RASSEGNA STAMPA
Da “
Il primo ministro somalo: “No a blitz per
Il premier Omar Abdirashid Ali Sharmarke in visita
in Italia. “Solidarietà alle famiglie dei marinai”. Nel Paese ancora violenza,
i giornalisti smettono di lavorare: “Si rischia la vita”
ROMA - Niente
uso della forza, niente blitz per liberare i 16 marinai della Bucaneer, il rimorchiatore
italiano da due mesi nelle mani dei pirati somali. Lo assicura e lo ribadisce
il primo ministro del Governo transitorio nazionale (Ntg) presente alla riunione
del Gruppo di contatto sul paese del Corno d'Africa in corso a Roma. "Voglio
intanto manifestare tutta la mia solidarietà alle famiglie dei marinai",
premette Omar Abdirashid Ali Sharmarke, "sappiamo che le autorità preposte
stanno facendo del tutto per arrivare ad un accordo e ottenere la pronta liberazione
degli ostaggi. La situazione è delicata, difficile, complessa. Ma siamo convinti
che presto tutti potranno tornare a casa sani e salvi".
Circondato
da un centinaio di immigrati somali, rappresentanti della folta comunità presente
in Italia, il primo ministro si dice entusiasta della proposta lanciata l'altro
giorno del nostro ministro degli Esteri sull'invio di squadre di istruttori
italiani per addestrare quella che potrebbe essere la futura Guardia costiera
somala. "Abbiamo chiesto un aiuto al paese con cui ci sentiamo più legati.
Ci è stato assicurato un impegno, in termini di finanziamenti e di uomini. E
questo ci fa ben sperare su un futuro finalmente diverso. Certo - conviene Sharmarke
- c'è ancora molto, moltissimo da fare. Ma vogliamo essere ottimisti. Le persone
che avete ascoltato in questa sala si aspettano molto da noi. Ma sono anche
disposte a fare la loro parte".
Nell'incontro,
organizzato dalla Farnesina all'interno di un noto hotel della Capitale, abbiamo
assistito a discorsi semplici, ma carichi di speranze. Donne, spesso con la
voce rotta dall'emozione, che chiedevano informazioni sulla possibilità di un
ricongiungimento familiare; uomini che si domandavano quale fosse il loro stato
civile, visto che sono sprovvisti di ogni tipo di passaporto, di ogni tipo di
nazionalità, rimasti in bilico tra cittadini di uno stato inesistente, che è
esploso dopo 18 anni di guerra civile, e immigrati in un paese che li ha dominati
e che hanno servito persino nelle Forze armate.
L'Italia sembra
decisa a imprimere una svolta nel difficile e contrastato rapporto con
Ma la realtà,
sul terreno, è molto più complessa. Le milizie di al Shabab, legate ad al Qaeda,
da due mesi hanno sferrato un'offensiva in gran parte del paese. Due terzi della
Somalia sarebbero sotto il loro controllo. Da un paio di settimane, i soldati
del Governo transitorio hanno reagito e stanno erodendo piccole fette di territorio.
A spese della popolazione civile che, come dicono molti in questo incontro romano,
"non ha più lacrime per disperarsi".
Giornalisti
e professionisti dell'informazione in testa: dall'inizio dell'anno sono stati
uccisi cinque reporter. L'ultimo, domenica scorsa: si chiamava Mokhtar Mohamed
Hirabe, 45 anni. Era direttore di Radio Shabelle, uno dei più noti network del
Corno d'Africa. Lo hanno freddato per strada con quattro colpi di pistola. Disperati,
i giornalisti di Mogadiscio hanno deciso di avviare uno sciopero di protesta.
" Smettiamo di lavorare. In queste condizioni è impossibile. Continuare
significa morire". (Daniele Mastrogiacomo-la Repubblica.it, 10 giugno 2009)