INFORM - N. 202 - 30 ottobre 2007


   

IMMIGRAZIONE

Dossier Statistico 2007 Caritas/Migrantes

I flussi migratori e il contesto europeo

 

L’immigrazione nell’Unione Europea

L’Europa, composta da Stati con una tradizione millenaria, è ormai stabilmente abitata da cittadini provenienti da altri paesi. Nell’UE a 27, un’area con circa mezzo miliardo di persone, gli immigrati con cittadinanza straniera sono circa 28 milioni (inizio 2006), ma si arriva a circa 50 milioni se si includono quanti nel frattempo hanno acquisito la cittadinanza. Questa presenza è destinata ad aumentare, stando alle previsioni che tengono conto delle esigenze demografiche e occupazionali. Tra gli elementi chiave dell’unificazione europea è inclusa anche la libera circolazione dei lavoratori e, pertanto, il fenomeno migratorio ha segnato l’Europa unita nell’arco di tutta la sua storia.

Secondo i dati dell’Eurobarometro del 2007, sebbene il 48% dei cittadini europei ritenga la presenza degli immigrati necessaria in determinati settori dell’economia, quasi altrettanti esprimono insicurezza circa la presenza straniera, in particolare in relazione alla disoccupazione.

L’incidenza degli immigrati è del 5,6% sulla popolazione complessiva, con variazioni notevoli: lo 0,5% nei due nuovi paesi membri (Romania e Bulgaria), tra il 4% e l’8% negli Stati dell’Unione a 15. Sono rilevanti le concentrazioni in alcune regioni: in Francia il 40% degli stranieri vive nell’area parigina, dove un residente su otto è cittadino straniero; nel Regno Unito oltre un terzo della popolazione straniera risiede nell’area metropolitana di Londra; in Spagna circa la metà degli immigrati si è insediata a Madrid e nella Catalogna. In Italia, invece, è più marcata la diffusione territoriale e solo un quinto degli immigrati si trova nelle province di Milano e di Roma. Nei paesi di vecchia immigrazione la presenza degli immigrati è rimasta stabile, o è leggermente diminuita come in Germania, mentre nei paesi di nuova immigrazione (quelli mediterranei) essa è andata aumentando.

I due terzi della popolazione immigrata sono costituiti da non comunitari: il 32% da europei non UE (in gran parte russi, turchi e balcanici), il 22% da africani (di cui due terzi provenienti dalle regioni settentrionali), il 16% da asiatici (equamente distribuiti tra immigrati dell’Estremo Oriente, Cina in testa, e del subcontinente indiano) e il 15% da americani (in gran parte latinoamericani).

Non vengono più registrati come immigrati le centinaia di migliaia di stranieri che ogni anno ottengono la cittadinanza del paese di residenza (nel 2005, 162 mila nel Regno Unito, 150 mila in Francia, 117 mila in Germania e 29 mila in Italia), con incidenze differenziate sull’insieme della popolazione straniera soggiornante (5,7% nel Regno Unito, 1,6% in Germania e meno dell’1% in Italia). Quando si parla di presenza immigrata bisognerebbe tenere presenti anche queste persone, nate all’estero e diventate cittadine (in Gran Bretagna sono il doppio rispetto ai 3 milioni di cittadini stranieri), come anche le seconde e le terze generazioni nate sul posto.

 

L’afflusso di lavoratori esteri in Italia nel 2006

Nel 2006, allo sforzo di raddoppiare le quote annuali di lavoratori provenienti dall’estero (portate a 170.000) hanno fatto seguito domande di assunzione tre volte più ampie, evidenziando le carenze dei meccanismi di incontro tra domanda e offerta. Da anni si continua a presupporre che i lavoratori stranieri da assumere aspettino dall’estero la loro chiamata, mentre è risaputo che, in attesa di essere ufficialmente assunti, essi già hanno iniziato a lavorare in Italia.

Le 540 mila domande di assunzione presentate hanno reso necessaria l’emanazione di un secondo decreto flussi, che ha disposto ulteriori 350.000 ingressi. Dalla loro analisi (relativa a 9 domande su 10) emerge:

- una netta prevalenza del settore dell’assistenza alle famiglie (quasi il 49% delle domande) e, seppure distaccato, di quello edile (quasi il 18%);

- la ridotta incidenza delle richieste di personale ad elevata professionalità (appena 1.200 domande per dirigenti e simili);

- l’alta concentrazione delle domande in determinate province, segnatamente in quelle di Roma (oltre 50.000), Milano (oltre 37.000), Torino e Brescia (intorno alle 20.000), Bologna (quasi 15.000) e Verona, Padova, Venezia, Napoli e Treviso (con poco più di 10.000 ciascuna), il che ha confermato una certa polarizzazione territoriale dei flussi che fa perno sulla Lombardia, il Veneto, l’Emilia Romagna, il Lazio e, nel Sud, sulla Campania.

Per quanto riguarda i paesi di origine di questi lavoratori, al primo posto della graduatoria troviamo la Romania (oltre 130.000 domande), seguita a grande distanza da Marocco (50.000 domande), Ucraina e Moldavia (35.000 domande ciascuno), Albania (30.000), Cina (27.000), Bangladesh (20.000 domande). Chiudono la serie dei primi 10 paesi, l’India, e, allo stesso livello numerico, lo Sri Lanka e la Tunisia, che registrano il primo 13.000 e gli altri due paesi circa 10.000 domande.

Esaminando congiuntamente i flussi del 2006 e quelli del 2005, emergono queste tendenze:

- le aree occupazionalmente più forti (Nord Ovest, Nord Est e Centro) confermano, con il numero elevato dei lavoratori coinvolti, il loro ruolo di traino e, tuttavia, registrano un ridimensionamento delle percentuali d’aumento rispetto alla popolazione già insediata;

- il Sud conosce flussi in entrata che, seppur corrispondenti al 12-14% degli ingressi totali registrati nei due anni presi in considerazione, sono destinati a fare aumentare, se confermati, la quota percentuale di pertinenza della popolazione straniera;

- le Isole, sbocco di appena 1 ogni 25 lavoratori entrati in Italia, sono caratterizzate da un andamento stabile che le colloca a un livello più contenuto.

 

I flussi irregolari: un problema di dimensione europea

L’intensità dei flussi irregolari può essere favorita, in Europa, oltre che dalla posizione geografica, anche da altre cause: quote di ingresso non adeguate, scarsa praticabilità dei percorsi stabiliti per l’inserimento legale e per l’incontro tra datori di lavoro e persone da assumere, diffusione dell’area del lavoro nero e precarirtà dello status di regolari.

La necessità di regolamentare i flussi non deve portare a identificare le restrizioni con l’anima della politica migratoria, che si sostanzia specialmente di adeguate procedure di ammissione e di una grande attenzione all’integrazione: perciò la Commissione De Mistura ha proposto una diversa concezione della funzione dei Centri di permanenza temporanea. Tuttavia l’area dell’irregolarità, quando è troppo estesa, rende la società meno disponibile all’accoglienza e perciò è indispensabile un’analisi senza pregiudizi che riesca a individuare le piste praticabili per il suo ridimensionamento.

L’Italia è un paese molto esposto ai flussi migratori a causa della sua posizione geografica. Se il nuovo Governo francese ha confermato per il 2007 l’obiettivo di 25.000 espulsioni di stranieri in situazione irregolare, in Italia le persone intercettate in tale condizione superano le 100 mila unità l’anno.

Tra di esse, quelle pervenute via mare sono 22.016 (il 13% del totale, quasi mille di meno rispetto al 2005): suscitando non poche sorprese, i trafficanti di manodopera hanno incluso nei loro circuiti anche la Sardegna. E così il mare, da fondamentale elemento per gli scambi, continua a essere uno sconfinato cimitero. Ma le tragedie via terra non sono state da meno: si viaggia – e spesso si muore – nascosti nei tir (con il rischio di essere asfissiati per mancanza d’aria o schiacciati dalle merci), sotto i treni o addirittura nei carrelli degli aerei, oppure si attraversano valichi, fiumi e campi minati, quando non si finisce l’esistenza fulminati o assiderati o vittime di altri incidenti. In tutti i casi è la speranza di una vita migliore che spinge ad affrontare questi pericoli.

Nel 2006, su 124.383 persone in posizione irregolare individuate dalle forze dell’ordine, solo il 36,5% (45.449) è stato effettivamente rimpatriato (nel 1999 lo fu il 64,1%). Tuttavia, se si tiene conto dell’ultimo allargamento dell’UE e si tolgono dal conteggio i bulgari e, specialmente, i romeni, il numero degli intercettati in posizione irregolare scende dopo tanti anni al di sotto delle 100 mila unità (84.245).

Nel contesto europeo è l’Italia ad aver portato avanti un’organica esperienza pilota per il recupero delle persone vittime di tratta. A partire dal 2000 ne hanno potuto beneficiare, ricevendo assistenza, ben 45.331 persone, per la quasi totalità donne vittime di sfruttamento sessuale: in circa un terzo dei casi (13.854) sono state messe a disposizione apposite borse lavoro.

Il contrasto dei trafficanti, da rafforzare a livello nazionale e internazionale, va completato con il coinvolgimento dinamico dei migranti, ampliando le categorie dei beneficiari dei rimpatri assistiti (più di 7.000 dal 1991 ad oggi con l’assistenza dell’OIM) e prevedendo un certo supporto economico per il reinserimento di quanti collaborano per la loro identificazione, sia che si presentino spontaneamente o collaborino dopo essere stati fermati, avendo l’accortezza di limitare a 2 anni (al posto degli attuali 10) il divieto di reingresso, a meno che non si tratti di recidivi.

Questo impegno servirebbe anche a ridurre il coinvolgimento degli irregolari nelle denunce penali. I cittadini stranieri incidono per quasi un quarto sulle denunce penali e per quasi un quarto sulle presenze in carcere. I maggiori protagonisti sono gli irregolari, che in determinati reati sono implicati anche in 4 casi su 5 (lo sfruttamento della prostituzione, l’estorsione, il contrabbando e la ricettazione). Per gli stranieri in posizione regolare il problema si pone negli stessi termini degli italiani: essi incidono per circa il 6% sulla popolazione residente e nella stessa misura percentuale sulle denunce.

 


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