IMMIGRAZIONE
Dossier Statistico 2007 Caritas/Migrantes
I flussi migratori e il contesto europeo
L’immigrazione
nell’Unione Europea
L’Europa, composta da Stati con una tradizione millenaria,
è ormai stabilmente abitata da cittadini provenienti da altri paesi. Nell’UE
a 27, un’area con circa mezzo miliardo di persone, gli immigrati con cittadinanza
straniera sono circa 28 milioni (inizio 2006), ma si arriva a circa 50
milioni se si includono quanti nel frattempo hanno acquisito la cittadinanza.
Questa presenza è destinata ad aumentare, stando alle previsioni che tengono
conto delle esigenze demografiche e occupazionali. Tra gli elementi chiave dell’unificazione
europea è inclusa anche la libera circolazione dei lavoratori e, pertanto, il
fenomeno migratorio ha segnato l’Europa unita nell’arco di tutta la sua storia.
Secondo i dati dell’Eurobarometro del 2007, sebbene il 48%
dei cittadini europei ritenga la presenza degli immigrati necessaria in determinati
settori dell’economia, quasi altrettanti esprimono insicurezza circa la presenza
straniera, in particolare in relazione alla disoccupazione.
L’incidenza degli immigrati è del 5,6% sulla popolazione
complessiva, con variazioni notevoli: lo 0,5% nei due nuovi paesi membri (Romania
e Bulgaria), tra il 4% e l’8% negli Stati dell’Unione a 15. Sono rilevanti le
concentrazioni in alcune regioni: in Francia il 40% degli stranieri vive nell’area
parigina, dove un residente su otto è cittadino straniero; nel Regno Unito oltre
un terzo della popolazione straniera risiede nell’area metropolitana di Londra;
in Spagna circa la metà degli immigrati si è insediata a Madrid e nella Catalogna.
In Italia, invece, è più marcata la diffusione territoriale e solo un quinto
degli immigrati si trova nelle province di Milano e di Roma. Nei paesi di vecchia
immigrazione la presenza degli immigrati è rimasta stabile, o è leggermente
diminuita come in Germania, mentre nei paesi di nuova immigrazione (quelli mediterranei)
essa è andata aumentando.
I due terzi della popolazione immigrata sono costituiti da
non comunitari: il 32% da europei non UE (in gran parte russi, turchi e balcanici),
il 22% da africani (di cui due terzi provenienti dalle regioni settentrionali),
il 16% da asiatici (equamente distribuiti tra immigrati dell’Estremo Oriente,
Cina in testa, e del subcontinente indiano) e il 15% da americani (in gran parte
latinoamericani).
Non vengono più registrati come immigrati le centinaia di migliaia
di stranieri che ogni anno ottengono la cittadinanza del paese di residenza
(nel 2005, 162 mila nel Regno Unito, 150 mila in Francia, 117 mila in Germania
e 29 mila in Italia), con incidenze differenziate sull’insieme della popolazione
straniera soggiornante (5,7% nel Regno Unito, 1,6% in Germania e meno dell’1%
in Italia). Quando si parla di presenza immigrata bisognerebbe tenere presenti
anche queste persone, nate all’estero e diventate cittadine (in Gran Bretagna
sono il doppio rispetto ai 3 milioni di cittadini stranieri), come anche le
seconde e le terze generazioni nate sul posto.
L’afflusso
di lavoratori esteri in Italia nel 2006
Nel 2006, allo sforzo di raddoppiare le quote annuali di
lavoratori provenienti dall’estero (portate a 170.000) hanno fatto seguito domande
di assunzione tre volte più ampie, evidenziando le carenze dei meccanismi
di incontro tra domanda e offerta. Da anni si continua a presupporre che
i lavoratori stranieri da assumere aspettino dall’estero la loro chiamata, mentre
è risaputo che, in attesa di essere ufficialmente assunti, essi già hanno iniziato
a lavorare in Italia.
Le 540 mila domande di assunzione presentate hanno reso necessaria
l’emanazione di un secondo decreto flussi, che ha disposto ulteriori 350.000
ingressi. Dalla loro analisi (relativa a 9 domande su 10) emerge:
- una netta prevalenza del settore dell’assistenza alle
famiglie (quasi il 49% delle domande) e, seppure distaccato, di quello edile
(quasi il 18%);
- la ridotta incidenza delle richieste di personale ad elevata
professionalità (appena 1.200 domande per dirigenti e simili);
- l’alta concentrazione delle domande in determinate province,
segnatamente in quelle di Roma (oltre 50.000), Milano (oltre 37.000), Torino
e Brescia (intorno alle 20.000), Bologna (quasi 15.000) e Verona, Padova, Venezia,
Napoli e Treviso (con poco più di 10.000 ciascuna), il che ha confermato una
certa polarizzazione territoriale dei flussi che fa perno sulla Lombardia,
il Veneto, l’Emilia Romagna, il Lazio e, nel Sud, sulla Campania.
Per quanto riguarda i paesi di origine di questi lavoratori,
al primo posto della graduatoria troviamo
Esaminando congiuntamente i flussi del 2006 e quelli del 2005,
emergono queste tendenze:
- le aree occupazionalmente più forti (Nord Ovest, Nord
Est e Centro) confermano, con il numero elevato dei lavoratori coinvolti,
il loro ruolo di traino e, tuttavia, registrano un ridimensionamento delle percentuali
d’aumento rispetto alla popolazione già insediata;
- il Sud conosce flussi in entrata che, seppur corrispondenti
al
- le Isole, sbocco di appena 1 ogni 25 lavoratori entrati
in Italia, sono caratterizzate da un andamento stabile che le colloca a un livello
più contenuto.
I flussi irregolari:
un problema di dimensione europea
L’intensità dei flussi irregolari può essere favorita, in Europa,
oltre che dalla posizione geografica, anche da altre cause: quote di
ingresso non adeguate, scarsa praticabilità dei percorsi stabiliti per l’inserimento
legale e per l’incontro tra datori di lavoro e persone da assumere, diffusione
dell’area del lavoro nero e precarirtà dello status di regolari.
La necessità di regolamentare i flussi non deve portare a identificare
le restrizioni con l’anima della politica migratoria, che si sostanzia
specialmente di adeguate procedure di ammissione e di una grande attenzione
all’integrazione: perciò
L’Italia è un paese molto esposto ai flussi migratori a causa
della sua posizione geografica. Se il nuovo Governo francese ha confermato per
il 2007 l’obiettivo di 25.000 espulsioni di stranieri in situazione irregolare,
in Italia le persone intercettate in tale condizione superano le 100 mila unità
l’anno.
Tra di esse, quelle pervenute via mare sono 22.016 (il
13% del totale, quasi mille di meno rispetto al 2005): suscitando non poche
sorprese, i trafficanti di manodopera hanno incluso nei loro circuiti anche
Nel 2006, su
Nel contesto europeo è l’Italia ad aver portato avanti un’organica
esperienza pilota per il recupero delle persone vittime di tratta. A
partire dal 2000 ne hanno potuto beneficiare, ricevendo assistenza, ben 45.331
persone, per la quasi totalità donne vittime di sfruttamento sessuale: in circa
un terzo dei casi (13.854) sono state messe a disposizione apposite borse lavoro.
Il contrasto dei trafficanti, da rafforzare a livello nazionale
e internazionale, va completato con il coinvolgimento dinamico dei migranti,
ampliando le categorie dei beneficiari dei rimpatri assistiti (più di
7.000 dal 1991 ad oggi con l’assistenza dell’OIM) e prevedendo un certo supporto
economico per il reinserimento di quanti collaborano per la loro identificazione,
sia che si presentino spontaneamente o collaborino dopo essere stati fermati,
avendo l’accortezza di limitare a 2 anni (al posto degli attuali 10) il divieto
di reingresso, a meno che non si tratti di recidivi.
Questo impegno servirebbe anche a ridurre il coinvolgimento
degli irregolari nelle denunce penali. I cittadini stranieri incidono
per quasi un quarto sulle denunce penali e per quasi un quarto sulle presenze
in carcere. I maggiori protagonisti sono gli irregolari, che in determinati
reati sono implicati anche in 4 casi su 5 (lo sfruttamento della prostituzione,
l’estorsione, il contrabbando e la ricettazione). Per gli stranieri in posizione
regolare il problema si pone negli stessi termini degli italiani: essi incidono
per circa il 6% sulla popolazione residente e nella stessa misura percentuale
sulle denunce.