INFORM - N. 235 - 17 dicembre 2007


   INCONTRI IN LIBRERIA

Scrittrici in viaggio dall’Africa coloniale all’Italia di oggi

Daniele Comberiati: “Rappresentanti di una diaspora sopra la quale danza la loro scrittura, segno tangibile di una colonizzazione altrimenti dimenticata”

 

ROMA – Le contraddistingue il viaggio. Tra culture, patrie e luoghi reali e virtuali, dai confini non definibili nettamente, in un percorso in cui lingue diverse si incrociano,si sovrappongono ,si ibridano, in cui le identità sono duplici, a volte molteplici. Composite e fervide. Sono rappresentanti di una diaspora “sopra la quale danza la loro scrittura, segno tangibile di una colonizzazione altrimenti dimenticata” per prendere a prestito le parole di Daniele Comberiati, giovane studioso di letteratura migrante italofona e scrittore,autore de La quarta sponda. Scrittrici in viaggio dall’Africa coloniale all’Italia di oggi  (del 2007, e che ha inaugurato la collana Rumori delle edizioni Pigreco). Nove discorsive interviste ad altrettante scrittrici: Luciana Capretti (nata nel 1956 in Libia da famiglia italiana), Cristina Ubax Ali Farah (nata in Italia nel 1973 da padre somalo e madre italiana), Igiaba Scego (nata in Italia nel 1974 da genitori somali), Erminia Dell’Oro (nata nel 1938 in Eritrea da famiglia italiana che lì si era stabilita alla fine dell’800) , Elisa Kidané (nata in Eritrea nel 1956, missionaria comboniana), Ribka Sibhatu (nata in Eritrea nel 1962), Gabriella Ghermandi (nata in Etiopia nel 1965 da madre eritrea e padre italiano);  Maria Abbebù Viarengo (nata in Etiopia  da madre Oromo e padre italiano) Martha Nasibù (nata in Etiopia nel 1931).

Autrici di generazioni diverse e dai percorsi di vita e letterari differenti Ma provengono tutte dalle ex colonie italiane in Africa (nel titolo del libro la ‘quarta sponda’, che per i colonizzatori era la Libia, viene estesa geograficamente a tutti i possedimenti italiani). E scrivono in lingua italiana: “diventata - evidenzia la scrittrice Tiziana Colusso nella prefazione - la lingua letteraria prescelta, la lingua dell’espressione di sé e della comunicazione, non in quanto lingua di un paese geograficamente determinato (l’Italia) ma piuttosto in quanto lingua dell’infanzia , della migrazione volontaria o forzata , dell’avventura esistenziale”.

Autrici che utilizzano un linguaggio con influssi dei paesi di provenienza, e vicino alla oralità .

Una scrittura che recupera memorie incrociate di storie personali e familiari e storia dei paesi colonizzati e colonizzatori.

Nove voci che parlano di una vicenda storica con la quale l’Italia non ha mai fatto realmente i conti. E che continua a produrre conseguenze.  

Il nostro Paese -  come ha ricordato Daniele Comberiati presentando il volume a Roma, nella libreria ‘360°Sud’ (www.360gradisud.it – ha pensato di avere espiato le proprie colpe con la sconfitta subita con la seconda guerra mondiale e non ha mai avviato una riflessione sul suo passato coloniale. Queste scrittrici, attraverso interviste e testimonianze – alla base di molte loro opere- di chi ha vissuto e subito le conseguenze del colonialismo , hanno avuto il coraggio e il merito di riscrivere la storia coloniale italiana, compiendo “il primo passo verso la decolonizzazione” ha detto Comberiati. Poiché secondo molte di queste scrittrici senza una reale valutazione del colonialismo , senza un vero e proprio processo di decolonizzazione , il nostro Paese non uscirà mai da quel misto di “rimozione e senso di colpa” che caratterizza la riflessione su quella epoca. Colonialismo dal volto tutt’altro che umano e modernizzatore. Pensiamo alle legge razziali fasciste , alle famiglie spezzate dalla legge del ‘madamismo’ che ha umiliato e compromesso il ruolo sociale di donne, ai tanti figli meticci abbandonati e cresciuti dai missionari. Pensiamo all’uso di gas come l’iprite e alle deportazioni…

Italia civilizzatrice? E’ tranciante nell’intervista Erminia Dell’Oro –  autrice di opere intense come Asmara addio (autobiografico) e L’abbandono. Una storia eritrea - che da anni vive a  Milano: “C’è chi ancora continua a ripetere il discorso  retorico: noi abbiamo fatto le scuole, abbiamo fatto i ponti, abbiamo fatto le case. Certo che abbiamo fatto tutto questo , ma lo abbiamo fatto per noi , perché erano gli italiani che si installavano nelle città, e gli eritrei vivevano nei sobborghi. Quindi non ha molto senso vantarsi di queste cose , come se l’Italia avesse portato avanti una missione civilizzatrice: ha costruito scuole e case semplicemente perché ne aveva bisogno”. _

Ha preferito buttare tutto alle spalle anziché affrontare, il nostro Paese. Il colonialismo non viene studiato nelle scuole e nelle università italiane, ha fatto osservare Cristina Lombardi Diop, docente all’Università Americana di Roma, sostenendo la necessità di “rivisitare” questo nostro passato rimasto finora “represso”  e rilevando come oggi l’Italia sia “spinta a ricordare” dall’arrivo di migranti dalle nostre ex colonie. Migranti che attraversano il Mediterraneo. O tentano di farlo. Il mare è la tomba di migliaia di disperati.

E le scrittrici intervistate sono convinte che senza una reale valutazione del colonialismo il nostro Paese non potrà mai uscire da una commistione di “senso di colpa e rimozione” . Nove donne alle quali va riconosciuto, e questo al di là di meriti letterari, di aver sentito “l’esigenza di ricostruire la storia in modo documentato” ha detto Comberiati, evidenziando come alla base delle loro opere spesso vi siano interviste, raccolta di testimonianze, memorie di chi del colonialismo ha portato le conseguenze. Vittime non sono solo i colonizzati. Possono esserlo anche i colonizzatori . Caso emblematico e doloroso la cacciata degli italiani dalla Libia. Migranti due volte, Migranti, una prima volta, dall’Italia alla ‘quarta sponda’ : Terra nuova casa nuova titolava un articolo del Popolo d’Italia del 4 novembre 1938 rinvenuto nell’Archivio di Stato di Campobasso, in cui con tono commosso viene riportato il resoconto dello sbarco a Tripoli di un grosso contingente di famiglie  contadine subito instradate verso i villaggi rurali dell’interno (citiamo da Daniela Serio, Il lavoro italiano nelle colonie. Il Molise e l’Africa Orientale. 1936-1940, ed. Cosmo Iannone ). Nuovamente migranti, dopo la traumatica espulsione decretata da Gheddafi. Migranti spogliati di tutto e che in molti casi sono stati costretti a riattraversare il mare con mezzi di fortuna e in modi rocamboleschi. Per rientrare in un Paese dimentico di loro.

Migranti. Come si sono sentiti anche gli italiani rimpatriati dopo la guerra dall’Eritrea: perduto tutto hanno fatto ritorno portandosi dentro un grande senso di sconfitta. “Molti di loro poi si sono trovati male anche in Italia – spiega Erminia Dell’Oro -  dove la guerra era stata più devastante e magari gli aveva portato via anche dei familiari”. Oggi ad Asmara gli italiani sono meno di un migliaio.    

L’Italia ha rimosso il suo passato coloniale e con esso gli italiani che lo hanno vissuto. Storia troppo scomoda.

Il romanzo Ghibli di Luciana Capretti (v. http://www.mclink.it/com/inform/art/art_04/04n117a3.htm  ) è nato da una immagine che per lei era diventata una “ossessione”: la vista dello zio, nel 1970, sceso da  un’auto a Ostia, vestito solo con una canottiera e un costume da bagno, una gamba ferita. Era appena tornato dalla Libia.

Capretti - giornalista di Rai International– è partita da Tripoli per l’Italia a soli cinque anni, nel 1961. E’ rientrata dunque prima dei terribili giorni della “jalaa”, la cacciata dei ventimila . Ma la dolorosa esperienza familiare ha inciso. Come ha inciso la sua attività di giornalista a New York: “L’essere nata a Tripoli – ha detto alla presentazione del libro di Daniele Comberiati che apre le sue interviste proprio con lei - mi sembrava una cosa ‘esotica’ così come la mia partenza. Non avevo capito che la ‘quarta sponda’ era storia di emigrazione e di povertà. Ho capito di essere anch’io una emigrata entrando in contatto e intervistando emigrati in America” . Ghibli nasce dalla volontà di “dare giustizia a persone che hanno subito”, ha sottolineato Luciana Capretti, spiegando che solo durante la stesura del romanzo si è resa pienamente conto delle analogie tra migranti di ieri e migranti di oggi. “Penso che la migrazione ci riguardi tutti – afferma tra l’altro nell’intervista – Non c’è alcuna differenza fra i clandestini di oggi e gli emigranti italiani di ieri, o con gli italiani in Libia che sono tornati in quel modo. Lo spostamento è qualcosa di assolutamente umano, storico. E con lo spostamento la sensazione di sentirsi diverso, una specie di alieno. Essendo nata all’estero ho sentito sempre in me questa necessità di partire, di migrare, e ho capito subito che l’Italia non mi bastava più”.

Donne in viaggio, fisico, culturale, linguistico. Donne dall’identità complessa. Maria Abbebù Viarengo, madre Oromo (etnia maggioritaria in Etiopia), e padre piemontese,  è un’africana in Italia e un’italiana in Africa: “Ero diversa dai bambini che crescevano a Ghidami. Ero due […] lo sarò sempre” scrive nella sua autobiografia Scirscir’n demna . “Ho paura dei confini e dei limiti – si confessa nell’intervista a Comberiati – le identità mi disturbano, sono gabbie create dall’uomo e nelle quali si è obbligati a vivere. E’ una limitazione . Il respiro della vita è assai più ampio”.

Dalle interviste affiorano le complesse relazioni createsi nel tempo tra colonizzati e colonizzatori. Ed emerge anche la capacità di queste scrittrici di distinguere tra esperienza fascista e popolo italiano.  Marta Nasibù – figlia del governatore di Addis Abeba, ucciso dall’iprite respirata in battaglia, e autrice del libro autobiografico Memorie di una principessa etiope – racconta a Camberiati : “Mio padre sperava che il coraggio servisse a salvare la sua patria, ma lo ha detto anche lui, sono le sue parole: ‘Siamo stati irrorati come dei topi’. Lo ha ripetuto sul suo letto di morte: nessun esercito per quanto coraggioso avrebbe potuto fare nulla contro l’iprite e i gas utilizzati dai fascisti. Per me e per i membri della mia famiglia però, in qualità di esuli, il rapporto con l’Italia è stato buono: in quel periodo abbiamo conosciuto l’anima degli italiani, che hanno reso il nostro esilio meraviglioso”.

Le donne hanno pagato pesantemente gli effetti del colonialismo. Ne portano ancora i segni. Sul corpo e nell’anima. Le scrittrici intervistate da Comberiati ce lo ricordano. Invitando però a capire che recuperando la memoria, e riflettendo su ciò che è stato, ci si può aprire alla reciproca comprensione. (Simonetta Pitari-Inform)

 

 


Vai a: