RASSEGNA STAMPA
Da
“
Eugenio Vagni riabbraccia i suoi famigliari.
“Pensavo: ora mi tagliano la testa”
Io vedevo la mia testa esibita in una grande cesta...». Lo ricorda come se fosse un orrore così normale, nelle sue notti e nei suoi pensieri. Dice che pensava ai sua figlia e sua moglie per farsi forza, che aveva la febbre, che i dolori alla schiena lo piegavano in due, che in quei giorni senza fine tante volte aveva perso la speranza. Dice: «Io non sapevo che cosa succedeva fuori da noi. Il mio mondo era tutto lì dentro. Dentro al mio terrore, ai miei carcerieri, alle ombre infinite della giungla, a quella vita sospesa fra la libertà e la morte».
Intervistato dalla Abs-Cbn, Eugenio Vagni parla seduto sul piccolo aereo che lo sta portando a Manila, dove lo aspettano la moglie Khwanruean Phungket e la figlia Leticia. L’avevano rilasciato nel pieno della notte dell’altro ieri, in un villaggio sperduto dell’isola di Sulu, a Maimbung, nelle mani della vice-governatrice Lady Ann Sahidulla che era arrivata lì seguendo le indicazioni al telefonino di una delle due mogli del capo islamico Albader Parad, arrestate e liberate all’improvviso, prima di un interrogatorio, in cambio proprio di Eugenio Vagni. Lei avanzava nel buio, dentro alla giungla. La donna le diceva dove andare volta per volta. Al giornale Philippine Daily Inquirer, Lady Ann ha detto anche che i banditi erano pieni di armi, ma tranquilli. Le hanno chiesto dei soldi per delle sigarette. Lei dice di avergli dato 50 mila pesos in contanti, cioè quasi mille dollari, «per vitto e alloggio». Nessun pagamento di riscatto, assicura. Solo una specie di rimborso spese.
Anche nel racconto
molto spettacolare di Lady Ann, il sequestro di Eugenio ha qualcosa di incredibile
e di imprevisto, terribile e facile nello stesso tempo. È bastata una donna
per riportarlo dentro al mondo. Adesso, l’ingegnere della Croce Rossa ha la
barba lunga e gli occhi pieni di vita. Ed è come se le parole lasciassero sorrisi,
anche quando raccontano incubi, e la paura sembrasse un sentimento così lontano,
quasi impossibile. Dice: «C’erano delle volte che ero molto spaventato. Dal
giorno in cui sono stato rapito fino a ieri, quando sono stato liberato, ho
sempre pensato che mi avrebbero decapitato».
Racconta 178 giorni di prigionia interminabile, vagando nella giungla, tormentato
dalla sua ernia alla schiena e poi da un colera, con i suoi sequestratori che
lo chiamavano «Apo», che vuol dire saggio, vecchio da rispettare. Eugenio dice
che l’hanno trattato bene, che quando ha avuto il colera l’hanno curato, e che
quando si spostavano non gli davano pesi da portare e gli chiedevano sempre
se era stanco. I suoi anni oggi sembrano quasi ingentiliti in un corpo reso
così scarno e ossuto dalla magrezza, gli occhi più grandi, la vita più ferma.
In sei mesi ha perso 20 chili, gli davano da mangiare solo riso e pesce. Sin dai primi giorni era stato separato dagli altri due volontari rapiti assieme a lui, lo svizzero Andrea Notter e la filippina Mary Jean Lacaba. È che non ce la faceva a reggere il ritmo dei lungi trasferimenti, bloccato dai dolori dell’ernia alla schiena. Per questo non aveva saputo che i due erano già stati liberati nella giungla, in maniera un po’ strana, Mary Jean il 2 aprile, e Notter il 18, ritrovati come regali perduti nei misteri della foresta tropicale. Prima della separazione, però, i terroristi dell’Abu Sayyaf erano venuti più di una volta da loro per dire che avrebbero dovuto decapitarne uno, che non avevano ancora deciso chi.
Durante tutto quel periodo, c’erano stati scontri a fuoco, ultimatum dei terroristi, appelli drammatici dei prigionieri, fughe e terrore. Per sopravvivere, Eugenio aveva chiesto dei foglietti di carta per scrivere dei pensieri e i terroristi glieli avevano dati: «E io ci annotavo sopra delle frasi che mandavo a mia moglie. Così mi sentivo vivo». Nonostante tutto, però, il destino di Vagni doveva essere già segnato. È cambiato pochi giorni fa, martedì scorso, a un posto di blocco nella località di Barangay Tagback, provincia di Indanan, a Sulu. La polizia aveva preso le due mogli - la prima, Rowena Aksan, e la terza, Nursima - e i figli del leader dell’organizzazione islamista responsabile del sequestro, Albader Parad. Le donne sono accusate di complicità nel rapimento. Ma Lady Ann riesce chissà come a parlare con Parad. Gli dice che adesso le sue mogli sono coinvolte: «È questo che vuoi? Perché non liberi Vagni e non cambi le loro vite?». Parad non ci pensa su molto. Rowena e Nursima sono uscite quasi subito. E nella notte di venerdì, una di loro ha guidato Lady Ann nella giungla. Così Eugenio è ricaduto dentro la vita. (Pierangelo Sapegno-La Stampa.it, 13 luglio 2009)
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