INFORM - N. 125 - 1 luglio 2009


STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Su “Tribuna Italiana” l’editoriale del direttore Marco Basti

Noi e il voto in Argentina

 

BUENOS AIRES - Domenica scorsa si sono svolte le elezioni per il rinnovo della metà della Camera dei Deputati e di un terzo del Senato del “Congreso Nacional” dell’Argentina.

I risultati sono stati analizzati dagli osservatori politici, dai politologi e dai protagonisti delle elezioni, e in genere sono stati  concordi nel sostenere che c’è stato un grande sconfitto che è il governo e che quasi tutti gli altri hanno qualcosa, poco o molto, da festeggiare. C’è, questo sì, un evidente cambiamento del quadro politico, con tre forze con importanti presenze nel parlamento argentino, che guardano alle elezioni presidenziali del 2011: il peronismo kirchnerista, che pur se sconfitto, continua ad essere la prima minoranza; il centrosinistra antiperonista, che raggruppa la  vecchia Unión Cívica Radical, la Coalición Cívica di Elisa Carriò, il Partito Socialista e qualche altra forza minore; il centrodestra, nel quale sono alleati il Pro di Macri, e il peronismo antikirchnerista di De Narváez, di Solá, di Reutemann e di altri leader peronisti provinciali.

Il risultato delle elezioni di domenica però, non ha dato segnali definitivi su nessuno dei potenziali candidati alla presidenza dell’Argentina, perché nessuno di loro ha conquistato una vittoria schiacciante, con la sola eccezione, forse, del vicepresidente Cobos, ma limitata al suo distretto elettorale di Mendoza.

Non è detto però che questa divisione di forze si mantenga fino al 2011, perché la realtà è molto dinamica, la situazione sociale, economica e politica presenta urgenze che non possono attendere e quindi i giochi che si daranno nel parlamento, dove il governo non avrà più quorum proprio, sicuramente produrranno riallineamenti nell’attuale quadro. In fondo potrebbero esserci tre possibilità. La prima, che si mantenga l’attuale situazione e nel 2011 ci sia un duello fra tre o quattro candidati con possibilità di vincere. La seconda che ci sia una convergenza tra le due anime del peronismo, per affrontare la sfida dell’antiperonismo. La terza che ci sia un riallineamento  classico, che porti ad uno schieramento di centrodestra e un altro di centrosinistra. D’altra parte, alcuni politologi sostengono che in un quadro di parità come l’attuale, potrebbe infilarsi anche un candidato o un partito che oggi non sia ancora venuto fuori. Anche in considerazione del fatto che non si era mai registrata un’astensione così alta, causata in parte - forse - anche dalla paura dell’influenza A, ma fondamentalmente per la disaffezione della gente alla politica argentina così come si esprime oggi.

Al di là di queste elucubrazioni, guardiamo un po’cosa significano queste elezioni per noi, comunità italiana in Argentina. Diciamo subito, a scanso di equivoci, che noi come comunità né siamo stati coinvolti né ci siamo coinvolti nella battaglia elettorale. Gli italiani in Argentina e i loro discendenti siamo pienamente integrati nel Paese, per cui se si facessero le elezioni in seno alla comunità italiana dell’Argentina, i risultati probabilmente non sarebbero molto diversi da quelli che hanno rispecchiato la volontà di tutta la società argentina, domenica scorsa.

Ma quali saranno le conseguenze delle elezioni di domenica nella nostra comunità?a

Tutte e nessuna.

Certamente tutte, perché come dicevamo sopra, siamo pienamente parte integrante della società argentina, per cui tutte le misure, ogni politica, tutte le conseguenze delle decisioni che sono e saranno prese dalla classe politica argentina e dalle istituzioni del Paese, ricadranno su di noi, esattamente allo stesso modo che ricadono sul resto della società argentina. Per fare un esempio, l’influenza suina colpisce sia argentini che italiani dell’Argentina, mettendo a nudo tutte le inefficienze della politiche sanitarie del paese. Non siamo nè privilegiati, né svantaggiati.

Nessuna conseguenza. Nel senso che non contiamo.

Ci sono alcuni tra i parlamentari di primo piano appena eletti, che sono amici dell’Italia. Tra l’altro Carlos Reutemann, che ha sempre fatto parte del gruppo di parlamentari amici dell’Italia. O il governatore Daniel Scioli, forse l’unico grande amico dell’Italia dell’attuale governo. O Gabriela Michetti, che si è detta fiera delle sue radici italiane. O Jorge Macri, (figlio del compianto Tonino Macri che fu, tra l’altro, ex vicesegretario del CGIE), anch’egli molto legato all’Italia.

Ci sono altri. Ma come comunità non li abbiamo avvicinati, non li abbiamo coccolati, nè interessati alle nostre vicende. Non abbiamo puntato ai grandi nomi della politica argentina, non ci siamo interessati a loro, senza capire che coltivare i buoni rapporti con i politici argentini, di noi come comunità, è un bene per noi, ma anche per l’Argentina e anche per l’Italia.

Per noi, naturalmente, perché i buoni rapporti con i politici sono la cosa più normale e necessaria se veramente consideriamo che siamo una comunità che ha dei valori specifici che vogliamo offrire al Paese che ha accolto milioni di italiani. E se vogliamo che  tali valori siano riconosciuti e promossi e con essi anche il nostro patrimonio morale e materiale come comunità.

Per l’Argentina, perché, come abbiamo scritto altre volte, il Paese che è la seconda patria di milioni di italiani e la prima patria di molti più milioni di discendenti, ha tutto da guadagnare dalla consapevolezza delle sue radici, della completezza della sua memoria, della conoscenza del determinante contributo che milioni di emigrati italiani, hanno dato alla costruzione dell’Argentina.

Per l’Italia, perché una maggiore consapevolezza della sua identità da parte dell’Argentina e da una comunità che conta, possono rinascere nuovi più intensi rapporti tra i due Paesi.

Arriverà il giorno in cui ci renderemo conto della necessità di contare come comunità? (Marco Basti-Tribuna Italiana/Inform)

marcobasti@tribunaitaliana.com.ar


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