INFORM - N. 237 - 19 dicembre 2007


   

STAMPA ITALIANA PER L’ESTERO

Sul Messaggero di sant’Antonio, gennaio 2008

Pena di morte, il mondo ci ripensa

In occasione del voto dell’assemblea generale dell’ONU sulla moratoria universale riguardante la pena di morte, il Messaggero di sant’Antonio, edizione italiana per l’estero, ha inserito nel numero di gennaio un articolo di Renato Mollia, in cui emerge l’impegno coordinato dall’Italia, capofila nel chiedere lo stop alle esecuzioni capitali.

 

Nel momento in cui i lettori del Messaggero di sant’Antonio stanno leggendo questo articolo, probabilmente già sanno se si è concluso con successo una delle principali battaglie di civiltà all’interno della comunità internazionale: la proclamazione, in dicembre, da parte dell’Assemblea generale dell’Onu della moratoria universale sulla pena di morte.  Mentre questo articolo viene scritto, infatti, si possono solo fare delle ipotesi in merito. Tuttavia, già l’approvazione arrivata, in novembre, dalla Terza Commissione dell’Assemblea generale (quella che si occupa di diritti umani), fa ipotizzare che siano stati finalmente superati gli ostacoli sui quali, per ben due volte negli anni Novanta del secolo scorso (1994 e 1999), si era fermata l’iniziativa. Stavolta, grazie a un’azione non solo commendevole, ma anche diplomaticamente abile del Governo italiano, che si è fatto capofila della proposta di moratoria, quegli ostacoli sono stati superati o aggirati.

Il che non significa certo che la pena di morte sia destinata a scomparire immediatamente. Una risoluzione dell’Assemblea generale non è un documento vincolante, e non contempla sanzioni per i Paesi che non vi si adeguino. Il suo valore morale e politico è, però, altissimo e suscita legittime aspettative in quanti hanno a cuore lo sviluppo di una società meno feroce. Non a caso, il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa annota a proposito della pena di morte che «i vari provvedimenti in vista della sua abolizione, ovvero della sospensione della sua applicazione, costituiscono visibili manifestazioni di una maggiore sensibilità morale». E già tredici anni fa, nell’enciclica Evangelium vitae (27), Giovanni Paolo II sottolineava che la Chiesa vede come un segno di speranza «la sempre più diffusa avversione dell’opinione pubblica alla pena di morte anche solo come strumento di “legittima difesa” sociale, in considerazione delle possibilità di cui dispone una moderna società di reprimere efficacemente il crimine in modi che, mentre rendono inoffensivo colui che l’ha commesso, non gli tolgono definitivamente la possibilità di redimersi».

Il merito maggiore dell’iniziativa italiana è stato quello di aver raccolto il sostegno di molti Paesi (ad approvare la risoluzione in Commissione sono stati in 99, con 33 contrari e 52 astenuti), e di aver mantenuto compatta l’Unione europea. Non era un risultato scontato. Fino alla vigilia del voto, in Commissione c’erano stati disaccordi sui mezzi da mettere in atto per contrastare la pena di morte e sul testo di risoluzione intorno al quale cercare il necessario consenso. Non si trattava di una questione marginale, dato che in passato le risoluzioni sulla moratoria furono ritirate in extremis proprio perché non si giunse ad un testo condiviso tra quanti, almeno ufficialmente, dichiaravano di voler abolire la pena di morte. Anche in questa occasione, soprattutto Belgio e Olanda, oltre ai Paesi nordici, spingevano per una linea più marcatamente abolizionista. Alla fine, è prevalsa la posizione italiana, cioè richiesta di moratoria e non di abolizione: cioè «l’uovo da covare oggi per farlo diventare una gallina domani».

Una risoluzione basata esclusivamente sull’affermazione del diritto alla vita, di per se stessa cosa nobilissima, avrebbe potuto suscitare delle riserve in molti Paesi certo favorevoli alla moratoria, ma timorosi di non salvaguardare la sovranità nazionale e in particolare la propria giurisdizione penale. Qualcosa del genere accadde proprio nel 1999.

Alla soluzione si è arrivati inserendo nel preambolo della risoluzione un riferimento alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, dato che è pacifico che tra il primo di questi è proprio quello all’esistenza. Ciò ha tolto a chi si batteva per la conservazione della pena di morte l’arma della denuncia di presunte interferenze nella sovranità nazionale. (Renato Mollia-Messaggero di sant’Antonio/Inform)

 

 


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