STAMPA ITALIANI
PER L’ESTERO
Sul
“Messaggero di sant’Antonio, gennaio 2008, intervista a padre Sergio Geremia,
nuovo superiore generale degli Scalabriniani
La Chiesa deve stare con chi soffre
Brasiliano
di nascita, veneto d’origine, padre Geremia pone in risalto la vita della Congregazione.
La missione principale resta quella di seguire i migranti di ogni latitudine.
Eletto, da appena un anno, superiore generale della Congregazione
scalabriniana, il missionario dei migranti, padre Sergio Geremia, è un gaucho
contrassegnato da una significante eredità. Il nonno paterno, Giuseppe, nato
nel
Essere nato nel sud del Brasile da una famiglia di discendenza
veneta e ritrovarsi oggi alla guida della grande famiglia scalabriniana, per
padre Geremia vuol dire soprattutto «dare almeno un poco del tanto ricevuto
dagli antenati». Nel luglio scorso, a Tezze sul Brenta per una celebrazione
organizzata dai Vicentini nel Mondo, egli ha rievocato la storia sua e di moltissimi
altri. «Andavano in cerca di una terra, di un lavoro, di una casa dove poter
creare la propria famiglia. Non portavano nulla di materiale con sé perché erano
poveri, però possedevano un’eredità che non ha prezzo: la fede, l’amore per
la famiglia, il senso del lavoro, dell’operosità. I nostri cari erano accompagnati
dai missionari scalabriniani, e con il loro aiuto hanno trasmesso di generazione
in generazione i valori della fede e dei buoni costumi. E così, a
«Sono molto orgoglioso di lui – mi dice il fratello,
padre Mario (pure lui scalabriniano, il decimo della nidiata dei Geremia) –
e lo amo con tutto il cuore. È un grande esempio per noi confratelli e per i
giovani che si stanno preparando alla missione, un esempio di povertà, semplicità,
senso di responsabilità e impegno nelle cose profonde e importanti della vita.
In modo speciale lo ammiro per la sua mistica, perché è realmente un uomo che
prega molto». E tutto ciò rientra nell’ambito del quanto mai attuale carisma
scalabriniano, al servizio oggi non più e non solo degli emigrati italiani ed
europei, ma dei milioni di migranti, rifugiati, esiliati e marittimi che vivono
fuori dai Paesi in cui sono nati. Una massa umana che si muove in tutte le direzioni.
Zampieri Pan.
Missioni di ieri e di oggi: somiglianze e differenze.
Padre Geremia.
I primi missionari partivano sulle navi insieme con i migranti, e una volta
arrivati giravano per i villaggi, come al tempo di Gesù, predicando il vangelo,
costruendo scuole e ospedali. Nel 1888 Scalabrini, profondamente angosciato
dalle condizioni disumane in cui si trovavano quei poveretti, disse ai suoi
seguaci: «Andate in ogni parte del nuovo mondo perché là vi attendono anime
che hanno bisogno di voi». Oggi non si parla di un milione o di alcuni milioni
di migranti, siamo oltre i 230 milioni. Sono aumentati, è vero, anche i missionari
dei migranti, ma il numero è sproporzionato rispetto alle necessità. La pastorale
della mobilità umana deve tener conto di tutte le categorie che la compongono
(lavoratori, minori, donne, studenti, sfollati, rifugiati, ecc.), e deve accompagnare
il delicato processo di inserimento nelle società d’arrivo, con tutte le sfide
che ciò comporta, sia per chi arriva che per chi accoglie.
Anche oggi i missionari scalabriniani rispondono agli
appelli delle comunità, inserendosi nelle nazioni e nei continenti, e sono essi
stessi di diverse provenienze: europei, asiatici, latino-americani, africani.
I missionari scalabriniani si sentono inviati a tutti – cristiani e non cristiani
– con l’attenzione non soltanto alla cura delle anime, ma anche dei corpi,
cioè dell’intera persona con i suoi diritti, la sua libertà, la sua dignità.
E si caratterizzano – ieri come oggi – per alcuni particolari aspetti. Saranno
perciò fedeli al disegno di Dio e creativamente fedeli al loro carisma. Vivranno
la loro missione a partire dalla contemplazione e dalla comunione nella diversità.
Rispettosi e attenti alla cultura dei migranti anche attraverso lo studio della
lingua e della cultura dei luoghi in cui si trovano a vivere e a operare. Al
servizio della giustizia, attenti al dialogo interculturale e interreligioso.
Collaboratori delle Chiese locali in umiltà e spirito di servizio. Uomini che
vivono con semplicità e povertà, evitando il protagonismo e curando invece la
reciprocità e la qualità delle relazioni. Persone che si propongono di vivere
la missione nella solidarietà e nella gratuità. Il missionario dei migranti
è uno che cammina e si stanca quando si ferma. La parola di Gesù: «Andate, io
sono con voi», è la sua forza.
Quali sono le
attuali e più urgenti proposte? In che direzione sta andando
Il Beato Scalabrini e la sua visione di carità non sono
stati un dono esclusivo di Dio all’Italia come nazione, ma alla Chiesa come
luogo di salvezza per tutti. Le proposte oggi sono urgenti e molteplici,
e cambiano secondo le circostanze e le aree geografiche. Mentre, ad esempio,
l’Europa si confronta con l’intercultura e il dialogo interreligioso per la
forte presenza di migranti di religione non cristiana, in Africa si parla di
convivenza pacifica e inter-tribale, in una realtà dove abbondano i rifugiati
a causa delle guerre di regioni e nazioni limitrofe. Mentre in America del Nord
si parla di costruire muri per separare primo e terzo mondo, e la migrazione
è vista in termini economici e politici, in Asia i migranti sono ancora considerati
merce di scambio, proprio come gli schiavi di una volta.
Le proposte per leggere le migrazioni in chiave di sviluppo,
attraverso appositi apparati e accordi internazionali, sono la collaborazione
e il dialogo tra Paesi che hanno bisogno di manodopera e Paesi che possono offrirla.
Riguardo alla direzione della Congregazione Scalabriniana, trattandosi di un’opera
ispirata da Dio al beato Scalabrini, non sappiamo dove Dio e il suo Spirito
guideranno il nostro futuro. Si può senz’altro dire che il nostro impegno è
con i migranti che più acutamente soffrono nella propria carne il dramma della
migrazione, proprio come diceva Scalabrini: «Dove c’è il popolo che soffre,
lì deve esserci la Chiesa». Oggi i nostri orizzonti ci stanno portando verso
l’Indonesia, il Vietnam, l’Africa,
Che cosa può dire, attraverso questo giornale, alle migliaia
di famiglie emigrate nel mondo e ai loro figli, nipoti e pronipoti, cioè ai
giovani discendenti degli emigrati di un tempo?
Alle famiglie degli italiani e ai loro discendenti vorrei
trasmettere il messaggio lasciatoci dai nostri antenati in partenza dalla loro
terra. Erano poverissimi e, tuttavia, erano carichi di ricchezza umana, morale
e spirituale. Un emigrante parlò un giorno a Scalabrini della drammatica
alternativa cui era stato posto di fronte: «o rubare o migrare». Una scelta
che lascia intravvedere un forte valore morale di onestà. I nostri primi migranti
hanno portato con sé il valore di una famiglia cristianamente costruita, della
fede vissuta, del lavoro onesto. Da pionieri in terre inospitali, hanno affrontato
duri sacrifici. Oggi noi, loro nipoti e pronipoti, immersi in un mondo materialista,
secolarizzato ed edonista, che relativizza l’Assoluto e assolutizza il relativo,
e che persegue una libertà intesa come mancanza di regole e permesso di fare
quello che dà piacere, noi siamo interpellati a guardare all’esempio e all’eredità
che essi ci hanno lasciato. Il modo più onorevole per ricordarli è vivere i
valori umani dell’amicizia e della solidarietà, i valori etici e morali dell’onestà
e della sincerità, i valori cristiani di una fede vissuta nella famiglia e nella
comunità cristiana. Questo ci hanno dato le migliaia di famiglie italiane sparse
nel mondo! Perciò raccomando anche a tutti i lettori una fervida preghiera.
Che Dio vi benedica!
Se lei avesse
il dono dell’ubiquità, dove vorrebbe essere in questo momento, oltre che nella
casa generalizia di via Calandrelli a Roma?
Veramente, se potessi scegliere quello che mi piace fare, non sceglierei
il governo generale, ma piuttosto la missione tra i migranti: o fra i boliviani
emigrati in Argentina – missione che è stata il mio primo amore – oppure fra
i latino-americani a Porto Alegre dove sono stato soltanto due anni, ma che
mi ha entusiasmato; oppure fra gli stranieri presenti ad Asunción, in Paraguay.
Potrei scegliere tanti altri posti in altri Paesi del mondo, sempre, però, tra
i migranti. Ma ora il Signore mi ha chiamato a dire il mio sì qui a Roma. Anche
se non faccio quello che mi piace per mia scelta, mi piace fare quello che faccio
perché cerco di farlo con amore, questa è la missione che mi è chiesta in questo
momento. Il mio programma non sta in progetti nuovi (se Dio lo chiederà, si
potranno anche fare) quanto nel dare continuità e consolidare quelli che già
abbiamo. Ciò che mi sta più a cuore, è di dare attenzione alle persone dei confratelli:
siamo esseri umani e cristiani, religiosi e missionari. Molte volte ci occupiamo
fino a preoccuparci di fare molte cose, però l’essere umano necessita prima
di tutto di ascolto. Ci sono poi i progetti di Congregazione che il Capitolo
generale 2007 ci ha affidato, primo tra i quali e più urgente è il progetto
della formazione, specialmente in Asia. (