INFORM - N. 134 - 14 luglio 2009


RETE CONSOLARE

Il Comites di Liegi invia un documento di protesta a Frattini, Mantica, Fini e Schifani

“Chiudere 18 consolati ed un’Ambasciata su 220 sedi all’estero, non è ristrutturazione né razionalizzazione”

 

LIEGI – Gli italiani residenti a Liegi si oppongono alla chiusura dei Consolati. “Ci opponiamo con un categorico No alla manovra del Governo, perché chiudere 18 Consolati ed un’Ambasciata su 220 sedi all’estero, non è ristrutturazione né razionalizzazione”. Inizia così il duro documento di protesta che il Comites di Liegi, presieduto da Domenico Bontempi, ha inviato al ministro degli Esteri Franco Frattini, al sottosegretario Alfredo Mantica, ai presidenti di Camera e Senato Gianfranco Fini e Renato Schifani, nonché ai capogruppi alla Camera Antonello Soro (Pd); Pier Ferdinando Casini (Udc), Massimo Donati (Idv) , Fabrizio Cicchitto (Pdl), Roberto Cota (Lega Nord Padania), Siegfried Brugger (Gruppo Misto) e ai deputati Mirko Tremaglia (Pdl) e Laura Garavini (Pd).

“Chiudere i Consolati – si legge nel documento - significa dimenticare che gli italiani all’estero sono stati parte importante della ricostruzione e del benessere economico dell’Italia del dopoguerra. A tutt’oggi – si ricorda - , noi diamo un indotto di cinque miliardi di euro grazie alle pensioni maturate all’estero e che sono poi spese in Italia” . “Gli italiani di Liegi si rendono perfettamente conto della ituazione economica attuale sia italiana sia europea e sono disposti a sacrifici utili e non aleatori” si fa osservare. Il Comites auspica “un tavolo di coordinamento per affrontare seriamente la “ristrutturazione della rete diplomatico consolare” tenendo conto di tutte le diversità e sentendo anche consigli e pareri degli addetti ai lavori come i parlamentari eletti all’estero, i Comites, il CGIE, le rappresentanza sindacali ed il MIN, perno principale per una vera ristrutturazione”. E avverte che “se ciò non avverrà si annunciano “una serie d’azioni di sensibilizzazione nel solco di quanto già effettuato anche in altre realtà europee, sino a giungere, se fosse necessario, all’occupazione dei Consolati”.

Nel documento  il Comites ribadisce “con fermezza” il suo “più profondo dissenso alla chiusura del Consolato Generale di Liegi e di tutti gli altri Consolati”. E chiede al Governo italiano di “ristrutturare e razionalizzare la rete diplomatica consolare ma senza penalizzare i cittadini italiani” che “non  sono cittadini di una fantasiosa seconda categoria”. “Considerali come tali e agire in tal senso sarebbe puro razzismo”. Inoltre, “gli italiani di Liegi si ribellano e si oppongono ai tagli della finanziaria per le comunità all’estero ed in particolare ai tagli assurdi effettuati agli enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiana. L’italianità è un diritto, l’istruzione è un diritto”. “Come riteniamo sia giusto garantire la scuola agli stranieri residenti in Italia, indipendentemente dalla loro situazione nei riguardi della documentazione, a maggior ragione è indispensabile ed un obbligo per il Governo, mantenere e potenziare l’insegnamento della lingua e della cultura italiana nel mondo”. (Inform)

Di seguito il testo integrale del documento del Comites di Liegi

“Ci opponiamo con un categorico NO alla manovra del Governo, perché chiudere 18 consolati ed un’Ambasciata su 220 sedi all’estero, non è ristrutturazione né razionalizzazione ma solo fumo negli occhi di chi “dovendo fare qualcosa” e “non osando “ toccare i problemi fondamentali, sceglie la cosa più facile… “prendersela con i più deboli”.

Se poi, come giustificazione, si considera e si utilizza come pretesto l’assenteismo elettorale, avvenuto alle ultime elezioni, come disinteresse all’italianità, allora tale manovra è ancora più vergognosa!!!

Non dimentichiamo, che il voto è un diritto e non un obbligo; non dimentichiamo che le ultime votazioni all’estero sono avvenute presso i soli seggi allestiti all’interno delle sedi consolari ancora esistenti che comprendevano aree in un raggio di circa 150km. Cosi facendo, a molti connazionali é stata resa impossibile la presenza.

(Ad esempio, saremmo curiosi di costatare le percentuali di partecipazione di una città come Roma se fosse messo a disposizione dei suoi cittadini un solo seggio).

Etichettare gli italiani all’estero di menefreghismo e disinteresse nei riguardi dell’italianità è offensivo e discriminatorio. Parlare di sportello consolare elettronico per il qual è necessario ed indispensabile l’informatizzazione dei comuni italiani è per lo meno prematuro, e indipendente dalle sedi consolari esistenti. Lasciare le sedi aperte o chiuderle è del tutto indipendente dall’apertura di tali sportelli.

Dal punto di vista del risparmio si parla di circa 8.500.000 € che, in fin dei conti, nel bilancio non rappresentano quel gran vantaggio economico. Soprattutto perché non si compensano i costi che tali chiusure comporterebbero a breve e a lungo termine.

Il vero risparmio sarebbe possibile se le Sedi Consolari fossero organizzate ed attrezzate in maniera più razionale e strutturale.

Le problematiche della rete diplomatica consolare vanno al di là di considerazioni semplicistiche sull’interesse o meno degli italiani alle pratiche amministrativo-burocratiche, le quali sono addirittura vetuste e inefficienti. Gli italiani residenti all’estero sono italiani e s’interessano all’Italia alla stessa maniera degli italiani residenti in Italia e ne hanno gli stessi diritti.

Nel 2009 la residenza all’interno o all’esterno delle frontiere è un dato complementare e non fondamentale. Come è impensabile dovere arrivare a chiudere i Comuni in Italia, la stessa cosa vale anche per i Consolati all’Estero.

Il sottosegretario Mantica minimizza la perdita della cittadinanza italiana parlando dell’unione europea, ma vogliamo ricordargli che nelle intenzioni dei fondatori dell’UE non c’è mai stata la volontà di togliere l’identità nazionale ai cittadini europei.

Al contrario, un cittadino europeo è un europeo della Francia o della Spagna o dell’Italia indipendentemente da dove viva e questa visione minimale e semplicistica nuoce sia agli italiani sia agli Europei nel loro sforzo di creare un’Europa unita.

E’ da considerare che l’aggiornamento AIRE, di cui alla legge 459, è stato solo parzialmente effettuato, ha creato una serie di disparità nella sua esecuzione. Infatti, a Liegi, questo ha portato alla messa in archivio storico di circa 28.000 connazionali che sì sono visti, cosi, negare il diritto al voto.

 Al contrario, altre amministrazioni consolari hanno interpretato la stessa legge, conservando nel loro archivio attivo anche coloro che non si sono mai manifestati.

Quindi, il Consolato di Liegi dovrebbe essere in realtà il più grande Consolato del Belgio e, invece, è passato in secondo ordine, nonostante il numero d’italiani residenti nella circoscrizione consolare (Liegi e Lussemburgo) non fa che aumentare (anche gli Italiani all’estero hanno dei figli). Senza considerare la nuova emigrazione che con la libera circolazione va a lavorare all’estero, soprattutto in Europa e che secondo dati RAI di gennaio 2009 è rappresentata, dal 2005 ad oggi, da più di quattro milioni di persone.

Ad oggi il MAE non è in grado di fornire dati certi sulla popolazione italiana all’Estero. E’ sufficiente guardare i dati che ad ottobre 2008 annunciavano circa 8.000.000 di schede inserite negli schedari consolari, di cui circa 4.000.000 (il 50%) sono, pero, considerati attivi. Se invece si considerano i dati ISTAT al 2007 i cittadini italiani residenti all’estero sarebbero 5.115.747, tutti con passaporto in regola.

Il 29/09/2004 il MIN riportava che dal 1990 al 2004, 3.443.768 cittadini si erano iscritti all’AIRE e che pertanto questo era il dato da considerare.

Ciononostante, al 7/12/2004 il MAE, in base all’anagrafe consolare delle 220 sedi Diplomatico Consolari, dichiarava 4.026.403 italiani con passaporto e cittadinanza italiana. La situazione al 31/12/2005 vede stranamente in diminuzione il numero di italiani con diritto di voto, fino a 2.614.839.

Dopo le elezioni, da vari sondaggi, è risultato che oltre il 30% dei cittadini aventi diritto al voto non aveva nemmeno ricevuto il plico elettorale.

Le cifre riportate dimostrano, senza alcun dubbio, che l’efficienza della rete diplomatica consolare va urgentemente ristrutturata. Non farlo e decidere la chiusura dei Consolati sarebbe un atteggiamento discriminatorio e razzista.

Spetta alle istituzioni mettere ordine nelle anagrafi e non al singolo cittadino che può solo essere sensibilizzato al problema e non esserne la causa.

Prima di proporre sportelli consolari elettronici bisogna considerare che l’informatica è basata su banche dati operative e funzionali e non ipotetiche. Smontare e basarsi su dati errati comporterebbe un disservizio ancora maggiore di quello esistente.

Quando si parla di risparmio bisogna considerarne anche il costo.

Raddoppiare o triplicare il numero dei connazionali iscritti nelle sedi riceventi significa aumentare proporzionalmente le strutture di tali sedi e quindi l’ipotetico risparmio di cui si parla è solo riferito all’edificio della sede che è spostata. Quindi, gli otto milioni di € di risparmio di cui si parla tanto, alla fine, non corrispondono al vero, perché le sedi riceventi costeranno all’incirca quanto quelle chiuse (salvo restando il risparmio sulla diminuzione delle spese di assegni di sede di Consoli Generali e Consoli, ma di quelli si può fare a meno).

Piuttosto, si dovrebbe tenere conto che secondo i dati forniti dal Governo, il semplice declassamento di un Consolato Generale in Consolato comporterebbe un risparmio di circa

67.000 €. Tale beneficio inciderebbe solo sugli appannaggi dei funzionari e non sulla popolazione residente.

Nel clima attuale di incertezza assoluta dei dati è troppo riduttivo pensare di spostare i soli archivi informatici, quando ad ogni pratica esiste anche il corrispettivo cartaceo (che spesso

non corrisponde ai dati inseriti). Lo spostamento da una sede all’altra potrebbe provocare una nuova e ulteriore perdita di dati e quindi un ulteriore deterioramento dei già poco affidabili archivi.

Se ci soffermiamo sulla manovra del Governo attuale non comprendiamo la scelta di chiudere consolati con più di 50.000 iscritti come Bruxelles, Liegi e Losanna e lasciare aperte le sedi di Karachi in Pakistan che vanta la bellezza 54 iscritti o quella di Gedda che vanta 305 iscritti.

L’Europa è la zona con il più alto numero di connazionali. Infatti, dei quattro milioni delle schede attive dei dati MAE, 2.200.000 sono in Europa e chiudere i Consolati, (13 sui 18 annunciati), significa allontanarli dal loro diritto all’italianità, dal loro diritto alle origini, dal loro diritto, sancito dalla legge, a partecipare alla vita politica.

Vogliamo ben rimarcare che non c’è solo chi resta e fa affari e fortuna in Italia a diventare un simbolo, ma, anche chi è emigrato o emigra, diventa con il suo comportamento, il suo intelletto ed il suo talento, una sorta d’ambasciatore del proprio Paese.

Chiudere i Consolati significa dimenticare che gli italiani all’estero sono stati parte importante della ricostruzione e del benessere economico dell’Italia del dopoguerra. A tutt’oggi, noi diamo un indotto di cinque miliardi di euro grazie alle pensioni maturate all’estero e che sono poi spese in Italia.

In un’intervista rilasciata alla Radio Hit.alia (Belgio-Liegi), il senatore Mantica ha affermato che la scelta di chiudere determinati Consolati è stata fatta in base a vari criteri, che riguardano non solo l’aspetto economico ma anche il numero di pratiche per impiegato.

Il numero di pratiche per impiegato è un rapporto che mette direttamente in causa la qualità e capacità degli impiegati consolari, ma queste differenze qualitative fra impiegati MAE non possono e non devono influire e penalizzare il singolo cittadino attraverso la chiusura del Consolato di appartenenza, semplicemente perché l’impiegato dell’altro Consolato è più capace o veloce o il capo missione ha meglio organizzato il lavoro.

Queste disparità sono da appianare a livello istituzionale. Il MAE è l’organo che sceglie e attribuisce le sedi ai suoi impiegati e spetta a lui preparare ed istruire il personale, siano essi funzionari o diplomatici, perché siano in grado di adempiere i loro compiti.

Con riferimento alla situazione in Belgio è da considerare quanto segue:

§         L’aggiornamento AIRE non è concluso e gli italiani residenti in Belgio secondo dati delle autorità locali superano le 300.000 unità rispetto alle circa 243.000 censite;

§         La popolazione italiana residente in Belgio è distribuita per 1/3 nel nord del paese e per 2/3 nel sud;

§         L’attuazione del piano previsto porterebbe (considerando i dati censiti e non quelli delle autorità locali) la sede presso l’Ambasciata di Bruxelles a gestire circa 80.000 connazionali, mentre quella di Charleroi, che raddoppierebbe il numero di connazionali in

una struttura già insufficiente per i 70.000 connazionali ufficialmente censiti dal MAE (e non per i dati locali) a gestire circa 160.000 connazionali. Quest’ultimo incremento comporterebbe un dispendio di energie e di risorse organizzative tali da giustificare la chiusura della struttura di Liegi?

§         Sull’argomento “informatizzazione”, il Consolato di Liegi, fra le sedi europee, è quella che ha maggiormente assorbito e recepito le nuove tecnologie informatiche messe in opera dal MAE (con l’aggiunta, fra l’altro, di programmi interni per trattamento dati, appuntamenti, mail interne ed esterne, modulistica operativa su internet, ecc.) e dispone di mezzi informatici superiori rispetto alle altre sedi ed è in grado di assorbire tecnicamente i programmi del governo sul “Consolato elettronico”. A questo punto, non appare antieconomico chiudere proprio il Consolato di Liegi?

§         Considerando le cifre del Governo, il Consolato Generale di Liegi avrebbe un numero di connazionali residenti inferiore alla realtà. Infatti, con la messa in pratica della legge 459, nel 2004 gli iscritti all’anagrafe consolare risultavano a circa 78.000 e, in seguito alla circolare di censimento inviata nel 2005, tutti coloro che per una ragione o l’altra non hanno fatto pervenire il formulario al Consolato sono stati messi in archivio storico nella attesa di aggiornamento.

A tutt’oggi, senza considerare quelli nella attesa di aggiornamento, il numero di iscritti è di circa 52.000 (diminuzione di circa il 36% rispetto al 2004). Ma in realtà sarebbe più opportuno considerare che il numero di connazionali iscritti nella circoscrizione di Liegi è di circa il 36% superiore a quello ufficialmente considerato, pari a circa 70.000 residenti.

§         E’ inoltre opportuno considerare che nella realtà Belga, Liegi è:

un’ex capitale europea,

una sede Universitaria,

la sede del “Gouvernement de la Province”,

la sede di teatri come l’Opera Royal de Wallonie, del conservatorio,

il centro economico della regione Wallonne (sud del Belgio),

la regione che ospita la base NATO di Glons,

la regione della parte meridionale del Belgio a maggior concentrazione di ditte italiane o filo-italiane.

Se il Consolato di Detroit è importante per la Fiat, quello di Liegi è importante per la Ferrero, la Mapei, la Agusta e le altri ditte italiane operanti nella circoscrizione.

Chiudere la sede di Liegi non è un risparmio economico ma una perdita netta non solo per le ovvie conseguenze a scapito dei connazionali residenti, ma per lo Stato Italiano stesso che perde dei legami per l’economia italiana.

Quanto detto per Liegi vale anche per le altre sedi ed ognuna ha valide ragioni per restare aperte, siano esse Losanna o Manchester o Lilla … 

Pertanto il COM.IT.ES ripete con fermezza il suo più profondo dissenso alla chiusura del Consolato Generale di Liegi e di tutti gli altri Consolati. Chiediamo al Governo Italiano, con assoluta fermezza, di ristrutturare e razionalizzare la rete Diplomatica Consolare ma senza penalizzare i cittadini italiani che ricordiamo non

sono cittadini di una fantasiosa seconda categoria. Considerali come tali e agire in tal senso sarebbe puro razzismo.

Inoltre gli italiani di Liegi si ribellano e si oppongono ai tagli della finanziaria per le comunità all’estero ed in particolare ai tagli assurdi effettuati agli enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiana. L’italianità è un diritto, l’istruzione è un diritto. Come riteniamo sia giusto garantire la scuola agli stranieri residenti in Italia, indipendentemente dalla loro situazione nei riguardi della documentazione, a maggior ragione è indispensabile ed un obbligo per il Governo, mantenere e potenziare l’insegnamento della lingua e della cultura italiana nel mondo.

Parliamo di fondi che, in parole semplici, significano cultura, investimento, segno di una presenza viva e attiva, appartenenza di ognuno di noi alla nostra nazione.  

Senza investimento non può esserci alcuna crescita, senza risorse per la divulgazione della cultura italiana, una società è destinata a regredire sempre di più, fino all’emarginazione totale.

Sottolineammo che in gioco non c’è solo l’aspetto sociale, di rappresentanza, ma anche l’aspetto economico dell’Italia stessa. 

In merito al paragone fatto con altri stati europei come Germania o Inghilterra, i quali hanno una rete diplomatica meno numerosa che quella italiana, è altrettanto vero che tali paesi sono ben lontani da avere oltre quattro milioni di iscritti Aire e circa sei milioni di cittadini effettivamente residenti. Nonostante tutto, l’Italia non può certo recriminare sulla sua voce di spesa verso l’estero, perché solo lo 0,24% del bilancio è destinata a tale scopo, ossia la cifra più bassa tra i Paesi sviluppati.

Noi lotteremo civilmente con tutte le nostre forze per garantire alle generazioni future, ai nostri figli, un avvenire senza discriminazioni sociali.

Agire per loro, perché possano farsi apprezzare e continuare la tradizione, sentirsi orgogliosi e fieri di appartenere all’Italia e, allo stesso tempo, per la memoria delle generazioni passate, di coloro che molto prima di noi sono emigrati e con enormi sacrifici, sudore, passione hanno lottato per guadagnarsi quel diritto che spetta a ognuno di noi:  la dignità.

Se oggi siamo apprezzati a livello internazionale, se esiste un’integrazione forte della cultura italiana in giro per il mondo è soprattutto grazie a tutte queste persone, a quei valori che qualcuno oggi tenta di disperdere. 

Molte di queste persone non ci sono più, ma il loro ricordo é sempre vivo in noi e dovrà continuare anche per le generazioni future. Non buttiamo via tutto questo per puro egoismo o menefreghismo.

Gli italiani di Liegi si rendono perfettamente conto della situazione economica attuale sia italiana sia Europea e sono disposti a sacrifici utili e non aleatori.

Concludendo, auspichiamo un tavolo di coordinamento per affrontare seriamente la “ristrutturazione della rete diplomatico consolare” tenendo conto di tutte le diversità e sentendo anche consigli e pareri degli addetti ai lavori come i parlamentari eletti all’estero, i Comites, il CGIE, le rappresentanza sindacali ed il MIN, perno principale per una vera ristrutturazione.

Se ciò non avverrà si annunciano “una serie d’azioni di sensibilizzazione nel solco di quanto già effettuato anche in altre realtà europee, sino a giungere, se fosse necessario, all’occupazione dei consolati”. (Per il Comites il presidente Domenico Bontempi)

Inform

 


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