Presentata a Trento una ricerca del Centro informativo
per l'immigrazione
“Il
cuore in patria. Madri migranti e affetti lontani: le famiglie transnazionali
in Trentino”
TRENTO – “E’
motivo per noi di grande soddisfazione presentare oggi questo lavoro di ricerca,
che si è mosso proprio con l’intento di ascoltare donne straniere con figli
e che hanno vissuto la separazione da questi, per poter fare luce anche sul
loro vissuto di madri, non solo di lavoratrici, e per esaminare più da vicino
i modi di gestione della famiglia a distanza così come i nodi del ricongiungimento
dei figli in Italia.”
È un passaggio
dell’intervento con cui l’assessore alle politiche sociali della Provincia autonoma
di Trento, Marta Dalmaso, ha aperto alla Facoltà di Economia, nel capoluogo,
la presentazione della ricerca “Il cuore in patria. Madri migranti e affetti
lontani: le famiglie transnazionali in Trentino”.
“Il distacco
delle madri migranti dai figli – ha detto tra l’altro l’assessore Dalmaso –
non è un fenomeno secondario e transitorio: deve dunque crescere anche nel dibattito
pubblico sull’immigrazione, come pure nelle strategie d’intervento delle comunità
locali, la consapevolezza dell’esperienza della maternità transnazionale e della
sua portata per la società.”
Una delle più
rilevanti trasformazioni della nostra società ha avuto luogo infatti con l’arrivo
in Italia di molte donne straniere per motivi di lavoro. In particolare, lavoratrici
domestiche, provenienti soprattutto dall’Est Europa, che si sono inserite al
centro delle relazioni più intime e personali di un numero sempre più crescente
di famiglie italiane.
Nell’immaginario
collettivo queste donne sarebbero sole, ma in realtà lo sono soltanto sotto
il profilo della contiguità spaziale. Infatti, il loro percorso migratorio e
la loro vita lavorativa si inseriscono quasi sempre in uno scenario più ampio
e complesso, segnato da affetti familiari e da separazioni dolorose. Nel dibattito
scientifico raramente sono state esplorate le conseguenze del percorso migratorio
per queste donne e per le loro famiglie. Di qui la scelta, da parte della Provincia
autonoma, attraverso il Cinformi, di realizzare la ricerca presentata stamane.
Alla presentazione sono intervenuti, oltre all’assessore Dalmaso, il professor
Maurizio Ambrosini dell’Università di Milano e il dottor Paolo Boccagni dell’Università
di Trento (curatori della ricerca), la dottoressa Serena Piovesan dell’area
studi Cinformi (che ha seguito la raccolta dei dati) e la dottoressa Kyoko Shinozaki
dell’Università di Francoforte, che ha realizzato uno studio sugli immigrati
filippini impegnati nel lavoro domestico in Germania.
Il profilo
migratorio delle “madri transnazionali” che affiora dalla ricerca in Trentino
è quello di donne primo-migranti provenienti per lo più dall’Europa orientale
o post-sovietica (e, in misura inferiore, dall’America Latina). Prevale, all’interno
del campione (circoscritto a donne straniere con i figli ancora in patria o
ricongiunti da pochi anni), la componente di chi, anche a vari anni dall’arrivo
in Italia, ha solamente figli rimasti la paese d’origine (soprattutto nelle
fila di ucraine e moldave).
Delle intervistate,
meno della metà – e una quota di appena il 20-30%, per moldave e ucraine – vive
in immigrazione con il proprio coniuge. Si tratta, in altre parole, di percorsi
biografici segnati da una diffusa “destrutturazione familiare”, che si pone
in un rapporto circolare con la migrazione: ne può essere una delle cause, nel
senso che emigrano da sole soprattutto donne che hanno alle spalle storie matrimoniali
infelici e trovano nella partenza una modalità socialmente accettabile per sottrarsi
ad una convivenza divenuta insopportabile; ma la destrutturazione familiare
rischia, a sua volta, di venire ulteriormente aggravata dall’emigrazione, specie
per quanto riguarda i rapporti tra coniugi, generalmente assai meno “resistenti”
a una lontananza prolungata, rispetto a quelli tra genitori e figli.
In ambito lavorativo,
le madri transnazionali in Trentino sono concentrate in misura prevalente, ma
non esclusiva, nel lavoro di cura (coresidenziale o a ore), così come nel “terziario
povero” delle pulizie e della ristorazione. Guardando alle loro interazioni
con le istituzioni della società autoctona, si rileva un grado di fruizione
rilevante delle strutture sanitarie (e degli spazi di incontro forniti dalle
parrocchie), ma modesto – e in molti casi nullo – rispetto alle associazioni
(autoctone o di connazionali), ai servizi sociali, ai consultori, ai sindacati.
Limitando lo sguardo a quante hanno ricongiunto i figli, spicca – in quanto
a “risorse d’aiuto” su cui le madri-lavoratrici possono fare affidamento – il
ruolo della scuola, più che quello dei familiari o dei parenti (laddove presenti),
degli amici, o dei connazionali.
Le persone
che più si prendono cura dei figli rimasti a casa sono i nonni, e in particolare
le nonne materne, più spesso che i coniugi (o gli ex coniugi) rimasti eventualmente
in patria. Nella comunicazione a distanza con i figli, cui tutte le intervistate
sembrano dedicarsi in modo sistematico (pur consapevoli, forse, della sua insufficienza
rispetto a un rapporto di prossimità), l’utilizzo (almeno settimanale) del telefono
prevale su ogni altro possibile canale. Da segnalare, almeno per le migranti
est-europee, l’abitudine a inviare doni e pacchetti a casa con relativa facilità.
Un dato, invece, che accomuna la totalità del campione è l’invio, per lo più
a cadenza mensile, di rimesse a favore dei figli e di quanti si prendono cura
di loro.
Al di là delle
diverse rappresentazioni delle potenzialità e dei limiti della relazione di
“accudimento a distanza” dei figli, vale infine la pena evidenziare che le “aspettative
di futuro” delle madri migranti si possono ricondurre a due orientamenti distinti:
la convinzione che “nel giro di qualche anno” i figli saranno ormai ricongiunti
in Italia, e la più disincantata opinione che sia semplicemente impossibile,
data la sofferta quotidianità in cui si vive, individuare una qualche “direzione”
nel futuro (proprio e dei figli), anche a breve termine. Marginale, per contro,
la percentuale di quante prevedono di ritornare a casa a breve (al di là di
un generico “mito del ritorno”, collocato in un futuro indefinito, che è comune
a molte di loro). (