STAMPA
ITALIANA PER L’ESTERO
Sul Messaggero
di sant’Antonio, gennaio 2008
Pena di morte,
In occasione del voto dell’assemblea generale dell’ONU
sulla moratoria universale riguardante la pena di morte, il Messaggero di sant’Antonio,
edizione italiana per l’estero, ha inserito nel numero di gennaio un articolo
di Renato Mollia, in cui emerge l’impegno coordinato dall’Italia, capofila nel
chiedere lo stop alle esecuzioni capitali.
Nel momento in cui i
lettori del Messaggero di sant’Antonio stanno leggendo questo articolo,
probabilmente già sanno se si è concluso con successo una delle principali battaglie
di civiltà all’interno della comunità internazionale: la proclamazione, in dicembre,
da parte dell’Assemblea generale dell’Onu della moratoria universale sulla pena
di morte. Mentre questo articolo viene
scritto, infatti, si possono solo fare delle ipotesi in merito. Tuttavia, già
l’approvazione arrivata, in novembre, dalla Terza Commissione dell’Assemblea
generale (quella che si occupa di diritti umani), fa ipotizzare che siano stati
finalmente superati gli ostacoli sui quali, per ben due volte negli anni Novanta
del secolo scorso (1994 e 1999), si era fermata l’iniziativa. Stavolta, grazie
a un’azione non solo commendevole, ma anche diplomaticamente abile del Governo
italiano, che si è fatto capofila della proposta di moratoria, quegli ostacoli
sono stati superati o aggirati.
Il che non significa
certo che la pena di morte sia destinata a scomparire immediatamente. Una risoluzione
dell’Assemblea generale non è un documento vincolante, e non contempla sanzioni
per i Paesi che non vi si adeguino. Il suo valore morale e politico è, però,
altissimo e suscita legittime aspettative in quanti hanno a cuore lo sviluppo
di una società meno feroce. Non a caso, il Compendio della Dottrina sociale
della Chiesa annota a proposito della pena di morte che «i vari provvedimenti
in vista della sua abolizione, ovvero della sospensione della sua applicazione,
costituiscono visibili manifestazioni di una maggiore sensibilità morale». E
già tredici anni fa, nell’enciclica Evangelium vitae (27), Giovanni Paolo
II sottolineava che la Chiesa vede come un segno di speranza «la sempre più
diffusa avversione dell’opinione pubblica alla pena di morte anche solo come
strumento di “legittima difesa” sociale, in considerazione delle possibilità
di cui dispone una moderna società di reprimere efficacemente il crimine in
modi che, mentre rendono inoffensivo colui che l’ha commesso, non gli tolgono
definitivamente la possibilità di redimersi».
Il merito maggiore dell’iniziativa
italiana è stato quello di aver raccolto il sostegno di molti Paesi (ad approvare
la risoluzione in Commissione sono stati in 99, con 33 contrari e 52 astenuti),
e di aver mantenuto compatta l’Unione europea. Non era un risultato scontato.
Fino alla vigilia del voto, in Commissione c’erano stati disaccordi sui mezzi
da mettere in atto per contrastare la pena di morte e sul testo di risoluzione
intorno al quale cercare il necessario consenso. Non si trattava di una questione
marginale, dato che in passato le risoluzioni sulla moratoria furono ritirate
in extremis proprio perché non si giunse ad un testo condiviso tra quanti, almeno
ufficialmente, dichiaravano di voler abolire la pena di morte. Anche in questa
occasione, soprattutto Belgio e Olanda, oltre ai Paesi nordici, spingevano per
una linea più marcatamente abolizionista. Alla fine, è prevalsa la posizione
italiana, cioè richiesta di moratoria e non di abolizione: cioè «l’uovo da covare
oggi per farlo diventare una gallina domani».
Una risoluzione basata
esclusivamente sull’affermazione del diritto alla vita, di per se stessa cosa
nobilissima, avrebbe potuto suscitare delle riserve in molti Paesi certo favorevoli
alla moratoria, ma timorosi di non salvaguardare la sovranità nazionale e in
particolare la propria giurisdizione penale. Qualcosa del genere accadde proprio
nel 1999.
Alla soluzione si è arrivati
inserendo nel preambolo della risoluzione un riferimento alla Dichiarazione
dei Diritti dell’Uomo, dato che è pacifico che tra il primo di questi è proprio
quello all’esistenza. Ciò ha tolto a chi si batteva per la conservazione della
pena di morte l’arma della denuncia di presunte interferenze nella sovranità
nazionale. (Renato Mollia-Messaggero di sant’Antonio/Inform)