A Genova presentazione della ricerca su
“Il benessere dei lavoratori del mare e i servizi offerti dai 60 porti italiani”
ROMA - Venerdì 3 aprile a Palazzo San Giorgio di Genova verrà presentato, dalle ore 9 alle 12,30, il Rapporto di ricerca su “Il benessere dei lavoratori del mare e i servizi offerti dai 60 porti italiani”. La ricerca è stata realizzata per iniziativa della Fondazione Migrantes della Conferenza Episcopale Italiana, in collaborazione con le Capitanerie di Porto, per la conduzione dell’Università di Genova e grazie all’aiuto economico della Regione Liguria e della Fondazione Carige.
Per la prima volta nella storia della marineria - osserva don Giacomo Martino, direttore nazionale dell’Apostolato del Mare e Aereo della Migrantes - una fotografia davvero nazionale dei cinque milioni di transiti di lavoratori del mare che ogni anno “toccano” le nostre coste. Una ricerca unica nel suo genere perché al posto delle infrastrutture si parla di persone, di uomini e donne, italiani e stranieri. Un popolo relativamente giovane (quasi il 50% non raggiunge i 35 anni), con una buona scolarizzazione, e che per il 60% padroneggia due o più lingue (sino a 7 diversi idiomi). Nella colata di numeri e statistiche, un elemento motore della vita del marittimo: la sua famiglia. Il 62% dei marittimi sposati o separati e quindi con una famiglia propria. Queste famiglie rimangono, per lunghi mesi "orfane" durante l'assenza di uno o di entrambi i genitori. Nell’epoca delle comunicazioni planetarie la possibilità media di telefonare a casa per 4 marittimi su 10 va da un minimo di 30 giorni ad una media di 40/42 giorni, fino a punte ancora consistenti di oltre 2 mesi. Risulta di ben 120 giorni la media del tempo in cui il marittimo sta lontano da casa. Questo significa che, a fronte di imbarchi estremamente brevi come quelli degli italiani sui traghetti (da uno a due mesi consecutivamente), gli stranieri che transitano nei porti italiani hanno contratti che vanno mediamente dai 6 ai 12 mesi; con punte fino a 24/26 mesi.
I dati raccolti ci fanno riflettere sulla necessità di continuare il lavoro iniziato con i Comitati territoriali per il Welfare marittimo. È necessario costruire una serie di sinergie che consentano agli operatori di Welfare di incidere in maniera concertata, non solo sui casi di particolare necessità, ma anche per elevare la qualità dell’accoglienza nei nostri porti. A cominciare dal pilota del porto, che è il primo a salire a bordo, tutti gli altri soggetti - dai rimorchiatori, agli ormeggiatori, agli agenti della nave, agli operatori della sicurezza e della Capitaneria di Porto e non ultimi i nostri volontari - devono poter cooperare nell’individuare bisogni e nel fornire risposte alle tante situazioni senza voce di persone invisibili, che per qualche ora o giorno si affacciano alla soglia delle nostre città.
Il marittimo ha intenzione di lavorare per avere il capitale necessario ad intraprendere un'attività a terra; ma per taluni la realtà si rivela diversa. Vivere in giro per il mondo a contatto con economie diverse da quelle del paese di origine induce questi risparmiatori a spendere di più. Perde il contatto anche con la società di origine e al tempo stesso è uno "straniero in ogni porto".
Dalle infrastrutture
ai veri “soggetti” del trasporto marittimo. Un’indagine statistica per accogliere
queste persone - conclude il direttore nazionale dell’Apostolato del Mare
- e rendere i porti italiani veri “porti amici” nel panorama mondiale di installazioni
che spesso acuiscono le difficoltà del marittimo a vivere una vita normale,
rendendo difficile anche il contatto con la famiglia e con il mondo di origine.
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