ITALIANI ALL’ESTERO
Da http://www.circolopraga.com
Adriano, Eva,
Jana. Da L'Aquila in Repubblica Ceca per ricostruire
una vita
PRAGA - I signori Comperti abitavano a L'Aquila.
A causa del terremoto hanno perso il lavoro e la casa popolare dove vivevano
in affitto è inagibile. Ma il terremoto non li ha sorpresi in casa come migliaia
di altri aquilani. La signora Comperti è d'origine
ceca, e i coniugi sono riusciti a scappare prima della scossa maggiore, che
ha devastato quei territori, lasciando nelle terre abruzzesi i loro affetti
e i loro averi. Ora stanno tentando di reinventarsi una vita nella Repubblica
ceca. E
Redazione: Signori Comperti, voi siete riusciti
a mettervi in salvo prima della scossa maggiore. Ci potreste raccontare, perché
avete lasciato la città prima del terremoto principale?
ADRIANO: Vi può sembrare strano ma alcuni mesi fa mi era capitato di sognare
un terremoto catastrofico, forse perché abbiamo sentite troppe scosse da gennaio
oppure perché mia moglie Eva, che è un soggetto particolarmente sensibile, insisteva
da un anno circa con le sue profezie a proposito di un terremoto distruttivo
all’Aquila e devo dire adesso, abbastanza precise. Comunque il numero delle
scosse raggiunte e l'aumento della loro forza faceva intuire l’evoluzione verso
un evento pericoloso. Intendevamo trascorrere Pasqua in Repubblica Ceca e, solo
per la pressione di mia moglie, abbiamo anticipato la partenza. Pensi che abbiamo
litigato pure, perché io non volevo partire! Avevo ancora le cose da fare e
mi sentivo troppo stanco per dover affrontare un viaggio del genere. Così siamo
partiti tutti e tre: io, mia moglie e sua figlia Jana
(studentessa di 22 anni) solo poche ore prima della scossa maggiore. Siamo arrivati
in Cechia la domenica sera e la prima notte che abbiamo
dormito lontano dalla a l’Aquila, è arrivata la scossa di 6,3 gradi della scala
Richter.
Ci potreste anche raccontare quale vita conducevate prima del terremoto?
ADRIANO Mio padre Gustavo Comperti aveva dagli anni
sessanta nel quartiere di S. Domenico (Zona S. Pietro) nel pieno centro storico
della città una bottega di restauro di mobili e statue lignee. Io lavoravo con
lui da quando avevo 13 anni e così ho imparato il mestiere. Ho studiato
all'Istituto d’Arte all’Aquila e dopo che mio padre andò in pensione, mi sono
iscritto come artigiano e ho intestato la bottega a mio nome. Negli ultimi anni
quando si sentiva troppo la conseguenza della crisi economica nel settore
in cui lavoravo, dovetti chiudere l’attività, ma la bottega la tenevamo ancora
aperta per lavoretti occasionali e come deposito di nostri mobili antichi restaurati,
Intanto lavoravo dove potevo – in fabbrica di falegnameria, con trasporti
e traslochi nella città e aiutavo mia moglie con allestimenti delle mostre
d’arte.
EVA: Da diversi anni soffro di problemi cardiaci, per ciò dovevo smettere
di lavorare alla Cooperativa sociale, dove ero stata assunta come assistente
agli anziani e disabili. Cercavo di impegnarmi in un settore meno faticoso
fisicamente – nella cultura, usufruendo delle nostre collezioni private di stampe,
cartoline e immagini sacre, promuovendo, allestendo e organizzando le
mostre d’arte e la pubblicazione di testi di storia d’arte popolare ceca.
Insieme con mio marito abbiamo realizzato la mostra all’Aquila per
Attualmente stavamo preparando per
Le poche notizie, che arrivano dalle tendopoli, parlano di una situazione
piena di disagi, di campi quasi militarizzati e di persone disperate. Voi, avete
informazioni dai vostri parenti o amici? E se sì, quali?
ADRIANO: Questo è un tasto molto delicato e sensibile e come ogni punto debole,
fa molto male. Non sento né rancore né dispiacere per la distruzione e perdita
dei miei beni materiali, anche se non sono ricco e quello che ho perso era tutto
quello che avevo. La sofferenza dei miei parenti, amici e concittadini mi strappa
il cuore. La situazione nelle tendopoli in particolare il primo mese è stata
molto disagiata. Secondo le testimonianze di miei amici il sistema applicato
di aiuti ai terremotati dell’Aquila crea per forza una serie di disagi
ulteriori e sofferenze. Se si facesse invece un discorso dall’inizio diverso,
ad esempio di adozione a distanza delle singole famiglie abruzzesi, credo che
questa sarebbe un'azione diretta molto più efficace. Con certezza maggiore
che gli aiuti non vadano persi.
Forse parte della società italiana si trova su un punto d’evoluzione ancora
troppo caotico ed egoistico per riuscire a rispondere con efficienza ad
una richiesta legittima d’aiuto.
EVA: Sono in contatto con molti amici, ognuno reagisce in base alla sua cultura
personale ed esperienza diretta. Ci sono le persone ancora sprofondate nella
depressione e le persone combattive. Anche noi viviamo questa esperienza forte,
non significa nulla la distanza, l’Aquila è dentro di noi come un cuore spaccato
dall’infarto. Non ci libereremo mai. I primi giorni e settimane erano
indescrivibili, per quello che abbiamo provato e sentito. Dovevamo prendere
la decisione, se tornare all’Aquila o restare. Visto che il destino ha voluto
che ci siamo trovati qui (come in quel film dove appena dopo aver attraversato
il ponte esso cade dietro a te) e mio marito non voleva portarmi
in una situazione disperata da sfollati nella tenda, abbiamo deciso di restare
qui.
I nostri amici e parenti nelle tendopoli ci confermano con le loro testimonianze
che la nostra scelta era giusta. Nella tenda con degli sconosciuti, senza
intimità, con troppo freddo o troppo caldo addosso, senza poter lavarsi con
l’acqua calda, si può resistere una settimana, non di più.
Nonostante l’impegno altruistico dei molti volontari, la forza delle scelte
del potere incide su tutti gli eventi, “vita e miracoli” nelle tendopoli. Si
verificano le difficoltà di convivenza, si cerca di schiacciare varie forme
di proteste e si è diffuso tra gli sfollati il termine “Lager”.
La situazione surreale comincia a pesare a tutti gli sfollati perché si rendono
conto dell’impossibilità di tornare al minimo di normalità nella vita quotidiana,
sanno che aspettano qualcosa che non sanno che cos’è, si salutano con una gag:
“alla prossima – scossa”.
State cercando di reinventarvi una vita qui in Repubblica ceca. Ci potreste
dire quali progetti avete?
ADRIANO: Guardi, sarei felice di poter svolgere il mio mestiere, è ovvio,
I posti di lavoro in paesino (dove abbiamo fortunatamente un mini appartamento
di proprietà) e nei suoi dintorni non si trovano né per me, né per mia
moglie. Perciò ho deciso in alternativa di fare almeno il contadino. Sono
abruzzese e so fare i formaggi e lavorare la terra. Ho affittato i terreni dal
comune, ho acquistato 6 capre e facciamo già il formaggio. Lavorare intensivamente
mi aiuta a non essere depresso. Per il futuro vorrei trovare la strada di tornare
al mio mestiere di restauratore. Mantenendo una piccola azienda famigliare di
produzione di formaggio caprino che può gestire mia moglie da sola, se la avvio
bene e semplifico al massimo i lavori e la gestione.
***
Se avete letto fino a qui siete le persone giuste. I coniugi Comperti, con spirito di sacrificio e molta dignità stanno
cercando di ricostruirsi una vita. Lo stanno facendo con le loro forze e con
i loro scarsi mezzi. Non lo dicono ma hanno bisogno di aiuto per andare avanti.
Un aiuto che può arrivare da ciascuno di noi. Anche un piccolo contributo può
aiutare questi nostri connazionali in difficoltà. Se volete dare una mano ad
Adriano, Eva e Jana chiamateci al +420 222 517 449
o scrivete a redazione@circolopraga.com
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