INFORM - N. 186 - 8 ottobre 2007


ITALIANI ALL’ESTERO

 Silvana Mangione su Gente d’Italia

Le storie che non racconta nessuno

 

NEW YORK – Pubblichiamo un articolo di Silvana Mangione apparso su Gente d’Italia dell’8 ottobre. In esso, sottolinea Mangione in un messaggio inviato alla redazione, “il ritratto di uno di quei personaggi  che cambiano la storia dell'emigrazione nel loro paese, ma non ne parla nessuno”. “Credo – aggiunge il consigliere CGIE degli Usa - che dovremo andare a cercarne altri, perché  esistono e ci fanno onore”.

La nostra emigrazione è costellata di storie di «unsung heroes», eroi del quotidiano, che di solito rimangono sconosciuti al mondo degli addetti ai lavori e delle plateali, utili elevazioni a stelle fulgenti, a protagonismi e leadership, di chi nulla ha fatto e ancora meno ha da dire. Molti di loro appartengono alla generazione che ha lasciato l’Italia nell’immediato dopoguerra. Caratteristiche comuni: la grande intelligenza, la forte volontà di costruire un futuro per i propri figli, la scarsa scolarizzazione che ha impedito il raggiungimento del pieno potenziale delle loro incredibili capacità. È rarissimo che la loro memoria venga onorata nei modi usati per i personaggi come Fiorello La Guardia.

Siamo dunque felici che la città di New York e la municipalità di Queens abbiano deciso di intitolare un incrocio di strade ad un unsung hero, le cui azioni hanno reso possibili un’effettiva presa di potere e una meritata visibilità delle nostre collettività. Il «Cav. Vincent Iannece Corner» celebra il ricordo di Vincenzo Iannece, che ci ha lasciati, in punta di piedi, due anni fa. Con Vincenzo se ne sono andati trent’anni gloriosi della vita della comunità italiana di New York e della storia dell’associazionismo italo–americano. Sappiamo bene che le associazioni sono nate inizialmente con fini di mutuo soccorso, poi di protezione delle origini locali, specie nel momento in cui – come dice Robert Viscusi – gli Stati Uniti dichiararono gli italiani nemici del paese e di fatto decretarono la morte dell’uso della nostra lingua, per paura delle conseguenze. Il risultato fu la moltiplicazione di piccoli gruppi, club, società legate al campanile, al villaggio d’origine: la piazza del paese trasferita all’interno di una sede costruita con il sudore e la fatica dei concittadini, l’immagine del santo patrono, il gioco delle carte, il sostegno ai compaesani in difficoltà. La frammentazione si traduceva in debolezza. Vincenzo, con il suo finissimo senso della politica, ebbe una grande intuizione: unire le associazioni sotto un’unica organizzazione ombrello, una federazione che avrebbe dato maggiore forza alla rivendicazione dei nostri diritti sia negli Stati Uniti che in Italia. Ci lavorò insieme a Anthony Gazzara (poi senatore statale), Tom Bullaro e Philip Cicciariello. La prima federazione, quella di Queens, nacque nel 1971 e raccolse subito dieci società. Nel 1978 erano già ventidue, ora sono trentatre.

Nel primo libro sulla storia della Federazione si legge: «la comunità, pur rappresentando il gruppo etnico più numeroso negli Stati Uniti, è la meno forte a livello sociale e politico proprio a causa della dispersione in miriadi di associazioni». Per avere una «voce politica unitaria», diceva Vincenzo, bisogna votare come blocco riconoscibile. Per votare bisogna registrarsi, per registrarsi bisogna essere cittadini americani. Ecco che la Federazione fa partire i «citizenship drives», giornate nelle quali si ricevono i cittadini italiani, che hanno deciso di rimanere negli Stati Uniti a pieno diritto, e li si aiuta a preparare la documentazione necessaria a fare la richiesta di naturalizzazione, compreso il rilievo delle impronte digitali, a cura della polizia e la foto formato passaporto. Fu Vincenzo a ideare e rendere possibile il primo giuramento dei neo–cittadini, all’aria aperta, sotto la statua di Cristoforo Colombo, che la federazione aveva fatto restaurare ad Astoria, in Queens. Vincenzo ottenne la presenza del giudice e la necessaria dispensa, affinché i nostri compatrioti potessero diventare americani p0roprio nel giorno dedicato a Cristoforo Colombo e la scoperta dell’America, al termine della parata che la federazione organizzava fin dal 1972. Lo status di cittadino comporta diritti, ma anche responsabilità e la Federazione cominciò ad impartire corsi di formazione sulla Costituzione americana, la storia degli Stati Uniti e la lingua inglese. Ma anche questo non era sufficiente. Fu Vincenzo a lanciare la prima operazione congiunta delle Federazioni di Queens, Brooklyn, Bronx e Greater New York a Ridgewood: gli «Italian American Awareness Days», durante i quali si cercava di far prendere coscienza ai nostri connazionali dell’importanza di partecipare attivamente alla vita democratica della città e del paese di residenza.

Molte furono le battaglie intraprese – e vinte – per il riconoscimento dei diritti degli italiani, per un maggiore inserimento degli italiani nei quadri delle facoltà accademiche delle Università cittadine, delle amministrazioni locali e statali, sia a livello di nomina sia nelle consultazioni popolari. Fu Vincenzo a farmi entrare nella comunità, quando arrivai a New York da Washington. Fu Vincenzo a guidare i miei primi passi di rappresentanza della collettività, negli Stati Uniti e in Italia. Lo consideravo il mio «padre politico». Ora il suo nome è immortalato per sempre in un angolo del quartiere italiano di Queens, da cui può guardare la statua di Cristoforo Colombo e il punto d’arrivo della sua parata, quella dell’orgoglio, ma anche dell’intelligenza di essere italiani negli Stati Uniti. Caro Vincenzo, continua a sorriderci e sulle nostre parate splenderà sempre il sole. (Silvana Mangione –Gente d’Italia/Inform)

 

 


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