Scrittrici in viaggio dall’Africa coloniale
all’Italia di oggi
Daniele Comberiati: “Rappresentanti di
una diaspora sopra la quale danza la loro scrittura, segno tangibile di una
colonizzazione altrimenti dimenticata”
ROMA – Le contraddistingue il viaggio. Tra culture, patrie
e luoghi reali e virtuali, dai confini non definibili nettamente, in un percorso
in cui lingue diverse si incrociano,si sovrappongono ,si ibridano, in cui le
identità sono duplici, a volte molteplici. Composite e fervide. Sono rappresentanti
di una diaspora “sopra la quale danza la loro scrittura, segno tangibile di
una colonizzazione altrimenti dimenticata” per prendere a prestito le parole
di Daniele Comberiati, giovane studioso di letteratura migrante italofona e
scrittore,autore de La quarta sponda.
Scrittrici in viaggio dall’Africa coloniale all’Italia di oggi (del 2007, e che ha inaugurato
Autrici di generazioni diverse e dai percorsi di vita
e letterari differenti Ma provengono tutte dalle ex colonie italiane in Africa
(nel titolo del libro la ‘quarta sponda’, che per i colonizzatori era
Autrici che utilizzano un linguaggio con influssi dei
paesi di provenienza, e vicino alla oralità .
Una scrittura che recupera memorie incrociate di storie
personali e familiari e storia dei paesi colonizzati e colonizzatori.
Nove voci che parlano di una vicenda storica con la quale
l’Italia non ha mai fatto realmente i conti. E che continua a produrre conseguenze.
Il nostro Paese - come
ha ricordato Daniele Comberiati presentando il volume a Roma, nella libreria
‘360°Sud’ (www.360gradisud.it – ha
pensato di avere espiato le proprie colpe con la sconfitta subita con la seconda
guerra mondiale e non ha mai avviato una riflessione sul suo passato coloniale.
Queste scrittrici, attraverso interviste e testimonianze – alla base di molte
loro opere- di chi ha vissuto e subito le conseguenze del colonialismo , hanno
avuto il coraggio e il merito di riscrivere la storia coloniale italiana, compiendo
“il primo passo verso la decolonizzazione” ha detto Comberiati. Poiché secondo
molte di queste scrittrici senza una reale valutazione del colonialismo , senza
un vero e proprio processo di decolonizzazione , il nostro Paese non uscirà
mai da quel misto di “rimozione e senso di colpa” che caratterizza la riflessione
su quella epoca. Colonialismo dal volto tutt’altro che umano e modernizzatore.
Pensiamo alle legge razziali fasciste , alle famiglie spezzate dalla legge del
‘madamismo’ che ha umiliato e compromesso il ruolo sociale di donne, ai tanti
figli meticci abbandonati e cresciuti dai missionari. Pensiamo all’uso di gas
come l’iprite e alle deportazioni…
Italia civilizzatrice? E’ tranciante nell’intervista
Erminia Dell’Oro – autrice di opere intense
come Asmara addio (autobiografico)
e L’abbandono. Una storia eritrea - che
da anni vive a Milano: “C’è chi ancora
continua a ripetere il discorso retorico: noi abbiamo fatto le scuole, abbiamo
fatto i ponti, abbiamo fatto le case. Certo che abbiamo fatto tutto questo ,
ma lo abbiamo fatto per noi , perché erano gli italiani che si installavano
nelle città, e gli eritrei vivevano nei sobborghi. Quindi non ha molto senso
vantarsi di queste cose , come se l’Italia avesse portato avanti una missione
civilizzatrice: ha costruito scuole e case semplicemente perché ne aveva bisogno”.
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Ha preferito buttare tutto alle spalle anziché affrontare,
il nostro Paese. Il colonialismo non viene studiato nelle scuole e nelle università
italiane, ha fatto osservare Cristina Lombardi Diop, docente all’Università
Americana di Roma, sostenendo la necessità di “rivisitare” questo nostro passato
rimasto finora “represso” e rilevando
come oggi l’Italia sia “spinta a ricordare” dall’arrivo di migranti dalle nostre
ex colonie. Migranti che attraversano il Mediterraneo. O tentano di farlo.
E le scrittrici intervistate sono convinte che senza
una reale valutazione del colonialismo il nostro Paese non potrà mai uscire
da una commistione di “senso di colpa e rimozione” . Nove donne alle quali va
riconosciuto, e questo al di là di meriti letterari, di aver sentito “l’esigenza
di ricostruire la storia in modo documentato” ha detto Comberiati, evidenziando
come alla base delle loro opere spesso vi siano interviste, raccolta di testimonianze,
memorie di chi del colonialismo ha portato le conseguenze. Vittime non sono
solo i colonizzati. Possono esserlo anche i colonizzatori . Caso emblematico
e doloroso la cacciata degli italiani dalla Libia. Migranti due volte, Migranti,
una prima volta, dall’Italia alla ‘quarta sponda’ : Terra
nuova casa nuova titolava un articolo del Popolo
d’
Migranti. Come si sono sentiti anche gli italiani rimpatriati
dopo la guerra dall’Eritrea: perduto tutto hanno fatto ritorno portandosi dentro
un grande senso di sconfitta. “Molti di loro poi si sono trovati male anche
in Italia – spiega Erminia Dell’Oro - dove la guerra era stata più devastante e magari
gli aveva portato via anche dei familiari”. Oggi ad Asmara gli italiani sono
meno di un migliaio.
L’Italia ha rimosso il suo passato coloniale e con esso
gli italiani che lo hanno vissuto. Storia troppo scomoda.
Il romanzo Ghibli
di Luciana Capretti (v. http://www.mclink.it/com/inform/art/art_04/04n117a3.htm ) è nato da una immagine che per lei era diventata
una “ossessione”: la vista dello zio, nel 1970, sceso da un’auto a Ostia, vestito solo con una canottiera
e un costume da bagno, una gamba ferita. Era appena tornato dalla Libia.
Capretti - giornalista di
Donne in viaggio, fisico, culturale, linguistico. Donne
dall’identità complessa. Maria Abbebù Viarengo, madre Oromo (etnia maggioritaria
in Etiopia), e padre piemontese, è un’africana
in Italia e un’italiana in Africa: “Ero diversa dai bambini che crescevano a
Ghidami. Ero due […] lo sarò sempre” scrive nella sua autobiografia Scirscir’n
demna . “Ho paura dei confini e dei limiti – si confessa nell’intervista
a Comberiati – le identità mi disturbano, sono gabbie create dall’uomo e nelle
quali si è obbligati a vivere. E’ una limitazione . Il respiro della vita è
assai più ampio”.
Dalle interviste affiorano le complesse relazioni createsi
nel tempo tra colonizzati e colonizzatori. Ed emerge anche la capacità di queste
scrittrici di distinguere tra esperienza fascista e popolo italiano.
Marta Nasibù – figlia del governatore di Addis Abeba, ucciso dall’iprite
respirata in battaglia, e autrice del libro autobiografico
Memorie di una principessa etiope – racconta a Camberiati : “Mio padre sperava
che il coraggio servisse a salvare la sua patria, ma lo ha detto anche lui,
sono le sue parole: ‘Siamo stati irrorati come dei topi’. Lo ha ripetuto sul
suo letto di morte: nessun esercito per quanto coraggioso avrebbe potuto fare
nulla contro l’iprite e i gas utilizzati dai fascisti. Per me e per i membri
della mia famiglia però, in qualità di esuli, il rapporto con l’Italia è stato
buono: in quel periodo abbiamo conosciuto l’anima degli italiani, che hanno
reso il nostro esilio meraviglioso”.
Le donne hanno pagato pesantemente gli effetti del colonialismo.
Ne portano ancora i segni. Sul corpo e nell’anima. Le scrittrici intervistate
da Comberiati ce lo ricordano. Invitando però a capire che recuperando la memoria,
e riflettendo su ciò che è stato, ci si può aprire alla reciproca comprensione.
(Simonetta Pitari-