INTERVENTI
Dell’urbanista aquilano Marcello
Vittorini
L’Aquila, città fondata dai suoi futuri
abitanti
L’AQUILA
- Con il consenso dell'autore, pubblichiamo una nota sulla nascita e sulla
storia de L’Aquila, scritta a pochi giorni dal sisma, dall''urbanista aquilano
Marcello Vittorini, professore emerito dell'Università di Roma "
L'Aquila è la città del “novantanove”. Novantanove rintocchi, ogni sera, dalla campana della Torre di Palazzo. Le canzoni che parlano di 99 case, 99 piazze, 99 chiese, 99 cannelle. Una città dalla toponomastica affascinante che ricordava paesi tuttora esistenti e paesi ormai scomparsi. Qui sono nato – 82 anni orsono - e qui sono sempre tornato dalle mie continue peregrinazioni. Qui ho vissuto negli anni belli dell'infanzia e della giovinezza, nei quali il tempo è riempito da scoperte sempre più ricche ed affascinanti, che lo dilatano a dismisura e che, nel mio caso, hanno avuto per oggetto soprattutto la città ed il luogo in cui essa è collocata. L'Aquila, allora, era per me una città meravigliosa. Una città fatta di piazze più che di strade, di palazzi e di chiese più che di case, all'interno di una cinta murata ancora pressoché integra. Una città affacciata su una conca amplissima, dominata da montagne maestose che sembrava di poter toccare, soprattutto nella luce rosata del tramonto. Ed essa era per me anche città misteriosa, nelle strade e nei "vicoli" che costituiscono il suo tessuto compatto, nei cortili raffinati dei suoi palazzi, nella sapiente distribuzione delle attività e delle funzioni che, al tempo della mia infanzia, ancora manteneva i suoi caratteri originari.
Indubbiamente le peregrinazioni infinite, nella città e poi nei paesi circostanti, ad ogni ora del giorno e della notte, alla continua scoperta - e riscoperta - di piazzette, "chiassetti", "sdruccioli", fontane, decorazioni scultoree e pittoriche che riemergevano con prepotenza dalle successive "passate" di tinta e di intonaco, hanno determinato la scelta fondamentale della mia vita: quella di occuparmi della città e del territorio, intesi non come semplici "fatti fisici", ma come sede delle comunità, delle loro relazioni sociali, della loro storia, della loro capacità di autogoverno. Partendo da queste curiosità ho assimilato, negli anni, la straordinaria vicenda dell’Aquila, della sua fondazione e della sua ricostruzione, mantenendo lo stesso carattere, dopo le cicliche e ripetute distruzioni per guerre e per terremoti. La fondazione era allora per lo più attribuita ad una "decisione esterna" - papale o imperiale - alla quale le popolazioni locali si sarebbero dovute necessariamente piegare. La realtà è più semplice e, nello stesso tempo, di gran lunga più affascinante: L'Aquila fu fondata dai suoi futuri cittadini, cioè dagli abitanti di un centinaio di paesi circostanti che formavano il “Comitatus Aquilanus”. Di qui il ricorrente "novantanove".
L'ampia conca solcata dall'Aterno, delimitata dalle pendici del Gran Sasso e del Velino-Sirente, al centro della quale sorge L'Aquila, è stata percorsa fin dai tempi antichissimi da raccoglitori e cacciatori, i quali seguivano le valli incassate che prolungano la conca fino alla montagna ed allo spartiacque del Velino ad Ovest e del Vomano a Nord. In epoca pre-romana, nella conca si insediano Sabini e Vestini, separati da uno stretto ed allungato colle, sulla sommità pianeggiante del quale, molti secoli dopo, sarà costruita L'Aquila. Qui certamente c'era un luogo di scambio, di culto, di presidio, nel quale convenivano gli abitanti dei centri distribuiti nella pianura e sulle pendici montane. Nel periodo romano, il sistema insediativo si consolida e registra un deciso sviluppo economico, con l'apertura della Via Claudia Nova e con la protezione garantita ai pastori che la percorrono, con le loro greggi. Nasce così la pastorizia transumante, che condizionerà in maniera determinante lo sviluppo della conca. I "castelli" esistenti si consolidano ed altri ne sorgono lungo la nuova strada. Con la caduta dell'Impero romano l'intero sistema - economico ed insediativo - entra in crisi. La pastorizia transumante non è più possibile. La povera agricoltura di montagna non basta ad assicurare la sopravvivenza. I castelli e i casali si spopolano.
Solo dopo molti secoli i pochi e miseri abitanti della conca cominciano a raccogliersi intorno ai monasteri benedettini dipendenti dalla Abbazia di Farfa e, successivamente, intorno alle pievi. La situazione cambia intorno al 1050, nel momento in cui, con i Normanni, che unificano tutto il Mezzogiorno, diventa possibile la ripresa della pastorizia transumante e quindi la integrazione della povera agricoltura montana con le sterminate risorse dei pascoli montani - utilizzabili solo d'estate - e di quelli delle pianure costiere, soprattutto pugliesi, utilizzabili solo d'inverno. Si innesca così un processo di sviluppo rapidissimo ed imponente. Vengono costruiti nuovi centri abitati, talvolta sul luogo dei preesistenti vici e pagi, si arricchisce il sistema dei collegamenti e si consolidano i percorsi principali della transumanza, i tratturi, che scavalcano fiumi e montagne e che sono punteggiati dai "riposi", cioè dagli spazi in cui, ogni sera, il gregge deve fermarsi e che, in alcuni casi, diventeranno in futuro nuovi centri artigianali e commerciali, di servizio.
Durante la transumanza si sposta una complessa ed articolata organizzazione, che, lungo il viaggio, seguita a produrre ed a commercializzare i prodotti. Il pastore transumante è una figura decisamente nuova, rivoluzionaria, nel rigido mondo medievale. Egli infatti conosce il mondo ed è libero, non asservito alla gleba e al feudatario. La sua vita è fatta di rinunce e sacrifici, ma l'abitudine alla meditazione ed alla contemplazione lo rende particolarmente sensibile alla bellezza in tutte le sue manifestazioni. Può portare con sé solo l'essenziale, ma il bastone al quale si appoggia e lo sgabello che usa per mungere le pecore sono finemente intagliati e la scodella in cui consuma il suo pasto è di ceramica artisticamente decorata. Inoltre, a conclusione della lunga, forzata, lontananza egli riporta - alla casa, al paese, alla sua donna - le conoscenze raccolte, i merletti più fini ed i gioielli più ricchi, i cui "modelli figurativi" sono gli stessi di quelli dei rosoni e dei portali delle chiese. Così la struttura culturale ed economica della conca si evolve e nasce la necessità di più efficaci sistemi di organizzazione commerciale, di governo, di rappresentanza collettiva. Nasce, in una parola, il bisogno di città e gli abitanti dei centri della conca decidono, collettivamente, nella prima metà del XIII secolo, di fondare L'Aquila, sulla collina che separa la parte vestina da quella sabina, nell'antico luogo di culto, di scambio, di presidio, che forse coincideva con quello della successiva Piazza Grande. Ovviamente, la fondazione della nuova città deve essere approvata da una superiore autorità, cioè dal Papa o dall'Imperatore. Tanto più che gli abitanti dei centri fondatori hanno idee molto chiare ed avanzano pretese che, all'epoca, appaiono addirittura eversive. Essi, infatti, pretendono di avere la "doppia cittadinanza" - quella del paese originario e quella della nuova città - pagando le tasse - il focatico - una volta sola e pretendono di assicurare alla città la rappresentanza dei castelli e casali fondatori, nonché l'uso collettivo, libero ed esclusivo dei pascoli sterminati delle montagne.
Un
primo assenso viene concesso, dietro pagamento di un congruo compenso, dal Papa
Gregorio IX nel 1229 ed uno successivo dall'Imperatore Corrado IV, con un diploma
del 1254, quattro anni dopo la morte di Federico II. Su queste basi gli abitanti
dei centri fondatori avviano la costruzione della nuova città. Ma le opere realizzate
vengono distrutte, nel 1259, da Manfredi che intende così punire gli aquilani
per l'aiuto da essi portato a Carlo d'Angiò.
Nel 1266 la città viene rifondata dallo stesso Carlo d'Angiò, secondo gli indirizzi
culturali maturati nei monasteri benedettini e cistercensi. La città è cinta da
mura che hanno 86 torrioni e 12 porte e lo spazio da esse delimitato (ben
Questo
conflitto viene superato con il determinante contributo di Celestino V, il Papa
eremita che decide di essere incoronato all'Aquila città a lui "più cara
fra tucte le terre", nella basilica di Collemaggio, da lui fondata 20 anni
prima. Celestino entra all'Aquila il 27 luglio 1294, su un'asina bianca, tenuta
per le briglie dall'Imperatore e da suo figlio Carlo Martello, re d'Ungheria.
L’Aquila si presenta ai visitatori esterni come una grande “città pianificata”,
come la “capitale” di un territorio vasto e ben organizzato in fase di grande
sviluppo. Per i dignitari della Curia papale il confronto con
Il
corteo papale aveva risalito la valle dell’Aterno, seguendo la vecchia strada
intagliata nella roccia delle Gole di S. Venanzio, con due soste una a Castelvecchio
Subequo (nel convento Francescano) e l’altra, presumibilmente ad Acciano, dove
l’ordine dei benedettini di S. Spirito aveva
Il
Papa viene solennemente incoronato il 29 agosto1294, alla presenza di una folla
sterminata, alla quale partecipa la città, 30 anni dopo la sua rifondazione angioina.
Il cardinale Stefaneschi, che guida la delegazione inviata dalla Curia di Roma,
la definisce "non plenam civibus urbem sed spatiis certis signatam ob spemque
futuram". Il suo impianto forte e regolare è infatti
Come
già accennato, il disegno della città ha un carattere ben definito e non è riconducibile
all'impianto cardo-decumanico di derivazione romana. Esso è tutto impostato sulla
centrale, dominante, Piazza Grande, della Cattedrale e del Mercato, ed è caratterizzato
da un tessuto ortogonale, minuto, che garantisce una grande "permeabilità"
ed una grande libertà di spostamento. Il "sistema dei luoghi centrali"
è costituito, sul culmine pianeggiante del colle, dalla Piazza Grande, che occupa
ben 12 isolati (e che anticipa di oltre 3 secoli dimensioni e caratteri delle
piazze barocche) e dalla Piazza Palazzo, su cui si affaccia il Municipio. Le due
piazze sono collegate da quattro strade che accolgono attività artigianali e di
servizio, lambite dalle strade di penetrazione dalle porte principali. Nel tessuto
urbano è mantenuto il tracciato curvilineo della antica via di salita al colle
da Oriente, in corrispondenza del quale è collocata
Tuttavia
anche la realizzazione del nuovo castello e la costruzione di nuove, meravigliose,
opere di architettura, si collocano coerentemente nel disegno urbano originario.
Il quale sopravvive anche alle distruzioni provocate dal disastroso terremoto del 1703 - che ridusse
la popolazione della città a soli 2000 abitanti. Infatti la ricostruzione è rapida
ed altamente qualificata. Anche le trasformazioni ottocentesche, che adeguano
la città alle nuove esigenze sociali ed economiche della "città borghese"
rispettano la coerenza dell'impianto urbano, realizzando un nuovo "sistema
dei luoghi centrali", con il corso porticato che collega direttamente
*Marcello Vittorini
è nato all’Aquila e vive tra Roma e la città natale. Professore emerito dell'Università
di Roma "