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“Italianieuropei” editoriale di Giuliano Amato
“Come e perché l’Europa deve valorizzare
l’immigrazione e la sua diversità culturale”
ROMA - Qui di
seguito l'editoriale scritto dal Ministro dell'Interno Giuliano Amato sulla
questione dell'immigrazione, che sarà pubblicato domani sul nuovo numero del
bimestrale Italianieuropei.
Quando definiamo il nostro atteggiamento nei confronti
delle differenze etniche, noi europei tendiamo a sposare o l'una o l'altra di
due note tesi. Qualcuno sposa la teoria del «contatto», la quale sostiene che
la convivenza di diverse comunità porta a un vicendevole arricchimento, in quanto
favorisce la comprensione reciproca che alla fine produce una maggiore armonia
tra i vari gruppi. Altri si schierano a favore della teoria del «conflitto»,
che afferma l’esatto contrario. È evidente che le due teorie hanno implicazioni
opposte quando si discute di immigrazione. La teoria del contatto favorisce
le politiche di apertura e il ricorso a tutti gli strumenti adatti a incoraggiare
l’integrazione degli immigrati nelle nostre comunità, pur nel rispetto delle
loro identità culturali. La teoria del conflitto è sostenuta da quanti cercano
di limitare il più possibile l’immigrazione e che, pertanto, assecondano quelle
norme e quelle pratiche che finiranno per produrre la massima ostilità nei confronti
dei nuovi venuti. Inutile dire che l’opinione prevalente in Europa e, quindi,
la correttezza politica propendono per la prima teoria, mentre la seconda rispecchia
le visioni anti-antidiscriminatorie della destra estrema, ampiamente criticate.
Alcune recenti ricerche negli Stati Uniti ci dicono quanto
sia scomoda la realtà e quanto sia importante per noi essere consapevoli delle
sue sgradevoli verità. Tali ricerche, condotte in modo indipendente tra loro
dal sociologo Robert Putnam, dal politologo Scott Page, dagli economisti Edward
Glaeser e Alberto Alesina, e da un’altra coppia di esperti di economia, Matthew
Kahn e Dora Costa, hanno prodotto risultati che concordano in modo sorprendente.
Secondo Putnam, in realtà nessuna delle due teorie è valida. Ciò che si verifica
nelle comunità più diversificate è un «generale malessere civile»: meno persone
si dedicano al volontariato, si versa in beneficenza meno denaro e il grado
di fiducia è minore non solo tra i diversi gruppi etnici, ma anche all’interno
dei singoli gruppi. In altri termini, meno solidarietà e identità più ristrette.
Khan e Costa confermano le conclusioni della ricerca di Putnam, aggiungendo
altre prove a supporto, relative ai finanziamenti scolastici e ad altri indicatori,
mentre Glaeser e Alesina affermano che all’incirca metà della differenza tra
la spesa sociale dell’Europa e quella degli Stati Uniti potrebbe dipendere dalla
maggiore diversificazione etnica dell’America. Forse è un’interpretazione eccessiva,
ma resta il fatto che anche in Europa si tende a contenere la spesa sociale
per gli immigrati finché non sono loro garantiti tutti i diritti di cittadinanza.
Qualcuno potrebbe ribattere che i riscontri di Putnam,
pur non rispecchiando la teoria del conflitto, sono più vicini a questa che
alla teoria del contatto. Putnam potrebbe replicare che questa è solo una faccia
della medaglia. L’altra, evidenziata dallo stesso Putnam e da Page, è di natura
economica e riguarda la maggiore produttività e i più alti tassi di innovazione
che si riscontrano quando c’è interazione tra gruppi di lavoratori (per lo più
specializzati) di diverse culture. Si scopre che invece di provocare divisione
e diffidenza, i diversi modi di pensare favoriscono una dinamica innovativa
e quindi aggiungono qualcosa in più, magari poco rilevante quantitativamente,
ma significativo dal punto di vista qualitativo.
Che indicazioni è possibile trarre da questi dati? Sedovessero
essere considerati incontrovertibili, sarebbe semplice inspirarsene per elaborare
politiche non lontane da quelle sostenute dall’estrema destra: in altre parole
dovremmo aprire la porta solo agli immigrati molto qualificati e chiuderla in
faccia al numero molto più grande di persone che vogliono emigrare dal proprio
paese in Europa per sfuggire alla miseria, ma la cui integrazione nelle nostre
comunità è molto difficile, soprattutto se si tratta di musulmani senza istruzione
e arretrati.
Ma si tratta davvero di dati incontrovertibili? Non dipendono
da noi, dalla nostra cultura, dai nostri obiettivi, dalla nostra età e da altri
fattori soggetti al cambiamento? Le ricerche citate forse sorprenderanno molti
europei, poiché si pensa comunemente che gli americani siano più disposti degli
europei ad accettare i rischi, l’incertezza e
Il problema è destinato a peggiorare mettendo in gioco
la nostra crescita economica e il futuro dell’Europa nel chiare. Se preferiamo
difendere le nostre identità europee, così come sono ora, ed evitare tensioni
e conflitti nei nostri territori limitando il numero degli immigrati, dobbiamo
anche accettare il nostro declino, perché l’Europa tramonterà irreversibilmente,
proprio come è accaduto a molte società in passato. Ma se non vogliamo accettare
questa cupa prospettiva, siamo ancora in grado di evitare che si verifichi.
Dobbiamo essere consapevoli, però, che non ci basterà contare su quella che
per il momento è considerata la correttezza politica prevalente. È questo che
ci insegna la lezione americana di cui sopra. In Europa continueremo ad avere
opinioni diverse su questo tema delicato e cruciale, ma sarebbe un grave errore
avere divergenze tra noi sui fatti di fondo.
È un fatto che la teoria del contatto non rispecchia
necessariamente
Affrontare quella sfida è possibile, ma richiederà un
forte impegno su vari fronti. Dobbiamo concordare le nostre azioni con i paesi
di provenienza dei futuri immigrati, dobbiamo puntare a garantire il loro afflusso
in modo pianificato e a gestirlo senza intralci, in relazione alle esigenze
del nostro mercato del lavoro. Avremo anche bisogno di dotarci di tutti i servizi
necessari per fare fronte ai bisogni dei nuovi residenti, che contribuiranno
alla nostra crescita economica con il proprio lavoro e con le imposte che verseranno.
Dovremo assicurare che ai nostri concittadini non vengano a mancare questi stessi
servizi e dovremo stare attenti ad adottare politiche locali che promuovano
la formazione (e non solo la scolarizzazione) e
Ciò che occorre, pertanto, è un progetto. Questa è una
missione che va perseguita in modo convincente, portando avanti azioni diverse
in modo efficace. Significa fare molto di più che predicare la correttezza politica.
Tuttavia, anche se riusciremo a fare tutto questo, resterà irrisolta la questione
più spinosa: come faremo a colmare la distanza che esiste tra le nostre comunità
e una popolazione musulmana in continua crescita? I timori del terrorismo hanno
reso più che mai ardua la questione e non è solo la destra conservatrice che
ha opinioni negative a riguardo. È comunque una sfida che dipende da noi: sta
a noi capire che non abbiamo davanti il problema di un’unica diversità islamica,
ma che nell’Islam esistono molte diversità le quali, se ben gestite, possono
favorire la crescita del pluralismo nelle nostre società, anche affrontando
differenze inaccettabili, come le disparità di genere, che sono prodotte più
dall’arretratezza che dalla religione. Dipenderà da noi accettare o rifiutare
gli insegnamenti che ci vengono dalla nostra stessa storia, soprattutto nei
paesi del Mediterraneo, dove nei secoli passati si sviluppò un melting pot di
popoli che contribuì alla loro prosperità.
Le tendenze di oggi e di domani renderanno le nostre
società sempre più multietiniche, multiculturali, multireligiose. Ma non basterà
attribuire loro i valori che noi privilegiamo. Dobbiamo essere consapevoli che
tutte possono tradursi in incubi se lasciamo che si sviluppino secondo proprie
dinamiche naturali. Jacques Barzun, l’eminente studioso – naturalizzato americano
– di storia moderna, ha scritto qualche anno fa che la decadenza dell’Europa
è cominciata quando abbiamo lasciato spegnere quello straordinario motore che
aveva forgiato la nostra identità partendo da tante società differenti. Io sono
convinto che quel motore esista ancora e che la questione sia sapere come si
fa a riavviarlo. (Giuliano Amato-www.italianieuropei.it)