INFORM - N. 126 - 2 luglio 2009


ITALIANI ALL’ESTERO

Dal blog “notiziedanewyork.com”

Parla Renato Miracco, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York

 

NEW YORK - Italiano come lingua di moda, comunità italoamericana divisa, grandi mostre a New York per il futurismo, Bombay come città del futuro. E poi Gagosian come galleria d'arte imperdibile, il Central Park con le lucciole, e il meraviglioso pesce cucinato da Milos, questo ed altro nell'intervista (versione audio: 14 minuti)

Renato Miracco è direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York, critico d’arte, curatore di mostre; per dieci anni, dal 1997 al 2007, è stato consigliere del Ministero degli Affari Esteri ed organizzatore di mostre ed esposizioni all'estero. Dal 2007 è direttore dell' Istituto Italiano di Cultura a New York.

Partiamo dalla fine della chiacchierata. Per Miracco la galleria d’arte imperdibile a New York è Gagosian (che ha aperto anche a Roma), i ristoranti che preferisce sono il Gattopardo e Vice Versa, consiglia di provare il pesce di Milos .La zona più trendy per vivere è Tribecca, anche se Miracco risiede nell’Upper West Side, dove ogni mattina attraversa il parco per arrivare in ufficio (ieri notte ho visto anche le lucciole!).

Ma New York è ancora la capitale dell’arte di una volta?

Sicuramente è uno dei poli d’attrazione più importanti al mondo. La crisi ha dato una grossa batosta, ma qui avvengono tantissime cose, non dimenticherei però anche altre città.

Quali?

Shangai in Cina, in Europa Berlino, anche Londra non è da meno.

E Bercellona?

Non la metterei tra le città artisticamente rilevanti. Da questa parte dell’emisfero c’è Chicago, alcune cose stanno avvenendo anche in Brasile. A San Paolo c’è un gruppo di scultori interessanti. Poi non dimenticherei Bombay, in India, che ho visitato due volte, e mi sembra abbia una comunità artistica promettente. Ovviamente bisogna aspettare per vedere cosa accade.

Però un dato è certo, la centralità artistica di New York si va dissolvendo, il baricentro cambia dall’Occidente ai paesi in via di sviluppo?

Diciamo che prima c’era un unico polo d’attrazione, ora si stanno frantumando in più fermenti, in più poli.

Come è la relazione tra New York e la cultura italiana?

L’americano in generale adora l’Italia, è affascinato, tutto quello che è italiano lo entusiasma subito. E’ terrificante identificare il nostro paese con una serie di regionalismi che l’americano non capisce. Spesso noi siamo abituati a promuovere la singola regione, il singolo paese. Bisogna presentarsi come italiani. Se lei va in Francia si parla della Francia, in Germania dalla Germania, non della Borgogna, dell’Alsazia, della Lorena. C'è poi un altro rischio, cioè èpresentarsi in maniera desueta, è vero che possediamo il 67% del patrimonio mondiale d’arte, ma facciamo arte anche al presente, per questo ho scritto questo libro che esce tra poco, gli artisti italiani giovani a New York. Abbiamo riaperto il premio New York per promuovere l’arte italiana contemporanea, cerco di portare qui eccellenze contemporanee.

Ci può fare qualche nome di artista giovane?

Francesco Clemente, Maurizio Cattelan, c’è il fotografo Renato d’Agostin, ma ce ne sono settanta. Com’è la relazione con la comunità italiana?

La comunità italoamericana non è una sola, ce ne sono tante stratificate nel tempo. C’è il giovane che arriva adesso, l’emigrante in fuga dopo la seconda guerra mondiale, i figli delle generazioni precedenti. E’ una comunità stratificata nel tempo, e difficile unirla in un progetto comune, anche se ci sto provando.

Perché è difficile?

Perché il giovane appena arrivato non si identifica con l’emigrante di un tempo, ognuno ha un’idea dell’Italia relativa al momento in cui se ne è andato. Fondere le varie parti è complicato. Le seconde e terze generazioni invece sono interessate ad apprendere l’italiano, perché i genitori spesso non gliel’hanno insegnato, per integrarsi meglio in America.

C’è un boom di corsi di italiano quindi?

C’è un boom dei corsi d’italiano, dovremmo difendere l’Ap Italian . Io credo che la nostra lingua debba presentarsi come lingua d’arte. Impararlo dai film, dalle canzoni, un apprendimento attraverso una nuova mediaticità. Gli americani ne sono incuriositi, perché è una lingua trendy, è molto chic. Ovviamente non servirà mai per una comunicazione di massa, perché prima c’è l’inglese, poi l’americano, e prima di tutti ci sarà il cinese.

Le attività più importanti organizzate dall’Istituto Italiano di Cultura nel 2009?Abbiamo avuto Guercino, ci sono le celebrazioni sul futurismo che iniziano a settembre e finiscono a dicembre: dai manifesti in mostra, alla prima donna futurista, tutto in collaborazione cone le università e associazioni.

I fondi del ministero le bastano?

Preferirei non rispondere (sorride… a noi sembra già una risposta). (Piero Armenti- www.notiziedanewyork.com:80/ )

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