ITALIANI ALL’ESTERO
Silvana Mangione su Gente d’Italia
Le
storie che non racconta nessuno
NEW YORK –
Pubblichiamo un articolo
di Silvana Mangione apparso su Gente d’Italia dell’8 ottobre. In esso, sottolinea
Mangione in un messaggio inviato alla redazione, “il ritratto di uno di quei
personaggi che cambiano la storia dell'emigrazione
nel loro paese, ma non ne parla nessuno”. “Credo – aggiunge il consigliere CGIE
degli Usa - che dovremo andare a cercarne altri, perché esistono
e ci fanno onore”.
La nostra emigrazione
è costellata di storie di «unsung heroes», eroi del quotidiano, che di solito
rimangono sconosciuti al mondo degli addetti ai lavori e delle plateali, utili
elevazioni a stelle fulgenti, a protagonismi e leadership, di chi nulla ha fatto
e ancora meno ha da dire. Molti di loro appartengono alla generazione che ha
lasciato l’Italia nell’immediato dopoguerra. Caratteristiche comuni: la grande
intelligenza, la forte volontà di costruire un futuro per i propri figli, la
scarsa scolarizzazione che ha impedito il raggiungimento del pieno potenziale
delle loro incredibili capacità. È rarissimo che la loro memoria venga onorata
nei modi usati per i personaggi come Fiorello
Siamo dunque
felici che la città di New York e la municipalità di Queens abbiano deciso di
intitolare un incrocio di strade ad un unsung hero, le cui azioni hanno reso
possibili un’effettiva presa di potere e una meritata visibilità delle nostre
collettività. Il «Cav. Vincent Iannece Corner» celebra il ricordo di Vincenzo
Iannece, che ci ha lasciati, in punta di piedi, due anni fa. Con Vincenzo se
ne sono andati trent’anni gloriosi della vita della comunità italiana di New
York e della storia dell’associazionismo italo–americano. Sappiamo bene che
le associazioni sono nate inizialmente con fini di mutuo soccorso, poi di protezione
delle origini locali, specie nel momento in cui – come dice Robert Viscusi –
gli Stati Uniti dichiararono gli italiani nemici del paese e di fatto decretarono
la morte dell’uso della nostra lingua, per paura delle conseguenze. Il risultato
fu la moltiplicazione di piccoli gruppi, club, società legate al campanile,
al villaggio d’origine: la piazza del paese trasferita all’interno di una sede
costruita con il sudore e la fatica dei concittadini, l’immagine del santo patrono,
il gioco delle carte, il sostegno ai compaesani in difficoltà. La frammentazione
si traduceva in debolezza. Vincenzo, con il suo finissimo senso della politica,
ebbe una grande intuizione: unire le associazioni sotto un’unica organizzazione
ombrello, una federazione che avrebbe dato maggiore forza alla rivendicazione
dei nostri diritti sia negli Stati Uniti che in Italia. Ci lavorò insieme a
Anthony Gazzara (poi senatore statale), Tom Bullaro e Philip Cicciariello. La
prima federazione, quella di Queens, nacque nel 1971 e raccolse subito dieci
società. Nel 1978 erano già ventidue, ora sono trentatre.
Nel primo libro
sulla storia della Federazione si legge: «la comunità, pur rappresentando il
gruppo etnico più numeroso negli Stati Uniti, è la meno forte a livello sociale
e politico proprio a causa della dispersione in miriadi di associazioni». Per
avere una «voce politica unitaria», diceva Vincenzo, bisogna votare come blocco
riconoscibile. Per votare bisogna registrarsi, per registrarsi bisogna essere
cittadini americani. Ecco che
Molte furono
le battaglie intraprese – e vinte – per il riconoscimento dei diritti degli
italiani, per un maggiore inserimento degli italiani nei quadri delle facoltà
accademiche delle Università cittadine, delle amministrazioni locali e statali,
sia a livello di nomina sia nelle consultazioni popolari. Fu Vincenzo a farmi
entrare nella comunità, quando arrivai a New York da Washington. Fu Vincenzo
a guidare i miei primi passi di rappresentanza della collettività, negli Stati
Uniti e in Italia. Lo consideravo il mio «padre politico». Ora il suo nome è
immortalato per sempre in un angolo del quartiere italiano di Queens, da cui
può guardare la statua di Cristoforo Colombo e il punto d’arrivo della sua parata,
quella dell’orgoglio, ma anche dell’intelligenza di essere italiani negli Stati
Uniti. Caro Vincenzo, continua a sorriderci e sulle nostre parate splenderà
sempre il sole. (Silvana Mangione –Gente d’Italia/