RASSEGNA STAMPA
Da “
Il dramma della Somalia in guerra. Comunità internazionale
impotente
Nel Paese rimangono solo 1500 caschi blu dell'Unione
africana mentre infuria lo scontro tra governativi e gli Al Shabab
vicini ad Al Qaeda. I giornalisti hanno smesso di lavorare dopo che molti sono
stati uccisi. Si parla di 150 mila vittime, situazione umanitaria difficilissima
Hanno rinunciato tutti: Etiopia, Europa, Stati Uniti,
Nazioni Unite. Solo l'Unione africana, con 1500 caschi blu burundesi e ugandesi,
resiste in quell'inferno. Poco e male. Sia Bujumbura sia Kampala hanno annunciato
al presidente Muhammar Gheddafi che la loro pazienza
e resistenza si stanno esaurendo. Così, dal 7 maggio scorso, in Somalia, in
un clima di generale rassegnazione si sta consumando uno degli scontri più cruenti
degli ultimi anni. Le forze del governo transitorio nazionale, guidate dall'ex
capo delle Corti islamiche e oggi presidente della Somalia, lo sceicco Sharif
Sheick Ahmed, cercano disperatamente di erodere sacche
di territorio alle milizie degli Al Shabab, legate ad Al Qaeda e dirette dallo sceicco Hassan Dahir Aweys,
ormai padrone dei due terzi del Paese. Si lotta corpo a corpo per conquistare
fette di quartieri a Mogadiscio. Poche decine di metri, tra la gente che ormai
resta rintanata in casa, con raffiche di proiettili che rimbalzano sui muri
delle case, sbriciolano alberi, carcasse di auto bruciate, bombe artigianali
piazzate sui cigli delle strade dissestate e che esplodono come fossero fuochi
d'artificio.
Oltre 120 mila persone, per l'ennesima volta, sono costrette
a fuggire. Fuggono da una città trasformata in una terra di nessuno, dove infuriano
battaglie improvvise, cecchini piazzati dietro i muretti di quelle che un tempo
erano case povere ma dignitose, squadre di giovanissimi armati di kalashnikov
nuovi di zecca, il viso nascosto dalle kefie rosse e nere, decisi a imporre un emirato dominato e
regolato dalla sharia più radicale. "Anche noi abbiamo i nostri talebani",
commentano sarcastici e rassegnati i grandi notabili e i ricchi commercianti
da tempo ripiegati a Nairobi. Il Kenya è allarmato. Teme che la spinta degli
Al Shabab possa varcare i suoi confini. L'Italia,
in uno slancio di ottimismo, ha annunciato la prossima apertura di un'ambasciata.
Ma sa bene, sulla base dei resoconti forniti dalla nostra intelligence, che
si tratta solo di una nobile intenzione.
La realtà, sul terreno, spinge al pessimismo. Ieri mattina,
al termine dell'ennesima battaglia tra i vicoli di Mogadiscio, sono rimasti
tra la polvere di un'estate caldissima i corpi di otto persone. Uno apparteneva
al capo della polizia. La notizia è stata confermata dal portavoce del governatore,
il colonnello Abdulahi Hassan Barise: "Il colonnello
Alì Said è tra le vittime. Che Dio lo accolga".
Le informazioni arrivano in modo confuso. Si è dissolta quella rete di giornalisti
e stringer che ogni giorno uscivano per strada e raccontavano al mondo quanto
accadeva in Somalia. In due mesi, sono morti in cinque. Due direttori di una
delle più ascoltate radio del Paese, che pubblicava notizie anche su un sito
web e tre cronisti di altre due emittenti. Sono stati freddati mentre tornavano
a casa. Non sono rimasti vittime di una sparatoria improvvisa. Li hanno colpiti
deliberatamente alle spalle, dopo lunghe e continue minacce. Una settimana fa
l'associazione dei giornalisti somali ha gettato la spugna: "Ci stanno
uccidendo uno alla volta. Basta, da oggi smettiamo di lavorare".
A differenza dell'Iraq, l'Iraq dei momenti peggiori,
non esiste un'associazione, un organismo, qualcuno che aggiorni il numero delle
vittime tra i civili. Un calcolo approssimativo parla di almeno 150 mila morti.
Ma fonti indipendenti stimano che siano molti di più. La guerra, una guerra
selvaggia che concede solo rari momenti di tregua, produce enormi danni collaterali:
non ci sono medicine, le poche che arrivano attraverso l'Oms e il Pam finiscono in fretta o vengono razziate da chi imbraccia
le armi. Così il cibo. Senza un controllo sistematico le derrate vengono sequestrate
e poi rivendute al mercato nero. Le denunce si susseguono. Inutilmente. Persino
le Nazioni Unite, sollecitate a prendere delle iniziative, si tengono alla larga.
Il segretario generale Ban Ki-Moon ha
I soli a resistere sono i soldati, pochi e male equipaggiati,
del governo transitorio nazionale. Gli Al Shabab,
ben armati e ben motivati, adesso rischiano di conquistare anche le regioni
a est. Dall'inferno somalo arriva un'unica notizia confortante: le trattative
per il rilascio dei 16 marinai del rimorchiatore italiano Bucaneer
sarebbero alla stretta finale. (Daniele Mastrogiacomo-la
Repubblica.it, 17 giugno 2009)