STAMPA PER GLI ITALIANI ALL’ESTERO
Dal “Messaggero di sant’Antonio” edizione
per l’estero (numero di dicembre)
Brasile,
l’Italia del Cono Sud
Il
sogno del passaporto color rosso
Sono oltre
mezzo milione le richieste di riconoscimento della cittadinanza italiana in
attesa di essere esaminate dai nostri Consolati. Ma con tempi biblici. E col
rischio di perdere la faccia.
Quando parliamo
di emigrazione italiana nel mondo, tanto più se si tratta dei grandi esodi a
cavallo tra Ottocento e Novecento, siamo tentati a considerare l’argomento come
già tramandato alle pagine della storia. Una materia, quindi, consegnata nelle
mani degli studiosi affinché – utilizzando gli strumenti propri degli storici
– la possano esaminare, spiegare, analizzare in tutti gli aspetti sociologici,
economici, politici dell’epoca.
Ma affidandola
ai «professionisti del passato» rischiamo di mettere definitivamente nel baule
una vicenda che presenta, invece, aspetti di estrema attualità. Lo stanno a
dimostrare i 558.851 brasiliani d’origine italiana (dati aggiornati a settembre
2007) che hanno presentato, nell’ultimo periodo, ai nostri Consolati, altrettante
domande per il riconoscimento della cittadinanza italiana iure sanguinis. Più
di mezzo milione di persone – un numero enorme – che dovrà pazientemente aspettare
perché, di quelle pratiche, vengono smaltite poche migliaia l’anno. Così stando
le cose, l’ultimo della fila potrebbe ottenere il passaporto fra 20-25 anni.
Non è difficile ipotizzare che qualcuno lo riceverà in memoriam.
La situazione
è tanto più grave se pensiamo che alcuni nostri uffici consolari, vista la crescente
richiesta di riconoscimenti, non hanno trovato altra soluzione se non quella
di bloccare il ricevimento delle pratiche per evitare di essere letteralmente
sommersi dalle carte.
Cosa accadrebbe,
qui in Italia, se improvvisamente i nostri Comuni sbarrassero le porte, impedendo
ai cittadini di ritirare la loro Carta d’identità? E se nessuna Questura accettasse
più richieste per il rilascio dei passaporti? Parleremmo, probabilmente, di
sfascio totale del sistema-Paese.
Dunque, al
mezzo milione di italo-brasiliani che hanno avuto – almeno – la «fortuna» di
presentare le carte, vanno aggiunte altre decine di migliaia di persone alle
quali non è stata data nemmeno la possibilità materiale di consegnare la pratica.
Così, se alcuni nostri Consolati non avessero sbarrato le porte per un certo
periodo, oggi le domande in attesa di essere esaminate sarebbero almeno 750
mila.
Il fenomeno
tutto brasiliano (in nessun altro Paese al mondo si registra tanta voglia di
doppia cittadinanza), ha colto di sorpresa i nostri uffici consolari, che hanno
dovuto fare i conti con un organico largamente inferiore al necessario. Eppure
il fenomeno non è nuovo. La corsa alla doppia cittadinanza, in Brasile, è scoppiata
alla fine degli anni Novanta sull’onda di un prorompente risveglio di italianità
che si è tradotto anche in un boom delle icone tricolori: a San Paolo 6 mila
pizzerie sfornano ogni anno 43 milioni di pezzi del nostro piatto nazionale,
e
Sotto il profilo
giuridico, gli oriundi non possono essere neanche lontanamente paragonati ai
soggetti stranieri che – in possesso di certi requisiti – chiedono di diventare
cittadini italiani (tipico il caso del lavoratore extracomunitario che si trova
nel nostro Paese da almeno dieci anni). Sono piuttosto dei soggetti che il nostro
attuale ordinamento considera italiani per il solo fatto di essere discendenti
di persone nate in Italia.
I nostri oriundi
non chiedono l’ottenimento della cittadinanza italiana, bensì – ed è cosa radicalmente
diversa – il semplice riconoscimento del loro status di cittadini. Insomma,
potremmo definirli degli italiani in pectore.
È come se l’ordinamento
italiano dicesse a queste persone: «tu per me sei cittadino italiano, solo che
per diventarlo anche sulla carta, ufficialmente, a tutti gli effetti, mi devi
produrre dei certificati che lo dimostrino». E per dimostrarlo basta documentare
di essere discendenti di un cittadino nato in Italia, anche più di un secolo
fa. Assurdo? Anacronistico? Forse sì. Ma questo è ciò che stabilisce la legge
in vigore, basata sul principio dello ius sanguinis, generalmente adottato dai
Paesi a forte emigrazione, e contrapposto allo ius soli.
Entrare nei
meandri della legge per esaminare in quali casi un oriundo italiano può chiedere
il riconoscimento della cittadinanza italiana, sarebbe in questa sede troppo
complicato. Ma per farci capire da chi non è pratico di affari burocratici,
potremmo dire che un ipotetico signor Mario Rossi di 40 anni, cittadino brasiliano
residente a San Paolo, può chiedere il riconoscimento della cittadinanza italiana
se è in grado di provare documentalmente di essere discendente di quel Luigi
Rossi (ovvero suo bisnonno) nato a Milano nel 1861 ed emigrato in Brasile nel
1886.
Di oriundi
come il nostro Mario Rossi che, nel mondo, potrebbero chiedere legittimamente
il riconoscimento della cittadinanza italiana, ce ne sono svariati milioni.
Ma perché, allora, il nostro Mario Rossi, cittadino brasiliano, come lo sono
stati suo padre e suo nonno, chiede oggi allo Stato italiano il riconoscimento
di una cittadinanza dopo
Qui è bene
sgombrare subito il campo da pregiudizi e falsità perché sono molti, in Italia,
a credere che le richieste provengano prevalentemente da persone indigenti.
Non è il caso del Brasile. L’italo-brasiliano che chiede il riconoscimento appartiene
generalmente a un ceto sociale medio-alto. Gente, per intenderci, come gli industriali
Raul Anselmo Randon, Clovis Tramontina, Luiz Fernando Furlan, Adelino Colombo;
come i piloti di Formula 1 Rubens Barrichello e Felipe Massa. E ancora: rettori
di Università, stimati professionisti, chirurghi estetici, uomini di cultura.
Sono già cittadini italiani alcuni ministri della Repubblica, e decine fra senatori
e deputati che siedono al Parlamento di Brasilia. L’ha chiesta e ottenuta perfino
la moglie del Presidente Lula, la signora Marisa. Orgogliosa – sì, perfino lei,
nonostante l’altissimo ruolo istituzionale – delle sue origini italiane.
Dunque non
chiedono aiuti economici (sono solo 64 i sussidi erogati nel 2007 dal Consolato
di Curitiba, e 2 da quello di Porto Alegre); non vogliono tornare in Italia
a rivendicare antichi diritti ereditari; non vogliono invadere il Bel Paese
per sfruttare il nostro sistema sanitario e previdenziale. Vogliono, questo
sì, un attestato ufficiale della loro italianità, rappresentato dalla cittadinanza
e dal passaporto; vogliono poter dimostrare le loro origini italiane; vogliono
esibire con fierezza, ad amici e conoscenti, quel passaporto color bordeaux
con su scritto: Repubblica Italiana. Lo vogliono perché sono orgogliosi di essere
italiani, di appartenere alla nostra genìa; perché sono fieri dei loro nonni
e bisnonni i quali, partiti coraggiosamente verso un Paese ignoto, ce l’hanno
fatta, a dare ai propri figli un futuro migliore. Ce l’hanno fatta lavorando
sodo, facendo valere le proprie capacità, sudando e trasmettendo ai loro discendenti
i valori della nostra terra.
Bisogna esserci
stati tra quei nostri lontani parenti, per capire cosa significhi per loro venire
in Italia – per turismo o per affari – e poter varcare la soglia dell’aeroporto
con quel passaporto in mano. Bisogna aver avuto l’umiltà di starli ad ascoltare
per comprendere il significato profondo, vero, di quella cittadinanza tanto
agognata. E allora scopriremmo che essere di origine italiana, oggi in Brasile,
è un segno distintivo, significa essere persone di serie «A», far parte di una
sorta di elite. Un’enorme risorsa, dunque, per l’Italia e non invece un peso,
un fastidio.
Com’è possibile,
allora, che nessuno, nel nostro Paese, si sia mai accorto di queste pressanti
istanze da parte di così tanti cittadini brasiliani d’origine italiana? Eppure
stiamo parlando di mezzo milione di persone – non di qualche centinaio – ai
quali vanno aggiunti almeno altrettanti italo-brasiliani che hanno già ottenuto
la doppia cittadinanza. Eppure, soprattutto negli ultimi anni, un gran numero
di nostri ministri, sottosegretari, funzionari di partito sono volati in Brasile,
anche per motivi elettorali. Eppure praticamente ogni Provincia italiana, ogni
Regione ha, fra gli Enti che sovvenziona, un’associazione di emigrati che dovrebbe
costituire il filo diretto fra la madrepatria e i suoi oriundi. Sembra impossibile
che un fenomeno di così vasta portata sia ancora misconosciuto nel nostro Paese.
Da ultimo,
c’è da rilevare che un numero così elevato di nuovi cittadini italiani sposterebbe
decisamente l’asse della cosiddetta «altra Italia» nel mondo sul continente
sudamericano. Il Brasile diventerebbe ufficialmente la prima nazione «italiana»
del pianeta. Ufficiosamente lo è già se è vero che sono oltre 30 milioni gli
oriundi italiani che vivono nel grande Paese dell’America meridionale. Che a
qualcuno ciò non faccia piacere? I politici fanno i… politici, e poco conta
l’appartenenza ad uno schieramento piuttosto che ad un altro. Anche nel corso
della III Conferenza Italia-America Latina e Carabi, tenutasi a Roma a metà
ottobre 2007, si sono ascoltati ritornelli ben noti: «l’Italia è l’unica, fra
le grandi potenze europee, ad avere con i Paesi dell’America Latina non un “rapporto
di potenza” bensì un “rapporto di popolo”» – ha affermato il ministro degli
Esteri Massimo D’Alema. Aggiungendo subito dopo: «gli italiani hanno cominciato
a costruire l’America Latina prima ancora che esistesse l’Italia unita… È la
ragione di un impegno cui non possiamo venir meno».
Un legame di
sangue – che è anche un’enorme risorsa per il nostro Paese – che tuttavia rischia
di spezzarsi per sempre se l’Italia non sarà in grado di dare una pronta e concreta
risposta alle centinaia di migliaia di italo-brasiliani che vogliono avere dal
nostro Paese solo un riconoscimento formale della loro italianità. Questa è
gente che può ancora dare molto al nostro Paese. Senza chiedere nulla in cambio.
(Paolo Meneghini-Messaggero di sant’Antonio, edizione per l’estero /