DIRITTI UMANI
Il 26 giugno è
“Voci di Babele”: a Roma spettacolo teatrale del progetto
Vi.to del Consiglio Italiano per i Rifugiati
ROMA - Il 26 giugno viene celebrata in tutto il mondo
Secondo il rapporto Amnesty International 2009 sono 120
i paesi nel mondo che praticano la tortura. Si stima che attualmente l'Europa
accolga oltre 400.000 rifugiati vittime di tortura, e che ogni anno arrivino
nel nostro continente 16.000 richiedenti asilo sopravvissuti a esperienze di
tortura.
L’eliminazione della pratica della tortura nel mondo
costituisce quindi ancora oggi una della maggiori sfide della comunità internazionale
che deve essere affrontata su diversi piani. A livello giuridico con la creazione
di un sistema internazionale di prevenzione e repressione davvero efficace;
a livello sociale tramite il sostegno e la riabilitazione delle vittime.
Il Progetto VI.TO. Accoglienza
e Cura per le Vittime di Tortura, che il Consiglio Italiano per i Rifugiati
gestisce dal 1996 grazie al supporto delle Nazioni Unite, mette in atto azioni
che mirano a riabilitare i sopravvissuti a tortura - attualmente sono
circa 610 gli utenti presi in carico nel progetto - e a denunciare tale pratica.
Unendo queste due caratteristiche, il prossimo 26 giugno
un gruppo di 12 ragazze e ragazzi coinvolti nelle attività del laboratorio di
riabilitazione psico-sociale del Progetto VI.TO del
Cir. porteranno in scena al Teatro India a Roma “Voci
di Babele” (ingresso gratuito, ore 21 ), libero adattamento de Il linguaggio
della montagna di Harold Pinter. Questo spettacolo è stato costruito all'interno
del laboratorio durato quattro mesi e portato avanti da Nube Sandoval e Bernardo Rey, registi
e formatori. La presenza in scena di questi testimoni è un modo per rompere
il complotto del silenzio e invisibilità che da sempre circonda la tortura e
le sue vittime, e un’occasione per ridare loro voce e legittimità.
Harold Pinter in questo testo descrive un mondo in cui
gli esseri umani sono costretti a combattere ogni giorno contro problemi sociali
quali l’incomunicabilità, l’ingiustizia, la violenza. Il testo di Pinter fa
riferimento alle vicende del popolo curdo, minoranza etnica alla quale è stata
a lungo preclusa la possibilità di utilizzare la propria lingua. Protagonista
del Linguaggio della montagna è infatti la parola, nella sua funzione contraddittoria
di strumento di violenza e strumento di dissenso. Alla musicalità del
multilinguismo del testo si contrappone la cruda violenza dell’intolleranza,
l’arbitrario divieto imposto ad un popolo di parlare la propria lingua, sintesi
di una condizione creata per negare la diversità, attraverso l’umiliazione e
la tortura. Nelle Voci di Babele invece al silenzio viene contrapposto il canto,
alla censura un coro di stranieri e alla tortura il teatro. Voci di Babele diventa
partitura di azioni e testi in vari idiomi, dove il filo conduttore è rappresentato
da ritmi, sonorità e movimenti corporei propri delle diverse lingue e culture.
Uomini e donne venuti dai luoghi più lontani ci parlano dei loro amori, della
loro infanzia, delle loro guerre, ma al di là di ogni singola storia, quel che
prevale in questo Babele, è la certezza che la differenza ci fa diventare unici,
anche se nella sinfonia della vita, i temi fondamentali suonano uguali per tutti.
Nella narrazione teatrale all'incertezza della condizione
personale di rifugiato si somma la difficoltà di ancorarsi alla realtà circostante.
Nello spazio scenico predominano le sedie, background delle loro storie, uniche
certezze a cui possono ancora rimanere attaccati. Nel gioco delle sedie, normalmente
chi perde esce dal gioco, ma nella realtà dei richiedenti asilo vittime di tortura
chi “perde”, dove va? Ora, con la pratica dei respingimenti indiscriminati,
molti rifugiati in cerca di asilo non hanno neanche la possibilità di "entrare
nel gioco", di trovare un posto in una delle poche sedie che restano. (