STAMPA
ITALIANA ALL’ESTERO
Su
“Tribuna Italiana, Buenos Aires
Intervista al Sen. Claudio Micheloni: “Il
mondo politico italiano non conosce la realtà degli italiani nel mondo”
Claudio Micheloni, presidente del Comitato per le questioni
degli italiani all’estero del Senato, sostiene che
Ci sono state
riunioni tra i parlamentari eletti all'estero?
Abbiamo organizzato un paio di incontri, però non al
completo, sicuramente più per impegni che per mancanza di volontà. Sono stati
incontri informali e non hanno avuto un grande risultato. C’era la speranza
di lavorare il più unitariamente possibile, ma oggettivamente è una cosa difficile
nel quadro politico italiano perché qui tutto si muove secondo le aree politiche.
Ci sosteniamo volentieri insieme su alcuni punti. Adesso
sull'assegno sociale alla Camera, si è fatto un passo unitario. Per un anno
siamo stati sia alla Camera che al Senato senza uno strumento operativo per
lavorare nelle istituzioni e questo é stato un handicap molto forte perché alla
Camera dei Deputati era previsto un sottocomitato della Commissione Esteri che
è stato insediato 2 mesi fa, dopo più di un anno! C’è voluto un anno per insediare
una cosa che è prevista dal regolamento.
Qui al Senato, non era previsto nulla e per creare un
comitato e non una commissione del Senato per la questione degli italiani all'estero,
ci abbiamo messo 15 mesi. Nel Comitato siamo presenti i 6 Senatori dell'estero
più 11 Senatori italiani e questo è estremamente importante.
In questo Comitato si ragiona con uno spirito diverso
che nelle altre commissioni, parliamo dei problemi cercando di limitare l'influenza
partitica che, però, dopo riemerge nel momento che i temi arrivano in aula dove
è molto difficile lavorare con lo stesso spirito.
Non c’è mai
scappata una fotografia di gruppo, una sorte di simbolo per gli italiani all'estero
per diffondere un'immagine di cordialità tra i nostri 18?
Non lo abbiamo mai fatto e, ha ragione, come immagine
potrebbe essere una cosa da utilizzare. Ma il vero problema non é quello della
fotografia e non é neanche quello delle riunioni dei 18. Il vero grosso problema
è che il mondo politico italiano non conosce la realtà degli italiani nel mondo,
questa è la vera difficoltà. Quando in politica si affrontano temi la cui base
non è conosciuta dai politici locali, diventa difficile concretizzare.
Qui non sanno
cosa siamo diventati, cosa sono le nuove generazioni, non conoscono il nostro
pro ce sso di integrazione, non hanno idea di quello che rappresentiamo. Ignorano
questa realtà e questo rende tutto molto difficile.
Per esempio far capire ai politici che ci sono in alcune
parti dei bisogni; che abbiamo necessità di promuovere la lingua italiana e
la cultura e che peraltro abbiamo bisogno anche di servizi nei consolati. E
soprattutto debbono capire che siamo una risorsa per il Paese, uno slogan che
tutti i politici italiani utilizzano e che noi dobbiamo far diventare una realtà.
Con
In buona parte ha ragione, è responsabilità nostra, ma
nella stessa misura lo è anche delle forze politiche che hanno avuto dei contatti,
legami con le comunità all'estero, che ci anno sempre visto come un oggetto
politico da utilizzare e non come un soggetto politico.
Oggi siamo in Parlamento, siamo dei soggetti politici
attivi nel parlamento italiano. Questa novità, non è stata ancora né capita
né metabolizzata nel mondo politico italiano e neanche da noi.
Qualche volta mi chiedo se noi parlamentari abbiamo coscienza
di questa cosa, e me lo chiedo seriamente, non è una battuta perché ho l'impressione
che non ci comportiamo sempre da parlamentari della Repubblica in rappresentanza
di questa straordinaria risorsa. Un po’ sarà dovuto ai nostri vincoli, un po’
alle difficoltà oggettive che si incontrano, ma questa responsabilità ce l'abbiamo.
Ancora oggi, qui in Parlamento, nelle fasi di riflessioni, di discussioni che
si stanno avendo sulle riforme delle istituzioni, la tentazione di rimettere
in questione il voto all'estero è molto forte. E questa tentazione c’è dopo
18 mesi che i parlamentari esteri sostengono e garantiscono la governabilità
del Paese. Non dimentichiamo che se non ci fosse stato il collegio Estero, non
è che vinceva un'altra parte, il Paese era ingovernabile perché una Camera aveva
una maggioranza e l'altra ne aveva un'altra. Il Paese si sarebbe trovato nel
Dunque, malgrado questa realtà, noi abbiamo garantito
la governabilità, non faccio un discorso di parte, si è potuto fare un governo.
Malgrado questo non c’è la consapevolezza della nostra necessità in Parlamento.
Questo sarà superficialità del mondo politico italiano
che è molto provinciale, che è molto chiuso in se stesso, ma in buona parte
e anche responsabilità nostra, che non abbiamo fatto discorsi che ci portano
dentro la politica italiana . Io dico sempre ai miei colleghi che non possiamo
e non dobbiamo occuparci solo dei problema degli italiani all'estero. Se ci
comportiamo in questo modo, diventeremo i rappresentanti di una riserva indiana
- senza mancare rispetto agli indiani che mi stanno molto simpatici - non andremo
a nessuna parte.
Ma oggi sta cambiando un po’ questo clima. Devo dire
in questi giorni, nella seconda Finanziaria che stiamo facendo, tutti gli emendamenti
che abbiamo proposto per gli italiani all'estero, portano le 5 firme dei Senatori,
4 della maggioranza quelli della Unione, più la firma di Pallaro.
Questo e un fatto estremamente positivo e importante.
Abbiamo fatto una conferenza stampa tutto il gruppo prima della Finanziaria
annunciando che saremo duri, lo abbiamo fatto assieme perché si sta cercando
questa volta di dare un'immagine migliore, non credo che il problema sia risolto,
però si sta tentando di dare un'immagine migliore.
Cosa prevede
questa Finanziaria per gli italiani all’estero?
Come era stata presentata inizialmente dal Governo, non
ci riservava niente di buono e per questo non ci convinceva. Ma abbiamo iniziato
un lavoro unitario tutti e cinque, abbiamo presentato diversi emendamenti che
rispondono alle esigenze urgenti della nostra comunità. Che vanno dalla rete
consolare all'assistenza per gli indigenti dell’America Latina. La diffusione
della lingua e la cultura. Abbiamo toccato insieme i problemi. E’ un lavoro
politico il cui esito dipenderà dalla nostra capacità di difendere gli emendamenti.
Le richieste fatte sono importanti. Credo che questa Finanziaria segnerà una
svolta nella soluzione dei problemi degli italiani all'estero. Se il governo
non dovesse accogliere queste nostre richieste, allora dovremmo fare una valutazione
politica del comportamento della delegazione dei senatori della circoscrizione
estero nel confronto del governo. Daremo questa valutazione il 15 novembre
Lei parlava
delle riforme istituzionali e dei pericoli per il nostro voto...
C’è un progetto costituzionale che secondo me non ha
nessuna probabilità di andare avanti in questa legislatura, però secondo me,
e posso sbagliare, spero per l'interesse dell'Italia di sbagliarmi, perché l'Italia
ha bisogno di questa riforma, non credo che ci siano le condizioni politiche
per farla, ma se si apre questo cantiere bisognerà essere estremamente vigilanti
e convincenti per far sì che la tentazione trasversale, di centrosinistra e
di centrodestra di togliere il voto all’estero, non diventi maggioranza.
Quali altri
argomenti ci sono sul tappeto?
Dobbiamo affrontare la riforma del CGIE e dei Comites.
Abbiamo avuto una riunione nel Comitato per le questioni degli italiani all'estero
del Senato , nella quale abbiamo messo come priorità il lavoro sulle riforme
segnalate. Il nostro Comitato ha partecipato alle ultime tre riunioni continentali
del CGIE, - Miami, Lussemburgo e Guayaquil -. Per me era importante la partecipazione
dei Senatori italiani e non tanto di quelli dell'estero. Ed in effetti era giusta
questa mia spinta perché sono tornati con la convinzione che il CGIE è un organo
necessario, cosa che non credevano prima.
Crede realmente
che il CGIE sia tanto necessario oggi che abbiamo i nostri parlamentari?
Non si può prescindere del CGIE perché se lo togli, tagli
la possibilità ai parlamentari di funzionare. Il Consiglio rappresenta un gruppo
di persone che hanno il ruolo e la competenza di far la sintesi dei Paesi. Si
tratta di uno strumento indispensabile se vogliamo essere efficaci nelle rappresentanze.
E’ importante un Consiglio Generale di raccordi tra il
Parlamento e le comunità nazionali. Non si può immaginare che due senatori,
per parlare solo del Senato possano correttamente rappresentare le istanze dell'America
Latina o altri due quelle dell'Europa. I continenti sono immensi e le realtà
molto diversificate.
C’è bisogno di un'altro tipo di strumenti. Il CGIE dev’essere
quell'organo che ha la missione di far la sintesi delle potenzialità e delle
necessità di una comunità nazionale e diventare l'interlocutore dei parlamentari
e il legame fra i parlamentari e le comunità nazionali. Sono contento della
reazione dei senatori italiani che finalmente accettano che c'è bisogno di un
CGIE , ma questa struttura va modificata, trasformata.
E come sarebbe
questo nuovo CGIE ?
Sull'argomento il lavoro è a l'inizio, ci sono molte
idee sul tavolo
E nel caso dei
Comites?
Rappresentano le comunità locale e anch’essi vanno modificati.
Se prende la legge dei Comites, in teoria possono fare tutto, ma in realtà non
possono fare niente. Questa è la situazione di oggi. Io preferisco un Comites
che all'inizio gli si dice "tu puoi fare poco, ma questo poco lo puoi fare"
e dunque chiarire i rapporti fra il Consolati e i Comites che non possono essere
uno strumento utile se c’è un Console intelligente o che non serve a niente
se c’è uno negativo.
Bisogna chiarire questi aspetti. Ripeto, dare ai Comites
meno funzioni, perché in teoria ne hanno molte ma nella pratica zero, però quelle
poche devono averle e devono farle.
Un parere sulla
nuova legge di cittadinanza italiana?
Due parole le dico molto volentieri. Il progetto come
disegno di legge, è attualmente alla Camera dei Deputati, il lavoro si trova
in commissione e riguarda tutti i casi, compresa l’acquisizione della cittadinanza
da parte degli immigrati. Abbiamo deciso tutti i parlamentari di mettere dentro
la legge i punti che ci toccano a noi italiani all'estero.
Per la cittadinanza degli emigranti la mia posizione,
che difenderò quando arriverà al Senato, è che la cittadinanza si può richiedere
se qualcuno ha un nonno italiano, e non si può andare al di là di questo.
Ci dev’essere poi una corsia preferenziale, a concessione
praticamente a vista, per un cittadino nato in Italia, che ha dovuto rinunciare
nel passato per motivi di leggi di altri Paesi.
Risolvere l'annoso problema delle donne prima del 1948.
Per me questo deve essere il concetto di cittadinanza
e dobbiamo capire tutti, in particolare in America Latina che se noi dell'estero
non siamo rigidi sulla cittadinanza ci togliamo moltissime probabilità di risolvere
altri problemi, perché nel mondo politico italiano c'è una reazione, che, secondo
me, è giustissima: qualsiasi legge che ci riguarda, che ha imputazioni di responsabilità
dello Stato, economica, sociale, politica ecc. diventa difficile per noi difenderla,
se non c'è un quadro chiaro di chi sono e quante sono le persone che a questi
diritti potrebbero un giorno fare appello.
Se noi continuiamo a raccontarci la favola che 15 milioni
di argentini sono di origine italiana, che altri 50 milioni lo sono nel Brasile,
ecc. ci raccontiamo una favola che spaventa - e giustamente - al mondo politico
italiano.
Ho intenzioni di battermi per questa storia. Dobbiamo
avere l'onestà di presentare una visione chiara per dire: questa è la platea
dei cittadini italiani e a questa viene dato il servizio, vanno riconosciuti
i diritti e va valorizzata come risorsa. Per quelli di origine italiana che
per altra parte hanno interesse di avere rapporti con l'Italia non hanno bisogno
della cittadinanza, del passaporto. (Walter Ciccione-Tribuna Italiana/