INFORM - N. 238 - 20 dicembre 2007


   SINDACATI

"L’Unione europea scende in campo contro il lavoro nero"

 

RIO DE JANEIRO - L’Unione europea scende in campo  contro il lavoro nero. Lo scorso ottobre la Commissione Ue ha, infatti, pubblicato una Comunicazione dedicata a quest’argomento, dove si rileva che il lavoro non dichiarato impedisce il raggiungimento degli obiettivi comunitari per quanto riguarda la crescita dell’occupazione e dell’economia: “Il sommerso” afferma Vladimir Spidla, Commissario europeo responsabile per le politiche dell’occupazione “pregiudica il finanziamento dei sistemi di sicurezza sociale, ostacola buone politiche economiche e può comportare un dumping sociale.

Nessun segnale consente di concludere che tale fenomeno sia in diminuzione. Al contrario, in alcuni settori e tipologie di lavoro sembra crescere. Sebbene in contesti nazionali siano state intraprese iniziative riuscite di lotta, occorre intensificare il nostro approccio e agire in modo più decisivo in tutta l’Ue”.

Già nel 1998 la Commissione Ue aveva affrontato il tema in un’apposita Comunicazione, individuando nell’accresciuta domanda di “servizi personalizzati”, nelle lunghe catene di subappalto e nella diffusione delle tecnologie leggere i principali fattori alla base del lavoro non dichiarato. A distanza di nove anni, l’approccio è totalmente diverso. Per Spidla, sono gli elevati livelli di imposizione fiscale e di contributi previdenziali, oltre gli alti oneri amministrativi, a spingere le persone verso l’economia sommersa. Anche le disposizioni restrittive della libera circolazione dei lavoratori, adottate da alcuni Stati, come Germania e Gran Bretagna, nei confronti dei cittadini dei nuovi Stati membri (Bulgaria e Romania) hanno avuto l’effetto, secondo Bruxelles, di incrementare il ricorso agli impieghi in nero. Sul “banco degli imputati” compaiono, infine, la maggiore tassazione sugli straordinari e la mancanza in alcuni Paesi di norme che impongono il salario minimo.

La nuova Comunicazione sottolinea che, per contrastare la pratica del lavoro nero, occorre un approccio equilibrato di prevenzione, applicazione della legge e comminazione delle sanzioni. Per questo motivo, Bruxelles propone sei azioni concrete: ridurre l’imposizione fiscale sul lavoro e gli oneri amministrativi; realizzare compiutamente la libera circolazione degli occupati provenienti da Romania e Bulgaria; utilizzare i fondi europei per compiere studi e scambi di buone prassi nel campo della lotta all’occupazione in nero; predisporre una “piattaforma europea di cooperazione fra gli ispettorati del lavoro e altre istanze responsabili dell’applicazione della legge”; “tener conto nei principi comuni di flessicurezza dei problemi connessi al lavoro non dichiarato”; coinvolgere le parti sociali nella lotta all’economia sommersa.

Un’indagine dell’Unione europea, realizzata nei mesi scorsi su un campione di 26mila intervistati in tutti gli Stati membri, ha messo in evidenza la diffusione del lavoro non dichiarato. Una prima conclusione dello studio è che i vantaggi dell’economia sommersa piacciono soprattutto a chi dispone di redditi o ha completato studi superiori alle medie nazionali. Inoltre, a livello geografico, il fenomeno coinvolge soprattutto il Sud e l’Est Europa.

Fra i “vecchi” Stati membri dell’Ue, l’Italia è il Paese dove è più elevata l’incidenza dei compensi “fuori busta” percepiti dai dipendenti (7%, contro l’1% di Germania, Gran Bretagna e Francia). Anche in altri Stati del bacino mediterraneo (Grecia e Spagna) la pratica di lavorare eludendo il fisco è abbastanza frequente. Sono però gli Stati dell’Europa orientale quelli dove il fenomeno è maggiormente diffuso: in Bulgaria, Polonia e Lituania l’11% dei compensi è in nero, mentre in Romania questa percentuale sale addirittura al 23%.

A svolgere lavori non dichiarati sono prevalentemente gli studenti (che arrotondano le entrate impartendo ripetizioni o servendo in un ristorante), coloro che risultano negli elenchi dei disoccupati e chi svolge attività autonoma, compresi i liberi professionisti.

Si tratta soprattutto di uomini: il 6% dei maschi ammette, infatti, di aver svolto lavoro irregolare nel corso degli ultimi dodici mesi, contro il 3% delle donne.  Sono soprattutto due i settori nei quali il fenomeno appare in aumento: edilizia e lavoro domestico. Sia pure fra mille cautele, i curatori dello studio comunitario hanno effettuato una stima sulla percentuale di prodotto interno lordo che ogni anno sfugge all’economia ufficiale.

I dati sono impressionanti. Il Paese europeo dove tale percentuale è più elevata è la Bulgaria, in cui il lavoro nero arriva al 35% del Pil. Seguono la Romania (fra il 16 e il 21%) e a poca distanza Grecia, Ungheria, Italia, Spagna, Slovenia, Lettonia e Lituania. (Ornella Cilona*-www.forumdemocratico.org.br /Inform)

* Cgil nazionale, Dipartimento Politiche attive del lavoro

 

 


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