RASSEGNA STAMPA
Da “La Stampa.it”
Immigrati, la Cei critica il governo
TORINO - Il ddl sulla sicurezza è legge,
ma le polemiche non si fermano. Il ministro Maroni etichetta come «solita liturgia»
le critiche di monsignor Agostino Marchetto che ieri
aveva parlato di «tristezza», «dispiacere» e «grande preoccupazione» per un
provvedimento che porterà «difficoltà», che mette a rischio «la tenuta dei diritti
umani» e che «ignora la vera questione», quella dell’ «integrazione».
Il titolare del Viminale si dice a
tal proposito «assolutamente soddisfatto». E rivendica le sue scelte: «Nessun
governo ha mai fatto tanto in così poco tempo contro la mafia, contro la criminalità,
contro l’immigrazione clandestina». La risposta del monsignor Agostino Marchetto
è immediata ed afidata ad una dichiarazione all’agenzia
ANSA: «Un arcivescovo, quando pensa di aver fatto il suo dovere, non si ferma
a raccogliere le pietre che gli buttano dietro». Intanto la Santa Sede si è
smarcata dall'intervento di Marchetto. «Non consta che ci siano state critiche che si
debbano qualificare come critiche del Vaticano» ha fatto sapere padre Federico
Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede.
Il Pdl ha
subito esultato, per Gasparri «i titolisti dei giornali ancora una volta hanno
scambiato lucciole per lanterne» Gasparri. Ma un nuovo schiaffo al governo è
arrivato dai vescovi. Accoglienza e sicurezza sono due «azioni convergenti e
irrinunciabili» è la posizione di don Domenico Pompili,
portavoce della Cei, che, sulla questione dell’immigrazione, precisa come valga
«anche oggi, cioè all’indomani dell’approvazione da parte del Senato del ddl
sicurezza, quanto affermato nel comunicato finale dell’ultima assemblea generale
della Cei tenutasi lo scorso mese di maggio», ovvero che «si tratta di un fenomeno
assai complesso, che proprio per questo deve essere governato e non subìto».
«È peraltro evidente - dice in una
dichiarazione all’agenzia della Cei, il Sir - che una risposta dettata dalle
sole esigenze di ordine pubblico - che è comunque necessario garantire in un
corretto rapporto tra diritti e doveri - risulta insufficiente, se non ci si
interroga sulle cause profonde di un simile fenomeno. Due azioni convergenti
sembrano irrinunciabili. La prima consiste nell’impedire che i figli di Paesi
poveri siano costretti ad abbandonare la loro terra, a costo di pericoli gravissimi,
pur di trovare una speranza di vita. Tale problema esige di riprendere e incrementare
le politiche di aiuto verso i Paesi maggiormente svantaggiati». La seconda risposta
al fenomeno migratorio, prosegue don Pompili, «sta nel favorire l’effettiva integrazione di quanti
giungono dall’estero, evitando il formarsi di gruppi chiusi e preparando ’patti
di cittadinanzà che definiscano i rapporti e trasformino
questa drammatica emergenza in un’opportunità per tutti. Ciò è possibile se
si tiene conto della tradizionale disponibilità degli italiani - memori del
loro passato di emigranti - ad accogliere l’altro e a integrarlo nel tessuto
sociale. Suonerebbe infatti retorico l’elogio di una società multietnica, multiculturale
e multireligiosa - prosegue - se non si accompagnasse
con la cura di educare a questa nuova condizione, che non è più di omogeneità
e che richiede obiettivamente una maturità culturale e spirituale».
In riferimento sempre alla questione
migratoria, Pompili richiama anche le parole del cardinale
Angelo Bagnasco, presidente della Cei, nella prolusione all’ultima assemblea
dei vescovi. Accanto al «valore incomprimibile di ogni vita umana, la sua dignità,
i suoi diritti inalienabili», disse il cardinale, «ce ne sono altri, come la
legalità, l’affrancamento dai trafficanti, la salvaguardia del diritto di asilo,
la sicurezza dei cittadini, la libertà per tutti di vivere dignitosamente nel
proprio Paese, ma anche la libertà di emigrare per migliorare le proprie condizioni
da contemperare naturalmente con le possibilità d’accoglienza dei singoli Paesi,
o magari solo per arricchirsi culturalmente. Motivo per cui il singolo provvedimento
finisce con l’essere fatalmente inadeguato se non lo si può collocare in una
strategia più ampia e articolata che una nazione come l’Italia deve darsi a
fronte di un fenomeno epocale come la migrazione di intere popolazioni. La geografia
infatti ha connesso un elemento - per così dire - vocazionale, un’indole che
connota il Paese in rapporto alla sua collocazione storico-ambientale». (La
Stampa.it, 3 luglio 2009)
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