che il voto è un diritto e non un obbligo; non dimentichiamo che le ultime votazioni
all’estero sono avvenute presso i soli seggi allestiti all’interno delle sedi
consolari ancora esistenti che comprendevano aree in un raggio di circa 150km.
Cosi facendo, a molti connazionali é stata resa impossibile la presenza.
(Ad esempio,
saremmo curiosi di costatare le percentuali di partecipazione di una città come
Roma se fosse messo a disposizione dei suoi cittadini un solo seggio).
Etichettare
gli italiani all’estero di menefreghismo e disinteresse nei riguardi dell’italianità
è offensivo e discriminatorio. Parlare di sportello consolare elettronico per
il qual è necessario ed indispensabile l’informatizzazione dei comuni italiani
è per lo meno prematuro, e indipendente dalle sedi consolari esistenti. Lasciare
le sedi aperte o chiuderle è del tutto indipendente dall’apertura di tali sportelli.
Dal punto di
vista del risparmio si parla di circa 8.500.000 € che, in fin dei conti, nel
bilancio non rappresentano quel gran vantaggio economico. Soprattutto perché
non si compensano i costi che tali chiusure comporterebbero a breve e a lungo
termine.
Il vero risparmio
sarebbe possibile se le Sedi Consolari fossero organizzate ed attrezzate in
maniera più razionale e strutturale.
Le problematiche
della rete diplomatica consolare vanno al di là di considerazioni semplicistiche
sull’interesse o meno degli italiani alle pratiche amministrativo-burocratiche,
le quali sono addirittura vetuste e inefficienti. Gli italiani residenti all’estero
sono italiani e s’interessano all’Italia alla stessa maniera degli italiani
residenti in Italia e ne hanno gli stessi diritti.
Nel 2009 la
residenza all’interno o all’esterno delle frontiere è un dato complementare
e non fondamentale. Come è impensabile dovere arrivare a chiudere i Comuni in
Italia, la stessa cosa vale anche per i Consolati all’Estero.
Il sottosegretario
Mantica minimizza la perdita della cittadinanza italiana parlando dell’unione
europea, ma vogliamo ricordargli che nelle intenzioni dei fondatori dell’UE
non c’è mai stata la volontà di togliere l’identità nazionale ai cittadini europei.
Al contrario,
un cittadino europeo è un europeo della Francia o della Spagna o dell’Italia
indipendentemente da dove viva e questa visione minimale e semplicistica nuoce
sia agli italiani sia agli Europei nel loro sforzo di creare un’Europa unita.
E’ da considerare
che l’aggiornamento AIRE, di cui alla legge 459, è stato solo parzialmente effettuato,
ha creato una serie di disparità nella sua esecuzione. Infatti, a Liegi, questo
ha portato alla messa in archivio storico di circa 28.000 connazionali che sì
sono visti, cosi, negare il diritto al voto.
Al contrario,
altre amministrazioni consolari hanno interpretato la stessa legge, conservando
nel loro archivio attivo anche coloro che non si sono mai manifestati.
Quindi, il
Consolato di Liegi dovrebbe essere in realtà il più grande Consolato del Belgio
e, invece, è passato in secondo ordine, nonostante il numero d’italiani residenti
nella circoscrizione consolare (Liegi e Lussemburgo) non fa che aumentare (anche
gli Italiani all’estero hanno dei figli). Senza considerare la nuova emigrazione
che con la libera circolazione va a lavorare all’estero, soprattutto in Europa
e che secondo dati RAI di gennaio 2009 è rappresentata, dal 2005 ad oggi, da
più di quattro milioni di persone.
Ad oggi il
MAE non è in grado di fornire dati certi sulla popolazione italiana all’Estero.
E’ sufficiente guardare i dati che ad ottobre 2008 annunciavano circa 8.000.000
di schede inserite negli schedari consolari, di cui circa 4.000.000 (il 50%)
sono, pero, considerati attivi. Se invece si considerano i dati ISTAT al 2007
i cittadini italiani residenti all’estero sarebbero 5.115.747, tutti con passaporto
in regola.
Il 29/09/2004
il MIN riportava che dal 1990 al 2004, 3.443.768 cittadini si erano iscritti
all’AIRE e che pertanto questo era il dato da considerare.
Ciononostante,
al 7/12/2004 il MAE, in base all’anagrafe consolare delle 220 sedi Diplomatico
Consolari, dichiarava 4.026.403 italiani con passaporto e cittadinanza italiana.
La situazione al 31/12/2005 vede stranamente in diminuzione il numero di italiani
con diritto di voto, fino a 2.614.839.
Dopo le elezioni,
da vari sondaggi, è risultato che oltre il 30% dei cittadini aventi diritto
al voto non aveva nemmeno ricevuto il plico elettorale.
Le cifre riportate
dimostrano, senza alcun dubbio, che l’efficienza della rete diplomatica consolare
va urgentemente ristrutturata. Non farlo e decidere la chiusura dei Consolati
sarebbe un atteggiamento discriminatorio e razzista.
Spetta alle
istituzioni mettere ordine nelle anagrafi e non al singolo cittadino che può
solo essere sensibilizzato al problema e non esserne la causa.
Prima di proporre
sportelli consolari elettronici bisogna considerare che l’informatica è basata
su banche dati operative e funzionali e non ipotetiche. Smontare e basarsi su
dati errati comporterebbe un disservizio ancora maggiore di quello esistente.
Quando si parla
di risparmio bisogna considerarne anche il costo.
Raddoppiare
o triplicare il numero dei connazionali iscritti nelle sedi riceventi significa
aumentare proporzionalmente le strutture di tali sedi e quindi l’ipotetico risparmio
di cui si parla è solo riferito all’edificio della sede che è spostata. Quindi,
gli otto milioni di € di risparmio di cui si parla tanto, alla fine, non corrispondono
al vero, perché le sedi riceventi costeranno all’incirca quanto quelle chiuse
(salvo restando il risparmio sulla diminuzione delle spese di assegni di sede
di Consoli Generali e Consoli, ma di quelli si può fare a meno).
Piuttosto,
si dovrebbe tenere conto che secondo i dati forniti dal Governo, il semplice
declassamento di un Consolato Generale in Consolato comporterebbe un risparmio
di circa
67.000 €. Tale
beneficio inciderebbe solo sugli appannaggi dei funzionari e non sulla popolazione
residente.
Nel clima attuale
di incertezza assoluta dei dati è troppo riduttivo pensare di spostare i soli
archivi informatici, quando ad ogni pratica esiste anche il corrispettivo cartaceo
(che spesso
non corrisponde
ai dati inseriti). Lo spostamento da una sede all’altra potrebbe provocare una
nuova e ulteriore perdita di dati e quindi un ulteriore deterioramento dei già
poco affidabili archivi.
Se ci soffermiamo
sulla manovra del Governo attuale non comprendiamo la scelta di chiudere consolati
con più di 50.000 iscritti come Bruxelles, Liegi e Losanna e lasciare aperte
le sedi di Karachi in Pakistan che vanta la bellezza 54 iscritti o quella di
Gedda che vanta 305 iscritti.
L’Europa è
la zona con il più alto numero di connazionali. Infatti, dei quattro milioni
delle schede attive dei dati MAE, 2.200.000 sono in Europa e chiudere i Consolati,
(13 sui 18 annunciati), significa allontanarli dal loro diritto all’italianità,
dal loro diritto alle origini, dal loro diritto, sancito dalla legge, a partecipare
alla vita politica.
Vogliamo ben
rimarcare che non c’è solo chi resta e fa affari e fortuna in Italia a diventare
un simbolo, ma, anche chi è emigrato o emigra, diventa con il suo comportamento,
il suo intelletto ed il suo talento, una sorta d’ambasciatore del proprio Paese.
Chiudere i
Consolati significa dimenticare che gli italiani all’estero sono stati parte
importante della ricostruzione e del benessere economico dell’Italia del dopoguerra.
A tutt’oggi, noi diamo un indotto di cinque miliardi di euro grazie alle pensioni
maturate all’estero e che sono poi spese in Italia.
In un’intervista
rilasciata alla Radio Hit.alia (Belgio-Liegi), il senatore Mantica ha affermato
che la scelta di chiudere determinati Consolati è stata fatta in base a vari
criteri, che riguardano non solo l’aspetto economico ma anche il numero di pratiche
per impiegato.
Il numero di
pratiche per impiegato è un rapporto che mette direttamente in causa la qualità
e capacità degli impiegati consolari, ma queste differenze qualitative fra impiegati
MAE non possono e non devono influire e penalizzare il singolo cittadino attraverso
la chiusura del Consolato di appartenenza, semplicemente perché l’impiegato
dell’altro Consolato è più capace o veloce o il capo missione ha meglio organizzato
il lavoro.
Queste disparità
sono da appianare a livello istituzionale. Il MAE è l’organo che sceglie e attribuisce
le sedi ai suoi impiegati e spetta a lui preparare ed istruire il personale,
siano essi funzionari o diplomatici, perché siano in grado di adempiere i loro
compiti.
Con riferimento
alla situazione in Belgio è da considerare quanto segue:
§
L’aggiornamento AIRE non è concluso e gli italiani residenti in Belgio secondo
dati delle autorità locali superano le 300.000 unità rispetto alle circa 243.000
censite;
§
La popolazione italiana residente in Belgio è distribuita per 1/3 nel nord del
paese e per 2/3 nel sud;
§
L’attuazione del piano previsto porterebbe (considerando i dati censiti e non
quelli delle autorità locali) la sede presso l’Ambasciata di Bruxelles a gestire
circa 80.000 connazionali, mentre quella di Charleroi, che raddoppierebbe il
numero di connazionali in
una struttura
già insufficiente per i 70.000 connazionali ufficialmente censiti dal MAE (e
non per i dati locali) a gestire circa 160.000 connazionali. Quest’ultimo incremento
comporterebbe un dispendio di energie e di risorse organizzative tali da giustificare
la chiusura della struttura di Liegi?
§
Sull’argomento “informatizzazione”, il Consolato di Liegi, fra le sedi europee,
è quella che ha maggiormente assorbito e recepito le nuove tecnologie informatiche
messe in opera dal MAE (con l’aggiunta, fra l’altro, di programmi interni per
trattamento dati, appuntamenti, mail interne ed esterne, modulistica operativa
su internet, ecc.) e dispone di mezzi informatici superiori rispetto alle altre
sedi ed è in grado di assorbire tecnicamente i programmi del governo sul “Consolato
elettronico”. A questo punto, non appare antieconomico chiudere proprio il Consolato
di Liegi?
§
Considerando le cifre del Governo, il Consolato Generale di Liegi avrebbe un
numero di connazionali residenti inferiore alla realtà. Infatti, con la messa
in pratica della legge 459, nel 2004 gli iscritti all’anagrafe consolare risultavano
a circa 78.000 e, in seguito alla circolare di censimento inviata nel 2005,
tutti coloro che per una ragione o l’altra non hanno fatto pervenire il formulario
al Consolato sono stati messi in archivio storico nella attesa di aggiornamento.
A tutt’oggi,
senza considerare quelli nella attesa di aggiornamento, il numero di iscritti
è di circa 52.000 (diminuzione di circa il 36% rispetto al 2004). Ma in realtà
sarebbe più opportuno considerare che il numero di connazionali iscritti nella
circoscrizione di Liegi è di circa il 36% superiore a quello ufficialmente considerato,
pari a circa 70.000 residenti.
§
E’ inoltre opportuno considerare che nella realtà Belga, Liegi è:
un’ex capitale
europea,
una sede Universitaria,
la sede del
“Gouvernement de
la sede di
teatri come l’Opera Royal de Wallonie, del conservatorio,
il centro economico
della regione Wallonne (sud del Belgio),
la regione
che ospita la base NATO di Glons,
la regione
della parte meridionale del Belgio a maggior concentrazione di ditte italiane
o filo-italiane.
Se il Consolato
di Detroit è importante per
Chiudere la
sede di Liegi non è un risparmio economico ma una perdita netta non solo per
le ovvie conseguenze a scapito dei connazionali residenti, ma per lo Stato Italiano
stesso che perde dei legami per l’economia italiana.
Quanto detto
per Liegi vale anche per le altre sedi ed ognuna ha valide ragioni per restare
aperte, siano esse Losanna o Manchester o Lilla …
Pertanto il
COM.IT.ES ripete con fermezza il suo più profondo dissenso alla chiusura del
Consolato Generale di Liegi e di tutti gli altri Consolati. Chiediamo al Governo
Italiano, con assoluta fermezza, di ristrutturare e razionalizzare la rete Diplomatica
Consolare ma senza penalizzare i cittadini italiani che ricordiamo non
sono cittadini
di una fantasiosa seconda categoria. Considerali come tali e agire in tal senso
sarebbe puro razzismo.
Inoltre gli
italiani di Liegi si ribellano e si oppongono ai tagli della finanziaria per
le comunità all’estero ed in particolare ai tagli assurdi effettuati agli enti
gestori dei corsi di lingua e cultura italiana. L’italianità è un diritto, l’istruzione
è un diritto. Come riteniamo sia giusto garantire la scuola agli stranieri residenti
in Italia, indipendentemente dalla loro situazione nei riguardi della documentazione,
a maggior ragione è indispensabile ed un obbligo per il Governo, mantenere e
potenziare l’insegnamento della lingua e della cultura italiana nel mondo.
Parliamo di
fondi che, in parole semplici, significano cultura, investimento, segno di una
presenza viva e attiva, appartenenza di ognuno di noi alla nostra nazione.
Senza investimento
non può esserci alcuna crescita, senza risorse per la divulgazione della cultura
italiana, una società è destinata a regredire sempre di più, fino all’emarginazione
totale.
Sottolineammo
che in gioco non c’è solo l’aspetto sociale, di rappresentanza, ma anche l’aspetto
economico dell’Italia stessa.
In merito al
paragone fatto con altri stati europei come Germania o Inghilterra, i quali
hanno una rete diplomatica meno numerosa che quella italiana, è altrettanto
vero che tali paesi sono ben lontani da avere oltre quattro milioni di iscritti
Aire e circa sei milioni di cittadini effettivamente residenti. Nonostante tutto,
l’Italia non può certo recriminare sulla sua voce di spesa verso l’estero, perché
solo lo 0,24% del bilancio è destinata a tale scopo, ossia la cifra più bassa
tra i Paesi sviluppati.
Noi lotteremo
civilmente con tutte le nostre forze per garantire alle generazioni future,
ai nostri figli, un avvenire senza discriminazioni sociali.
Agire per loro,
perché possano farsi apprezzare e continuare la tradizione, sentirsi orgogliosi
e fieri di appartenere all’Italia e, allo stesso tempo, per la memoria delle
generazioni passate, di coloro che molto prima di noi sono emigrati e con enormi
sacrifici, sudore, passione hanno lottato per guadagnarsi quel diritto che spetta
a ognuno di noi: la dignità.
Se oggi siamo
apprezzati a livello internazionale, se esiste un’integrazione forte della cultura
italiana in giro per il mondo è soprattutto grazie a tutte queste persone, a
quei valori che qualcuno oggi tenta di disperdere.
Molte di queste
persone non ci sono più, ma il loro ricordo é sempre vivo in noi e dovrà continuare
anche per le generazioni future. Non buttiamo via tutto questo per puro egoismo
o menefreghismo.
Gli italiani
di Liegi si rendono perfettamente conto della situazione economica attuale sia
italiana sia Europea e sono disposti a sacrifici utili e non aleatori.
Concludendo,
auspichiamo un tavolo di coordinamento per affrontare seriamente la “ristrutturazione
della rete diplomatico consolare” tenendo conto di tutte le diversità e sentendo
anche consigli e pareri degli addetti ai lavori come i parlamentari eletti all’estero,
i Comites, il CGIE, le rappresentanza sindacali ed il MIN, perno principale
per una vera ristrutturazione.
Se ciò non
avverrà si annunciano “una serie d’azioni di sensibilizzazione nel solco di
quanto già effettuato anche in altre realtà europee, sino a giungere, se fosse
necessario, all’occupazione dei consolati”. (Per il Comites il presidente Domenico
Bontempi)
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