PATRONATI
A Roma il convegno annuale degli uffici
Inca nel mondo
Al centro del dibattito le sfide e le problematiche
delle vecchie e nuove migrazioni. Presentata la ricerca dell’Ires sull’emigrazione
italiana in Germania Francia e Svizzera e l’attività svolta all’estero dal patronato
della Cgil
ROMA - A Roma, presso il Centro Congressi Frentani, convegno degli uffici Inca-Cgil nel mondo dedicato quest’anno al tema “Nuove e vecchie migrazioni”. L’incontro è stato introdotto e moderato da Paolo Serventi Longhi, direttore della “Rassegna Sindacale”, che ha ricordato il lungo silenzio dei media italiani nel confronti delle vicende della nostra emigrazione. Una realtà, quella delle comunità italiane all’estero, che, secondo il giornalista, è stata caratterizzata da discriminazioni e chiusure molto simili a quelle sofferte dagli immigrati che vivono oggi nel nostro paese.
Prima del dibattito la ricercatrice dell’Ires -Cgil Maria Mora ha presentato i dati della ricerca “Le (nuove) emigrazioni italiane e le attività dell’Inca all’estero”. Dall’indagine, che approfondisce le nostre realtà migratorie in Germania, Francia e Svizzera, viene evidenziata sia una presenza delle donne leggermente inferiore a quella degli uomini, sia un’alta percentuale di italiani con meno di 35 anni. Fra questi troviamo i connazionali di seconda generazione e i numerosi giovani che lasciano l’Italia in cerca di un primo inserimento lavorativo o per realizzare la formazione post laurea. In ciascuno dei tre paesi esaminati sono infatti circa 20.000 gli emigrati italiani residenti da meno di 10 anni. Connazionali che , grazie all’alto titolo di studio conseguito in Italia, sono spesso riusciti a conquistare ottime posizioni lavorative nei paesi di residenza. Di contro lo scarso livello d’istruzione ha portato molti emigranti a conoscere, soprattutto in Germania, lo spettro della disoccupazione.
Nell’indagine di campo condotta su italiani all’estero residenti in Francia e Germania - la ricerca in Svizzera è ancora in corso - si evidenzia come i nostri connazionali si trovino nei due paesi prevalentemente per motivi di lavoro. Numerosi, soprattutto in Germania, gli occupati a tempo indeterminato e i pensionati. Più alto invece in Francia il livello medio delle professioni svolte dai nostri connazionali. Dalla ricerca emerge, oltre ad una conoscenza del patronato Inca da parte degli intervistati abbastanza differenziata (Francia, 25% e Germania 66%), una maggiore voglia di riscoprire l’Italia dei connazionali residenti nel paese transalpino, circa il 50% rientra almeno due volte all’anno nel nostro paese, e un significativo interesse della nostra comunità sul territorio tedesco per la politica italiana (60%). Rilevata infine una maggiore percezione d’integrazione e apertura verso la popolazione locale da parte della nostra collettività italiana in Francia rispetto a quella residente in Germania.
Nel corso del dibattito Giulio Mattiazzi, del dipartimento di Sociologia dell’Università di Padova, ha sottolineato come a tutt’oggi il fenomeno migratorio abbia caratteristiche circolari ed interessi quasi tutti i paesi del mondo. Mattiazzi, dopo aver evidenziato il rischio che l’attuale crisi economica renda sempre più consistenti i flussi di rientro degli immigrati nei paesi d’origine, ha ipotizzato un incremento annuo di circa 100.000 unità dei nuovi italiani che acquisiscono la cittadinanza all’estero. Una realtà, quest’ultima, che, anche alla luce del gran numero di richieste di cittadinanza giacenti presso i nostri consolati in Brasile, Argentina Uruguay e Venezuela, dovrà, secondo Mattiazzi, in qualche modo gestita, anche per capire fino in fondo le esigenze di questi nuovi cittadini
“Sui problemi
del fenomeno migratorio del presente e del recente passato – ha spiegato il
deputato del Pd
“Se il fenomeno del rientro in Italia – ha proseguito Farina affrontando il problema dell’accoglienza dei nostri connazionali all’estero che tornano alla terra d’origine - riguarda vecchi emigranti che provengono dai paesi colpiti dalla crisi economica, come il Venezuela e l’Argentina, l’Italia, che ha un debito morale con loro per il contributo dato alla rinascita del nostro paese nel dopoguerra, li deve aiutare concretamente. Se invece giungono in Italia le nuove generazioni il processo diviene altamente drammatico e negativo perché questa emigrazione di ritorno impoverirà i paesi di provenienza.
Farina ha poi spiegato come la nuova migrazione italiana si identifichi con quella “mobilità e flessibilità di massa del cittadino europeo” che porta migliaia di giovani alla ricerca del “villaggio Europa”.
Il coordinatore del Dossier Caritas Migrantes, Franco Pittau, dopo aver osservato che il numero degli italiani nel mondo (4 milioni) corrisponde grosso modo a quello degli immigrati nel nostro paese, ha sottolineato come proprio il tipo di lavoro che verrà portato avanti in questi anni determinerà i futuro dell’immigrazione e dell’emigrazione e i possibili positivi incroci fra questi due mondi. “Siamo un popolo infelice - ha poi aggiunto Pittau - perché a furia di disprezzare l’immigrazione non riusciamo a vedere il positivo impatto che può avere la rete dei connazionali all’estero per l’Italia che si confronta con il mondo globalizzato”. Pittau ha poi ricordato come nel nostro paese la presenza immigrata sia stanziale - la metà degli stranieri hanno un’anzianità di residenza di almeno cinque anni - ed aumenti con ritmi di quasi 200.000 unità all’anno. “Oggi l’immigrato - ha concluso Pittau - viene visto come un corpo estraneo dalle norme che si stanno varando sulla sicurezza. Questo è molto pericoloso perché si calcola che gli stranieri in Italia saranno nel 2050 più 12,5 milioni, pari ad un sesto della popolazione italiana”.
“La crisi economica – ha affermato il giornalista e consulente dell’Ilo Vittorio Longhi - sta spingendo molti paesi Europei a dare incentivi pubblici in denaro per favorire il rientro volontario degli immigrati. L’Organizzazione internazionale del lavoro, oltre ad esprimere preoccupazione per l’impatto che la crisi sta avendo sugli immigrati che rischiano di essere coinvolti nell’aumento del lavoro sommerso, ha auspicato un salto di qualità delle politiche per le migrazioni, oggi basate su risposte unilaterali dei singoli paesi, che preveda accordi multilaterali volti alla creazione di un sistema europeo di regole certe e condivise per la gestione del fenomeno”.
Sergio Sinchetto, della presidenza dell’Inca nazionale, ha sottolineato come a tutt’oggi il ruolo del patronato non sia né residuale, né privo di prospettive. “Si vede che abbiamo un futuro – ha spiegato Stinchetto - perché più del 50% degli emigrati all’estero ha meno di 35 anni. Il lavoro non mancherà anche se dovremo essere in grado d’interpretare i nuovi bisogni dell’emigrazione. Per far fronte a queste esigenze, per lo più legate al diritto di cittadinanza e alla necessità di favorire la rapida integrazione in loco, il patronato dovrà riconvertirsi professionalmente e percorrere strade nuove”.
La segretaria
confederale della Cgil Morena Piccinini ha infine posto in evidenza la necessità
di cominciare a considerare lo spostamento delle persone, sia all’interno del
paese che nella dimensione Europea, come normale mobilità. Per