RASSEGNA STAMPA
Da “
Anna, antropologa non vedente. “Vi racconto la mia Africa”
Il viaggio tra i villaggi sperduti nella savana di Anna
Vittoria Sarli, una giovane studiosa parmigiana, che ha lavorato per il progetto
sanitario avviato in Senegal dal padre Leopoldo, chirurgo e docente alla facoltà
di Medicina
“Non credo che essere cieca abbia condizionato la mia
esperienza in Africa. Percepire la realtà senza vederla è la mia normalità”.
Anna Vittoria Sarli, giovane antropologa parmigiana, sorride dietro i suoi grandi
occhiali scuri. Dal candido colorito della sua pelle non si direbbe che abbia
appena trascorso una settimana in un villaggio sperduto nella savana. Forse
per questo indossa un abito estivo dai motivi inequivocabilmente africani. "Certo
- aggiunge - se una mia cara amica non mi avesse accompagnato avrei avuto più
difficoltà, perché mi sarebbero mancati i punti di riferimento a cui sono abituata.
Ma credo che la mia disabilità suscitasse ammirazione negli africani".
E non solo in loro.
E' facile rimanere colpiti dall'idea che una 26enne non
vedente abbia potuto affrontare con tranquillità un viaggio impegnativo per
chiunque. A migliaia di chilometri di distanza, sotto il caldo torrido, tra
i villaggi della savana, dormendo per settimane nelle capanne d'argilla, sulla
sabbia, senza acqua corrente, protetta da una zanzariera che scongiuri la malaria.
Anna, però, non sembra scomporsi. "So di passare meno inosservata - spiega
- ma mi infastidisce che ci si concentri solo sulla mia cecità: non è la sintesi
della mia persona. E spesso crea intorno a me un alone che distorce la realtà".
La sua non è fatta di colori, di sguardi. Ma di suoni,
rumori, contatto con la terra. E storie. Quelle che la persona accanto a lei
le racconta per descriverle il mondo che sta attraversando. Così del Senegal
ricorda le grida dei ragazzi che sui car rapide, i bus di Dakar, annunciano
ai passeggeri il nome delle fermate. Le risate rumorose degli abitanti dei villaggi,
le prese in giro dei bambini. E il rapporto con il suolo, con la polvere, che
pervade ogni angolo e sembra entrare sottopelle.
Anna c'è stata due volte. Prima nel 2007 per una ricerca,
durata due mesi, con cui si è laureata in Antropologia all’università di Modena.
Poi questa primavera, alla fine di aprile, quando è tornata per dieci giorni
negli stessi villaggi, dove suo padre ha avviato un progetto di educazione sanitaria.
Leopoldo Sarli è chirurgo all’o spedale Maggiore, docente alla facoltà di Medicina
di Parma e presidente del corso di laurea infermieristica, ma prima di tutto
si definisce un ricercatore, un curioso. Ed è anche un eccellente fotografo
(guarda il diario http://parma.repubblica.it/multimedia/home/6202203).
Una figura forse un po’ ingombrante per Anna, che ha
preferito farsi intervistare da sola. “Non amo lavorare con mio padre. Preferisco
essere indipendente, tanto nella vita quanto nella mia professione. Ma mi faceva
piacere ricambiare in qualche modo l’o spitalità delle comunità senegalesi che
mi avevano accolto mentre preparavo la tesi, perciò ho accettato di collaborare
con lui”.
Lo stesso Leopoldo ha bisogno di sottolineare questa
distanza, quasi un tacito accordo con una figlia che, diventata adulta, sente
la necessità di emanciparsi. “Ognuno di noi ha vissuto la sua Africa, separatamente.
Lei da antropologa, io da responsabile del progetto di cooperazione”. L’idea
è nata nel 2007, quando è andato a trovare Anna mentre faceva ricerca in Africa.
“Io e mia moglie – racconta - avevamo sempre avuto interesse per le popolazioni
migranti che arrivavano dal sud del mondo e quella è stata l’occasione per entrare
in contatto con una realtà diversa e affascinante”.
Un’esperienza così intensa da sentire l’esigenza di stringere
un legame più stretto con la gente del luogo. “Gli operatori sanitari dei villaggi
che avevamo visitato ci avevano spiegato le loro difficoltà nel gestire da soli
comunità di centinaia di persone. Erano pochi e avevano una preparazione insufficiente”.
E' nato così un progetto di cooperazione con l’u niversità di Parma, che offre
corsi di formazione agli infermieri di Dakar.
E qui entra in gioco Anna. “Avevamo bisogno – spiega
il chirurgo - di capire se il modo in cui stavamo operando era quello giusto.
Così ho chiesto a mia figlia di contribuire al progetto con una ricerca antropologica
che scoprisse come gli abitanti percepivano il nostro lavoro”. E lei non si
è tirata indietro: “Sentivo di dovermi sdebitare con il villaggio".Così
sono tornati in Senegal, un Paese che all'inizio per loro era circondato da
pregiudizi e ora è diventato un posto familiare, una seconda casa. "E'
stato bello ritrovare tutte le amicizie che avevamo lasciato", ricorda
Leopoldo. "Se sto investendo tanto in questo progetto è perché capisco
cosa significa perdere le proprie radici". E' arrivato da Taranto a 17
anni, per studiare medicina e ha faticato per integrarsi e costruirsi una nuova
vita. "Mia figlia è un'immigrata di seconda generazione".
Forse per questo ha concentrato il suo dottorato e il
suo lavoro all'Ismu, l'istituto di studi sulla multietnicità di Milano, sui
migranti. "La cosa che mi è mancata di più tornando a Parma - racconta
l'antropologa - è stata la vita di comunità. A volte quando ero lì avevo bisogno
di silenzio, ma mi ha fatto piacere ritrovare quel modo tutto africano di scherzare
rumorosamente, parlare a voce alta, divertirsi in modo sguaiato. Fa parte di
una dimensione relazionale molto forte e intensa che qua non esiste". Ma
non per questo Anna ha sofferto di mal d'Africa. "Non c'è motivo di provare
nostalgia: ho l'Africa anche qua e so che ci tornerò".(Benedetta Pintus-
Inform